Mirella Floris  

JOKER edizioni 

 

 

Sommario:

- Scheda di PRESENTAZIONE  

- Il critico Sandro Montalto sulla quarta di copertina 

- vedi Modulazioni di Franco Santamaria

- Dal blog di Silvia Zanetto: recensione 

- Leggi il primo capitolo 

- Recensione di Danilo Falsoni 

- Note di Lucia Visconti

 

SCHEDA DI PRESENTAZIONE

del romanzo FIAT VOLUNTAS di

 

Il romanzo consta di due parti: "Lo stallo" e "La svolta".

 

Marco Paroli, dopo un tentato suicidio, si reca in un Monastero di montagna, nella speranza di ritrovare se stesso.

 E’ un professore in pensione, poco più che sessantenne, ateo e tormentato, che ha perso ogni affetto e soffre della propria solitudine. E’ uno scrittore in crisi con tanti tentativi disordinati e incompleti. La depressione che lo attanaglia è esistenziale in senso lato, comprende il fallimento come uomo e come scrittore.

E’ il mese di Settembre.

Nel Monastero il professore incontra Agostino, un frate di origine napoletana, profondamente fervente, aperto e cordiale; con lui Marco compie escursioni in montagna e diventa amico.

Entrambi hanno alle spalle una complicata storia d’amore, per Marco ancora un tormento, per frate Agostino lontana e superata nella vita sacerdotale. Sullo sfondo affascinante delle cime e nella scoperta della montagna, un po’ alla volta emergono le storie dei due, rivelando le diverse personalità dei personaggi. 

Essi discutono a più riprese le proprie visioni del mondo: aperta alla ricerca quella di Marco, chiusa ad ogni dubbio quella del frate.

Marco si ritrova di fronte a uno stallo: fede e ragione non sono compatibili.  L’autunno finisce. Ancora carico della propria inquietudine, Marco lascia il Monastero.

 

E’ primavera, il professore torna al Monastero.

Frate Agostino è partito. Marco incontra Monsignor Ardesi, un anziano fisico che ha trascorso la vita nella Specola Vaticana, ora dedito a incontri e conferenze. 

Con lui Marco si confronta e approfondisce le sue conoscenze sull’origine dell’Universo, sul valore della scienza, sulla possibilità o meno di un Creatore. Egli si rafforza nella impossibilità dell'esistenza di Dio accettando la provvisorietà e l'incompletezza delle ipotesi scientifica.

Nel paesino d9ove sorge il Monastero Marco incontra una donna, Rosaria, della quale, preso da una sorta di esaltazione, s’innamora.

Dopo un convegno d’amore al bordo di una cascata, la donna parte improvvisamente lasciandolo in una prostrazione profonda.

Egli, ormai sconvolto, raggiunge un piccolo eremo in alta montagna, dove trascorre in solitudine l’ultima parte dell’estate.

Si perde e si smemora nei boschi e nelle fratte fino a…

Una conclusione a sorpresa chiude il romanzo. Marco, infine,  trova la pace, ma….

 

Lo stile del romanzo è orientato alla ricerca di un’armonia di suoni e di ritmi; tocca momenti di poesia, specialmente nei ricordi e nei flashback , che il protagonista vive nell'isolamento della cella o nella rustica baita d’alta montagna.

La narrazione, al presente in terza persona, è fondata sul “punto di vista” del protagonista. Le speculazioni filosofiche e gli approfondimenti scientifici sono affidati al dialogo rimanendo leggeri pur nella profondità degli argomenti.

 

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Sulla quarta di copertina il critico letterario Sandro Montalto scrive: 

 

Marco è un professore che, trovandosi in un momento difficile, cerca rimedio e consolazione concedendosi una vacanza presso un monastero di montagna nel quale conoscerà tanto la bontà e la semplicità quanto la insipienza dei monaci, tanto la tranquillità quanto la difficoltà di essere in pace.

Il romanzo ci propone le lunghe passeggiate e discussioni (le due cose paiono inscindibili) tra il professore, ateo e razionalista, e frate Agostino., simpatico religioso partenopeo evidentemente disposto ad accogliere con estrema serenità, senza critica e autocritica, le contraddizioni del proprio credo.

La lingua è semplice, ma la narrazione è stringente e senza concessioni, le ambientazioni vivide e soprattutto il panorama mentale è ricco e avvincente, specialmente quando si intersecano riflessioni sulla storia d'amore del protagonista che fa da sottofondo, o quando la discussione viene retta da un monsignore astronomo, incarnazione autentica della necessità, e soprattutto della difficoltà, di scegliere.

Mirella Floris ci racconta questa storia privilegiando il suo essere una bildung, o meglio un cammino interrotto dagli eventi conclusivi, verso la pace interiore che può nascere solo dalle risposte ai propri grandi interrogativi, obiettivo tanto fondante quanto irraggiungibile.

 

Sandro Montalto 

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M O D U L A Z I O N I  di Franco Santamaria accoglie Fiat Voluntas

Libriamici: Mirella Floris 

dal blog di Silvia Zanetto

 FIAT VOLUNTAS – Mirella Floris
Edizioni Joker 2010
 
Si presenta con un titolo che intimidisce, il nuovo romanzo di Mirella Floris, vuoi per l’utilizzo del latino, vuoi per le parole di Cristo che, tratte dal Padre Nostro, rievocano però drammaticamente anche le ultime ore del passaggio terreno di Gesù prima della sua crocifissione, l’accorato appello al Padre nell’orto del Getsemani.
Fiat voluntas, sia fatta la tua volontà: segno di fiducioso abbandono a Dio per chi è credente, ma al tempo stesso parole pregne di oscuro fatalismo, di rinuncia a lottare, per chi credente non lo è.
 
La lettura, fin dalle prime pagine, colpisce per la particolarità del linguaggio, che potremmo definire una prosa poetica, dove l’attenzione dell’autrice si sofferma sul suono, oltre che sul significato, dei lemmi utilizzati, fino a scegliere un ordine delle parole diverso da quello abituale.
 
Sostanzialmente semplice la trama:
E’ autunno, e Marco, insegnante in pensione e scrittore eterno emergente (vogliamo dire “fallito”?), in crisi esistenziale dopo essere stato lasciato dalla sua compagna di sempre che non ha tollerato l’ennesimo tradimento, dopo un mancato suicidio trascorre un periodo alla ricerca di se stesso e della perduta pace presso un monastero in montagna.
Da sempre ateo, ma di quelli che non rinunciano a porsi delle domande, stringe amicizia con frate Agostino, un partenopeo gioviale, che gli apre il suo cuore tormentato e la sua mente ingenua. Il rapporto tra Fede e Scienza, tema principale del romanzo, è il principale argomento dei loro dialoghi, ma la cultura e la capacità dialettica di Marco sovrastano quelle del semplice uomo di Chiesa, e gli interrogativi del professore rimangono in sospeso.
Trascorso qualche mese, Marco ritorna al monastero: ora è primavera e la natura invita al rinascere della vita. Nasce una nuova amicizia, stavolta con un alto prelato, Monsignor Ardesi, astronomo presso la Specola Vaticana, connubio perfetto e raro tra Fede e Scienza, inconciliabili agli occhi di Marco. Stavolta è il professore a rimanere a volte senza parole, al limite della comprensione, durante le discussioni sul tema che tanto lo appassiona e lo tormenta. E anche il lettore – o perlomeno la lettrice digiuna di scienza come la sottoscritta – spesso si smarrisce e s’incanta alle parole di monsignore sul Big Bang, l’origine di Spazio e Tempo, la materia oscura…
Non troverete in questo romanzo la risposta all’eterno dilemma tra fede e Scienza, sarebbe follia cercarlo. Il protagonista alla fine sembra acquietarsi  nell’acquisita consapevolezza che “la scienza (…) non può dimostrare l’inesistenza di un Creatore, ma non può nemmeno affermarne l’esistenza”.
Finale a sorpresa, ed è doveroso per il buon recensore non rivelarlo, ma che al tempo stesso lascia spazio a eventuali ulteriori sviluppi.
Altre tematiche arricchiscono il romanzo, rendendolo occasione di riflessioni e analisi di coscienza per il lettore più attento: l’interrogativo sul ruolo della cultura e dell’intellettuale, quello di sinistra in particolare, nella società di oggi, espresso soprattutto dal profondo senso di fallimento di Marco, non tanto come insegnante quanto come scrittore, che lo spinge uno dei primi giorni al Monastero a cancellare con un colpo di mouse ben assestato tutti i suoi lavori letterari incompiuti.
L’amore, infine, altrettanto fallimentare nella vita di Marco e in quella di Agostino, in cui l’abbandono o la tragedia sembrano l’unico finale possibile, e la speranza di una rinascita si rivela inspiegabilmente illusoria.
 
Un libro non facile e forse non per tutti, questo romanzo di Mirella, da sempre autrice impegnata , sia nelle opere in prosa che nelle poesie.
Ma vale la pena affrontare la lieve fatica di una lettura un po’ in salita, come le passeggiate di Marco in compagnia di frate Agostino, per poi godere del panorama di lassù. La vicenda umana di Marco suscita passione e con-passione, avvince e ci porta più agevolmente del previsto verso il finale, con un briciolo di consapevolezza in più sulla nostra condizione umana.
 
Mirella Floris ha attraversato attivamente le dinamiche della società italiana, partecipando , nel ’68 alle manifestazioni di piazza con il movimento politico “rivoluzionario” e con quello femminista. Si è poi occupata di volontariato laico di vario genere, ora si dedica alla letteratura. E’ proiettata verso la cultura alternativa, perché considera lo scrittore un “testimone del suo tempo”.
Mirella Floris scrive da sempre, esprimendosi in vari generi, dalla poesia al romanzo, all’articolo giornalistico.
Ha pubblicato i volumi di poesiaLampi d’estate (Prospettiva 2003), Lampi del tempo (Proposte Editoriali 2003),Strisce di vento (Besa 2007) e i romanzi Venuta dal mare (Besa 2002) e La terrorista (Effedue)

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Leggi il PRIMO CAPITOLO


 

NOTE personali:

Mirella Floris

Via Brede, 14 - 25073 – Bovezzo BS

Tel:0302009440 - E-mail: mirfloris@tin.it

 

Ha pubblicato:

"Lampi d'estate" - da Prospettiva editrice - libretto di poesie intense e musicali;

"Venuta dal mare" - da BESA editrice -, romanzo giallo particolare, con un racconto nel racconto, leggibile "tutto d'un fiato";

"Lampi del tempo" - da Proposte Editoriali - poesie, ricerca del senso nelle problematiche e nelle sofferenze del nostro tempo.

"La terrorista", romanzo - da Effedue-editore - nel segno del giallo, racconta le vicende di una donna dedita all’ideologia comunista, che agisce tra l'Italia e il Marocco; l'intreccio di un’intensa storia d'amore percorre il romanzo.

“Strisce di vento” POESIE da BESA editrice 2007 - 2°ed. 2008. Nei versi della sezione Il Tempo vivono la testimonianza e la denuncia dei mali del nostro tempo, nella sezione I Giorni trovano l’espressione del canto emozioni e sentimenti 

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Parte Prima

Lo stallo

 

 

 

 

Tenue nebbia. Nella trasparenza, pareti… chiare. "Dove sono?" Ombra liquida... Marco è respinto a un oscuro nulla. Vaghezza… veglia confusa: strano luogo ai suoi occhi sbiaditi. Vertigine... bruma ondeggiante. Una finestra… lieve una tenda. Ombre … figure… cavalli di fumo in corsa. Li segue con sguardo annebbiato: si sfaldano; si forma un gatto slanciato, avanza …  galleggia... si perde in oscuri fondali. Sogno… campagne assolate, case… persone… d'un tempo lontano. Tra i sogni, un pensiero… affiora, scompare... riemerge alla mente intralciata, diventa domanda: "Questo luogo… cos’è?"

Biancore… bianca coperta su bianco lettino, bianca parete di fronte. Qualcosa si forma allo sguardo: è un quadro... Madonna… Madonna celeste. Spossato,Marco ricade nel buio... Sogna di nuovo… d'infanzia lontana. S'allarga dal buio una voce, una voce di donna:

- Come sta? Apra gli occhi, mi guardi.   

- Saa-raa - sospira.

 Solleva le palpebre pese: è sera. La donna è vestita di bianco. Lo guarda:

  Mi vede? – adagio lo scuote –  Si SVE-GLI!  

Affanno… risucchio dal buio. La donna ancora lo scuote con mano leggera. Uno sforzo… la vede: occhi neri. 

– Bravo! – sorride la bianca figura. 

Ora il suo sguardo, più chiaro, si volge all’intorno: sedia, armadietto... poltrona.

 La donna prepara qualcosa… un bicchiere:

– Beva adesso, da bravo. 

Muovere il capo… è  inchiodato al cuscino.

Riprova: la testa è di piombo, inerte, restia.

La donna lo aiuta, solleva il suo capo, accosta il bicchiere: un liquido dolce, gradevole scende, rinfresca la gola.

“Dove soo–no?”

Una clinica… forse.

– Cos’è accaduto? – vuol dire, ma il suono non viene, la voce s'è persa nel buio d’un nulla sfuggente. Ritenta: tenue il fiato si forma, spinge… la voce flebile emette, alla fine, una frase spezzata:

– Coo-sa è... su-cces-so? 

La donna gentile risponde:

– Ora non pensi. E' stato un momento... soffriva... chissà!  Sorride:

– E' vivo! Un miracolo sa? 

Marco si calma, a lei s’abbandona:

"Non fare domande. Sei vivo!" 

 

 

 

1.

 

 

 

Seduto nella posizione del loto tenta di fare il vuoto mentale. Quella prassi orientale mal s’addice a lui, scaltrito occidentale plasmato da secoli di filosofie, speculazioni, ideologie… Ha voluto provare anche questo: la meditazione. 

La voce del maestro gli torna alla mente:

Inspira… lasciati andare… espira…  calmo… allontana il pensiero.    

Sospetta si tratti di fuga, mera fuga dal presente. Ha tentato per mesi; cosa ne ha tratto? Non il distacco voluto, solo brevi momenti di vago relax.

 

Il Monastero tace.

Ha fatto bene Marco a venire quassù.

Un periodo di riposo: lei ha bisogno di pace, silenzio – gli ha prescritto il Primario che lo ha avuto in cura.

La pioggia, fitta e continua, suona da ore una stretta melodia sulle foglie del bosco millenario.

Mura spesse su un'altura, il Monastero domina il paese e la valle; ha dato prova di sopravvivere a secoli di intemperie. 

Marco è arrivato da poco. Raggiunge l’alta finestra: fitti alberi sferzati dal vento nel bosco sottostante. 

“Pieno di vento: ecco come sono.” si dice smarrito.

La crisi che l’ha attraversato l’ha quasi condotto alla morte; gli ha lasciato una scia dolorosa, frastagliata in pensieri confusi da mettere in fila, cancellare, limare…

La testa gli duole a pensare: fitte di lame oscure balenano improvvise a stornarlo e poi lasciarlo spossato.

 

Buongiorno, disturbo?  

 Un frate s'affaccia alla porta; ha volto cordiale, figura robusta.

 Marco si gira:

- Buongiorno.   

Sono frate Agostino. Vengo a darvi il benvenuto. Se volete qualcosa… nessun riguardo, chiedete.

L’accento napoletano. dà calore al suo dire; lo sguardo è gentile e pronto. 

No grazie, non manca nulla fa lui guardandosi intorno. La cella è essenziale: un letto di ferro, il crocefisso pendente dalla nuda parete, due sedie… un tavolino addossato sul fondo. A destra un piccolo bagno… uno specchio.    

Tenete poco o niente qui continua il frate seguendo il suo sguardo.

Dovete accontentarvi. Noi frati ci siamo abituati; ci attacchiamo poco alle cose, noi. Ringraziando Dio – sorride a scusarsi. Il sorriso gli viene dagli occhi, grandi, scuri. - Beh, ci vediamo dopo; buona permanenza. Ripeto: se vi serve qualcosa, chiamate. In fondo a destra c'è la cucina, frate Leo vi prepara di tutto: caffè, the, bevande. Chill'è 'nu vero barista! –, ammicca prima di uscire.

Un lieve tepore del cuore entra nel gelo, si allenta la presa del male: la venuta del frate gli ha dato conforto.

Fuori si sente la pioggia che batte ritmata.

La guarda dal vetro alla stretta finestra; si perde incantato da quel ticchettio nel grigio del parco, sugli alberi folti.  Una sorta d’ipnosi lo prende, avvolge la mente sperduta in pensieri confusi… ricordi spezzati: l’amore sfinito, sfibrato, corroso da troppe parole… l’onda dei bruni capelli di Sara.       

Poi, tutto si sfoglia sommerso da altri ricordi. Amari: pila di libri invenduti… voce, la propria, che dice sciocchezze in sale semivuote. Acuta l’ansia lo stringe… a interrogarsi… le cause di quel deserto, gli errori commessi: e se... e se…. 

Reagisce: scaccia quel ragionare contorto, richiama il profumo di una donna, gli scorci primaverili di un mare incantevole… gli aromi dei sentieri in agosto... 

Invitante, un profumo di caffè. Un fraticello, esile, dal viso lungo, l'espressione ammiccante, compare alla porta:

  Buongiorno, professore, benvenuto!   

Ha una voce profonda, sproporzionata al suo aspetto minuto.

Entri pure. Scommetto che lei è frate Leo.     

Proprio io, professore.   

Porge una tazzina fumante.

Ha bisogno di qualcosa? gli chiede gentile.  

Grazie. Qui non manca nulla.

Sorseggia il caffè: un vero piacere!

Mi chiami, se vuole: io sto sempre in cucina, a destra in fondo al corridoio.   

 

Entra da fuori il cupo della brutta giornata: settembre è all’inizio. A volte è presago d’inverno, poi il sole ritorna e riporta l’estate.

Marco, solo nella nuda cella, è in preda a una fosca mestizia, svuotato di attese o speranze. 

"Che fare?" gli chiede una voce interiore "Puoi scrivere. Riprendi il lavoro interrotto."  

Il pensiero di scrivere è angoscia per lui. Il noto malessere lo afferra alla gola: “Cosa scrivi? E chi sei?” Autore ignoto in crisi creativa: ecco chi è! Che si dice di uno scrittore non più emergente? fallito? Deve abbandonare ogni tentativo? "No!" gli risponde la voce: "Riprendi, prova ancora, con serietà, concentrazione, metodo."

"Hai ragione!" si risponde. Una piccola luce di speranza appare in fondo al tunnel della sua disperazione. Riprendere a scrivere! Da tempo non ne trova la forza. Ma qui... isolato, lontano dal chiasso cittadino, in mezzo a magnifici boschi… tra monaci silenziosi e discreti...

 

 Ora esco - decide bruscamente. Si lascerà dilavare dalla pioggia, come da bambino, quando inebriato correva sui prati inondati senza ascoltare la madre: Marco… Marcooo –, lei lo chiamava. Adesso nessuno c’è più che lo chiama.

Prende la giacca, chiude piano la porta: il Monastero tace. Chissà dove si vanno a cacciare i frati tra le due e le cinque del pomeriggio; certo riposano o leggono o scrivono o s’incontrano tra loro…  

Marco raggiunge una portafinestra, esce sul vialetto, le sue calzature cittadine calpestano il tappeto di foglie bagnate; cerca di non scivolare. Il temporale incalza: dai grossi alberi, come un pianto, gocce pesanti cadono; fragori di tuoni sferzano l’aria. 

Si butta a capofitto nel viale centrale, corre a perdifiato. La pioggia battente lo assale, ricopre il suo corpo: rivoli sotto la giacca, piedi immersi in pozze traslucide. 

Esaltato si offre al diluvio:

"Chi sono? io chi sono?" grida nel vento. " … non lo soo!"  disperato urla all'aria bagnata, alle foglie vibranti del bosco, al cielo invisibile sotto la coltre pesante di nubi. Piange un pianto confuso, il volto all'acqua scrosciante: lacrime-pioggia, un solo lavacro.  

I rami creano ombre sul pelo lucente dell’acqua nella strada allagata.

Marco smarrito si sente ormai parte del tutto, mischia se stesso alla pioggia, alla strada, alle piante. Dirige i suoi passi sui tratti asciutti, saltella sui cumuli di ghiaia che emrgono dalle pozzanghere; come da piccolo, conta i suoi passi ignaro dei piedi inzuppati nel sandali estivi. Un filo di lieve allegria s’insinua nel suo avvilimento, lo volge a speranza; vago per ora un sollievo insperato lo allevia.

Il peso dei panni bagnati lo porta al momento concreto. Si vede: un uomo da solo folleggia smarrito sui ciottoli di un viale tagliato nel bosco.

Mura grezze in penombra diffusa, sul fondo il Monastero incombe.

Ora la pioggia rallenta, dirada, si ferma: dagli alberi gocce residue.

  

Rientra, l’acqua cola dagli abiti zuppi, lascia una scia slabbrata sul lungo corridoio. Poi pulirà. Entra in fretta nella piccola cella: bisogna cambiarsi.

Un tocco alla porta: 

Mio Dio, siete fradicio! Cambiatevi subito per carità!

Frate Leo si affanna, lo aiuta, raccoglie gli indumenti bagnati, lo asciuga; dalla valigia aperta sul tavolo ne pesca di nuovi.

Le porto qualcosa di caldo!

Esce veloce. 

Lui siede passivo, volati lontano i pensieri di prima, rimane lì, inerme fantoccio stremato.

 Il frate ritorna: la tazza fumante promette ristoro. 

- Beva, questo le farà bene. È una tisana di erbe del nostro laboratorio.

Il piccolo frate lo guarda in silenzio, vede infine il colore tornare al volto patito di Marco. 

Se non sono indiscreto, di cosa è stato ammalato? – osa curioso. 

… una forte intossicazione da farmaci - risponde Marco restando nel vago. Guarda lontano agli alberi fuori ancora agitati dal vento.

Frate Leo tenta un breve bilancio:

Allora non può mangiare… certi cibi… fritture…     

Faccia lei frate taglia corto lui - Non si preoccupi troppo per me: sono più forte di quanto si creda.   

Lo accompagna alla porta. 

Ora sta meglio, il freddo s'è sciolto; un lieve torpore lo invade.

“Lasciati andare, basta pensare!“ consiglia la voce interiore. Ha  il tono del maestro orientale:

Fai vuoto in te. Sii qui, ed ora.   

Inesorabile, l’arrovello riprende, ma come snervato, ovattato, è solo un ronzio indistinto dell’animo in pena. Sovrasta un’idea: deve far ordine in sé. Per non morire. Prima, di morire.  

 

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Recensione di Danilo Falsomi 


Il romanzo in complesso è ben costruito: si tratta di una vera e propria Bildung del protagonista che, in una quasi ossessiva ricerca di senso, pone a se stesso e agli altri personaggi domande esistenziali fondamentali, arrovellandosi sul complesso rapporto Fede e Ragione, perdendosi in un bilancio esistenziale sostanzialmente fallimentare.
C’è una freschezza e, direi anche ingenuità giovanile nel modo in cui Marco pone queste domande, divorato com’è da un’ansia di risposta, famelico di Assoluto e certezze; soprattutto se si pensa che a porsele è un intellettuale sessantenne scaltrito e colto, che forse da tempo avrebbe dovuto riflettere sull’impossibilità di certezze esaustive, soprattutto in un ambito in cui, per dirla col Manzoni, certe risposte non soddisfano la ricerca, ma ne mutano i termini e le prospettive. Eppure, egli si pone quasi disarmato dinanzi al mistero, indifeso, con un atteggiamento adolescenziale, forse anche perché tormentato da sensi di colpa e di fallimento.
Lo stile, che elabora una materia assai densa dal punto di vista concettuale – si parla continuamente di problematiche “alte” nel romanzo, anche se in un contesto montano di semplicità monastica – è piacevolmente lirico, forse in alcuni punti anche con un eccesso di abbandono compiaciuto: la lettura ne risulta facilitata e impreziosita, il lettore non si annoia ed è condotto ad appassionarsi a quell’interrogare un po’ querulo del protagonista lungo le sue escursioni montane: anche i dialoghi sono credibili e costruiti con spontaneità.
Il finale, tuttavia, riserva, da un punto di vista concettuale, qualche lieve perplessità: costruito in un felice crescendo, con una leggerezza anche stilistica che lascerebbe supporre una conclusione quasi mistica nell’ascetico esercizio di Marco, un punto d’approdo fra il nichilismo e l’illuminazione panteistica, lascia invece un poco delusi: il tormento di Marco in realtà non ha soluzione, poiché sembra trovare Dio, ma nell’inebetimento, in una condizione ottusa della coscienza, come se per credere fosse necessario “perdere la ragione davvero”, come conclude Frate Agostino. Ma non è così che si può raggiungere Dio, quasi nell’autoannichilimento anche fisico, perché quella del protagonista non è Fede conquistata, è ottundimento e in-coscienza: e il romanzo si chiude davvero con un finale a sorpresa un po’ enigmatico.

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    Nota  a Mirella Floris Fiat voluntas  Ed. Joker  agosto 2010

di Lucia Visconti

 

Mirella Floris, prima di tutto donna eccezionale per intelligenza e  sensibilità,   ha presentato nel suo sito Fiat voluntas con l’ironia che la distingue: “Non è un nuovo tipo di auto, ma un romanzo”

 E che   romanzo!

Solo una scrittrice suo pari poteva partorire un lavoro tanto attraente. Gli argomenti avrebbero rischiato pesantezza-: ragione-fede; Big ben- Creazione - opera di Dio.  

La Floris è ricorsa a escamotages essenziali per generare leggerezza: dialoghi stringenti, ironici,  descrizione accurata della natura in estate e primavera nelle Alpi, il dialetto napoletano  di un fraticello, interlocutore della prima parte del libro: “Lo stallo”, con il quale il protagonista,  Marco, un  ex professore d’ideologia agnostica si trova a dialogare nelle lunghe passeggiate in montagna, per aver scelto un monastero come luogo di riposo e ripresa psicologica. La seconda parte “ La svolta” vede proseguire  la conversazione  con un monsignore astronomo e pure in questo caso non appaiono segni di ponderosità.

Altra forza della scrittura,  la ricorrente prosa poetica non solo nello scritto in corsivo in cui si evidenziano i momenti salienti della vita di Marco - il tentato suicidio, i ricordi di Sara, gli incubi…- ma anche nel tondo, dove scorre il racconto  arricchito da endecasillabi e settenari.

Sogna di nuovo…d’infanzia lontano”, “uno sforzo…la vede… occhi neri”, “Beva adesso, da bravo”: a pag 7, la prima del romanzo.

E ancora: “ Pieno di vento:ecco come sono” ( pag.9), ”Il temporale incalza… fragori di tuoni sferzano l’aria” (pag.12), “Entra in fretta nella piccola cella” (pag. 13), ”tutto è finito, scomparso! Più nulla!”, ”ora il silenzio scende” (pag 49), ”tutto rientra nel vacuo vocio” (pag.51), ”Ripensa al discorso sulla scrittura”, “Smarrimento improvviso…” ( pagg.120-121)…

Ricchezza che denota lo spessore della scrittrice si rileva inoltre dalla molteplicità di sinonimi, soprattutto a fine dialogo, a seconda delle sfumature del discorso: bofonchia, sospira, sorride, indica, si sorprende, sentenzia, esita, farfuglia, rimedia,tenta di sorridere, cerca di opporsi, aderisce, preme, annaspa…

Il tutto condito da frasi di poesie, brani di musica e quadri di artisti planetari.

Emerge dunque la cultura di rara profondità di Mirella Floris, amante della vita in tutte le sue componenti. 

Per tutto ciò, il  testo risulta  molto stimolante anche  per una  lettura approfondita nelle scuole Superiori, luogo in cui la scrittrice ha lavorato a lungo con amore e  autenticità intellettuale.

Mi fermo qui. Spero di aver sollecitato curiosità in altri lettori: non resteranno delusi!

 

E-mail: lcicchino@libero.it

 

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