in copertina: "senza titolo" tempera all'uovo su legno di Sara Scaramelli

 

 

Recensione di Reno Bromuro

Prefazione di Letizia Lanza

Compatte e potenti o, al contrario, sottili e terse come il cristallo.

Tra questi due poli, tra questi due picchi poetici si giuocano le creazioni di Mirella Floris – giunta, con Lampi, alla seconda prova (pubblicata) del suo cammino poetico (la prima è Lampi d'estate, edito da Prospettiva).

La cosa che comunque colpisce è il lucido rigore che muove (sul piano stilistico) la scrittura di Floris e l'accorata moralità che (sul piano narrativo) la origina. Così, per citare in ordine sparso, nella prima tipologia – riccamente rappresentata anche dal punto di vista numerico – possono a buon diritto rientrare Piccolo mendicante o Bare innocenti o Memoria o Vi dico la verità – tutti brani in cui, con ferma obiettività, l'autrice affronta realtà tremende eppur quotidiane: la miseria, la strage, la perdita straziante di piccole vite, lo sfruttamento bieco del potere nelle sue sempre nuove, tentacolari personificazioni. Netto, per tanto, e ribadito suona il dissidio nei confronti di ogni prevaricazione e dei guasti dell'imperialismo (anche morale) in tutte le sue forme.

Sono motivi, del resto, ampiamente frequentati dall'autrice – basti scorrere nella sua home-page gli “Ideali” (liberté egualité fraternité) e i “Sogni caduti” (la Comune di Parigi; la Rivoluzione d'ottobre; il Maggio francese) – per non parlare del suo “Sguardo sul mondo” e dei giudizi che lo segnano inequivocabilmente: «Il mercato globale, il trionfo economico del capitalismo, tecnologie sempre più raffinate, comunicazioni interplanetarie... ma la povertà, la guerra, lo sfruttamento dei bambini, l'oppressione delle donne, la disoccupazione, il controllo militare sul mondo da parte delle varie NATO...».

Tutte realtà contro le quali si scontra l'impegno civile e politico di Floris, portatrice di un carattere duro, in costante bilico tra amaro disincanto e voglia – vincente – di ricominciare; contro cui cozza inesorabilmente un imperativo etico pur sempre vigile e teso non ostante i pugni presi e dati («Nell'arco della vita / ho scritto sofferenze e illusioni», da Rivelazione) e al di là dello sconcerto che induce Mirella a chiedersi: «Si deve continuare a cercare la via verso una giustizia sociale?» – al solo scopo, forse, di potersi rispondere: «SI. Come? Continuando a cercare».

Questi dunque alcuni dei gesti più scopertamente “impegnati” del volume. Della seconda serie, poi, esemplare mi sembra il brano che s'intitola L'artista, dedicato alla figlia Sara – vibrante artista, appunto: «Come vetro sottile / è / dell'artista il cuore: / improvviso s'incrina, / sparge / resti frananti / dalle lacrime intrisi. // Come polla che canta / è / dell'artista il senso: / immerso / in contrasti sonanti, / in flebili preghiere, / in tempestosi amori. / Dal suo segreto / sgorgano / sofferenza / e splendore. // Come luce lunare / è / dell'artista il dono: / ombra produce / e argenti / in chi ne coglie il tono: / forse … / un vibrar di corde, / una gioia sottile, / un'enfasi impetuosa // o il pallido sentore / di qualcosa d'altrove» (p. 000).

In una dimensione intermedia vivono un nutrito numero di poesie nei quali più forte è il dominio dei sentimenti, talora contrastanti (o volutamente contrastati) e sofferti. Così per esempio Paure: «Affacciata / al bordo dell'anima / scruto le mie paure / acquattate / nei più riposti angoli. / Sfuggono alla luce / che la ragione / prudente / inutilmente tenta. // Paura del successo, / ove per caso volgesse / il volto scarno / al mio modesto vivere; / paura dell'insuccesso, / che ogni giorno frustra / il mio vano annaspare» (p. ???). Ma c'è anche, più pacata e tenue, Canzone del rimpianto – mesta di un amore finito, ma pur sempre vivo in grazia del ricordo dolceamaro (che non conosce oblii): «Al sorriso cede / l'amaro rimpianto, / la fiaba ch'è stata / non si dissolve più» (p. 000).

Dominante, tuttavia, tra i motivi e affetti tutti (tanti), la presenza indomabile della femminilità: vigorìa antica, altera, che subisce e affronta colpi sofferenze sconfitte senza mai cedere (recedere) davvero. Forza neghittosa e arcana, di terra e di sangue. Che, paradossalmente, sembra – può? – sprigionarsi addirittura dopo e oltre la devastazione (dissoluzione) della morte: se almeno è questo il messaggio che intende trasmettere l'unico romanzo edito di Floris, Venuta dal mare (Besa ed.), dove un esanime corpo femminile «plastico, quasi statuario, d'una bellezza priva di senso di fronte all'imminente disfacimento, irrompe su una spiaggia crepuscolare, a fine stagione, quando le ombre proiettano arancioni obliqui sulla rena» e irretisce tuttavia lo scrittore-investigatore con la sua pur passata seduzione di «donna affascinante e intellettualmente attiva», «curiosa e piena di vitalità» (M. Bernardelli Curuz).

Ardua fierezza, quella di Floris (e della sua donna-immagine) che vuole (sa) vincere perché – lei sola – è legittima portatrice di vita: e quindi lei sola è in grado di contrastare, anzi, di trionfare sul gelido vuoto della morte: «Scura, fertile terra / è il mio corpo di donna. // Dall'umida caverna, / nel mio segreto riposta, / sgorga liquorosa essenza» (da Scura terra); «Dal tuo humus traevi / un ardore di donna / tenera e forte insieme, / seduttrice e regina» (da A Viola); «Sulla mia ombra, / indistruttibile, cammino / testa minuta, / fianchi di madre» (da Sulla mia ombra); «Dissonanze / di guerra / agitano le nostre paure, / ma tu / incedi maestosa, / la vita in grembo / nuova / che presto alla luce / griderà» (da Covi la vita).

Una febbre d'amore che sale verso l'alto, dunque, per Mirella Floris, il perpetuarsi infrangibile della vita che la fertilità del grembo rinnova (assicura): «Mi prende improvviso / l'orgoglio materno / se incedi serena, / alla spalla affacciato / del tuo corpo sicuro / il figlio ridente. // Semplice e chiaro / il mistero del seno / mi lascia turbata: / tenera sorpresa / trema inaspettata / nel segreto ancestrale / del mio essere madre. // Generazione di generazione. / Un filo rosso ci unisce: / tu madre, io nonna, / lui miracoloso futuro» (Maternità, p. 000); «Ombra lunga / mi ghermì un tempo. / la pietà umana / e l'amore / strapparono / la mia vita in bilico / al gelido ghigno. // Ora // il tenero abbraccio d'un bimbo / legata stretta mi tiene / ai miei anni avvizziti: / vigoroso, ridente / è radice al mio cuore» (Ombra lunga, p. 000).

Ed è questa l'unica, autentica possibilità di riscatto e di salvezza, che stempera alfine ogni punta di sarcasmo e fa di questo libro una sorta di «agenda poetica con le pagine aperte sul futuro» – essendo comunque, l’autrice, grata e lieta «per la follia contagiosa che è la vita stessa» (G. D. Mazzocato).

Letizia Lanza

http:/digilander.libero.it/letizial

 

 

RECENSIONE 

di Reno Bromuro

 
La prima raccolta di poesie che ho avuto la gioia di leggere quest'anno, è stata "Lampi del tempo" di Mirella Floris, femminista praticante e accesa sessantottina, che nella poesia perde la combattività politica per abbracciare la questione umana e sociale, che sapientemente trasfigura in arte: in poesia che ala. Le barricate dietro le quali ha combattuto per la parità della donna nella nostra frustrata società, cedono sotto la leggerezza dei versi:
"Navigano in me
pensieri di suono
in parole piene"; 
ed è vero perché nelle 
"mie viscere
echeggia
il verso inquietante
del poeta amico".
La Floris è considerata per il suo eclettismo; passa dalla narrativa alla poesia, dalla critica alla saggistica pura, con una semplicità difficilmente riscontrabile in altri autori contemporanei. Nella poesia, è singolare, un esempio è la musicalità del verso, che colpisce subito, con quella tipica modalità, palese e intrigante di concatenare le parole come note musicali. E poi c'è quella struttura circolare, solo sua, tanto è sofisticata nella ricerca della semplicità.
"Mi prende improvviso
l'orgoglio materno
se incedi serena
alla spalla affacciato
del tuo corpo sicuro
il figlio ridente", 
in questa lirica, "Maternità" (pag.31), si abbandona ad una riflessione universale sull'esistenza. Poi la semplicità in cui si svela chiaro e limpido il mistero del seno, pare movimentare la scena già illuminata: si apre il sipario sulla vera esistenza, con il mistero che va di generazione in generazione. Ed ecco emergere il tema della donna che si è battuta per la piena libertà; della donna Poeta, che prolunga la riflessione, che conferma la propria tesi della donna forte e decisa per occupare il posto che le spetta.
La dimensione psicologica introdotta con la narrazione dell'undici settembre 2001, in cui i Gabbiani si tramutano in ali sfavillanti al sole, ali che seminano morte è un canto al limite dell'ipnosi, perché è la realtà trasfigurata in un sogno surreale, senza intaccare la drammaticità dell'accaduto.
L'architettura tematica del libro è sostenuta dall'intersezione dei motivi concettuali: la lotta, il sogno, il gioco, la prospettiva della Vita e della Morte.
D'incitamento e di riflessione insieme è la lirica a pagina 14 "A piene mani", che racchiude il pensiero e le aspirazioni più nascoste della nostra:
"A piene mani colgo 
il nettare cadente
dai balconi della solitudine. 

L'ora è giunta: 
lo verserò sul capo dei giovani 
a risvegliare desideri d'essere 
contro il nulla 
di sorrisi rifatti 
e di ville al mare. 

Diamo buona musica, 
dove l'arte respiri 
a vera vita. 

Escano i poeti 
dal loro inferno d'anima, 
stringano mani nodose 
in temprata catena, 
sì che il canto unito 
disperda l'ombra 
che avanza dai Palazzi. 

La parola sia racconto 
per i sogni 
di chi, 
ignaro, 
beve ridendo 
alla coppa dell'inutile. 

Ripreso, 
il cammino della mente 
sia alto, 
solare d'idee 
verso strade 
che vincano 
le frammentazioni struggenti
della solitudine.
 

giovedì 8 gennaio 2004

 

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