Prossima fermata Ucraina 

Sergio Romano 

Crisi russo-occidentale: prossima fermata Ucraina
  

Yulia Yakusha:

"Sono cittadina ucraina di etnia russa e pertanto non pretendo di essere obiettiva.
Le scrivo per avere un commento in relazione a una vera e propria bomba a orologeria. Mi riferisco alla non lontana scadenza del trattato che regola la presenza della flotta russa nella base di Sebastopoli. Un eventuale rifiuto di rinnovo da parte dell'Ucraina, magari preceduto dall'ingresso della medesima nella Nato, potrebbe scatenare dinamiche incontrollabili. Per ovvi motivi geostrategici Mosca sarebbe obbligata a reagire replicando, su vasta scala, l'intervento in Georgia. In effetti, la Crimea (abitata esclusivamente da russi e tatari e ceduta ex imperio da Kruscev all'Ucraina) potrebbe essere indotta a proclamare la propria indipendenza e a chiedere l'aiuto della Russia.
Per scongiurare questo scenario apocalittico (ma non impossibile) vedo solo due opzioni: la prima, da lei auspicata, è quella di una forte integrazione della Russia nella Nato; per quanto seducente questa ipotesi, vista la politica statunitense e dopo quanto successo in Georgia, non mi sembra realizzabile nell'immediato. La seconda opzione presupporrebbe uno scatto di reni dell'Ue che tagliando fuori se necessario gli Usa, potrebbe negoziare con Russia e Ucraina l'adesione di quest'ultima all'Ue a patto che essa rinunci all'ingresso nella Nato e si impegni a mantenere lo status quo nel Mar Nero. Secondo lei sarebbe una pista da esplorare?" 

Sergio Romano

Il problema della Crimea, di Sebastopoli e della flotta russa del Mar Nero fu affrontato e temporaneamente risolto con il Trattato di amicizia e cooperazione firmato fra Russia e Ucraina nel 1997. Fu deciso allora, tra l'altro, che le installazioni portuali della città sarebbero state per vent'anni un condominio russo-ucraino e che la questione sarebbe stata riaperta nel 2018. Ma l'accordo fu firmato quando l'Ucraina era presieduta da Leonid Kuchma e la Russia da Boris Eltsin, due personaggi che avevano appartenuto alla nomenklatura sovietica ed erano egualmente consapevoli della necessità di non spingere i loro dissensi sino al punto di una insanabile rottura. Il contesto internazionale, d'altro canto, era favorevole a un'intesa e l'America di Bill Clinton non soffiava sul fuoco lasciando intravedere a Kiev la prospettiva dell'adesione alla Nato.
Aggiungo che un precedente accordo fra Russia e Ucraina, stipulato nel novembre del 1990 (quando l'Urss non era ancora defunta) impegnava i due Paesi a riconoscere l'integrità dei rispettivi territori nell'ambito dell'Unione Sovietica. Nel dicembre del 1991, dopo il referendum con cui l'Ucraina proclamò la sua indipendenza, il giurista Anatolij Sobchak, maestro di Putin all'università di Leningrado, fece una dichiarazione che il suo allievo, probabilmente, non ha dimenticato. Sobchak ricordò che la Russia aveva ceduto all'Ucraina, in passato, molti territori popolati da russi, e aggiunse: «Questo non significa che la Russia debba avanzare pretese territoriali. Ma, come è detto nell'accordo del 1990, riconosciamo tutto questo nell'ambito dell'Unione, nell'ambito delle relazioni che esistevano fra di noi». La Comunità degli Stati Indipendenti, creata al momento della dissoluzione, è stata fino a qualche tempo fa la casa comune di cui Russia e Ucraina erano egualmente inquilini.
Dopo la rivoluzione arancione del dicembre 2004 e l'evoluzione dei rapporti russo- ucraini negli anni seguenti non esiste più di fatto una grande cornice all'interno della quale i due Paesi possano considerarsi membri di uno stesso Commonwealth. Lei ha ragione quindi, cara signora, quando osserva che Sebastopoli e più generalmente la Crimea potrebbero essere il più pericoloso casus belli dei prossimi anni. Se provocata da una spericolata mossa di Kiev o di Washington, la Russia non mancherebbe di argomenti. I russi ucraini sono circa il 17% della popolazione. I russi della Crimea sono grosso modo la metà della popolazione (un quinto è tataro). I russi di Sebastopoli sono i tre quarti di una popolazione che conta 340.000 anime, e i militari della base navale russa sono 14.000. Troppe «quinte colonne » perché la Russia accetti di assistere passivamente allo scivolamento del-l'Ucraina nell'area d'influenza americana.
Le sue proposte sono interessanti. Ma l'America (né questa né probabilmente la prossima) è pronta a trasformare la Nato in una organizzazione per la sicurezza collettiva dell'intero continente; mentre l'Unione europea, dopo l'indigestione dell'ultimo allargamento, non può offrire un seggio a Kiev. Possiamo però promettere una stretta associazione all'Ue, come è stato fatto negli scorsi giorni, e fare capire all'Ucraina che i suoi rapporti con noi saranno tanto più utili al suo futuro quanto più eviterà di apparire a Mosca come una pedina della politica americana nella regione.

 22/09/2008 Corriere della Sera 

http://www.ariannaeditrice.it/

articolo.php?id_articolo=21273 

 

***

Enzo Bettiza
Zar Putin, la Crimea nel mirino

ENZO BETTIZA
"Ma chi te lo ha fatto fare?". Con 
questa battuta, tra seria e stupefatta, 
terminava una telefonata del 
presidente Bush al neopresidente 
Medvedev nelle ore in cui gli irruenti 
blindati russi, sbaragliato il blitz 
georgiano in Ossezia, puntavano già i 
loro cingoli e cannoni verso Tbilisi. I 
primi cento giorni del «liberale» Dmitry 
Medvedev si concludevano così con un 
battesimo del fuoco che potremmo 
definire insieme avventuroso e storico. 
Avventuroso perché gli stati maggiori 
russi avevano teso una trappola 
all’imprevidente Saakashvili, 
sorprendendo le truppe con un 
contrattacco da tempo preparato e ben 
organizzato nella metà settentrionale 
dell’Ossezia; storico perché, dopo il 
crollo dell’Unione Sovietica, è stata 
questa la prima sortita aggressiva 
dell’esercito della Federazione russa 
contro uno Stato, il più importante del 
Caucaso, riconosciuto a pieno titolo 
sovrano dalla comunità internazionale.

Non sappiamo quello che Medvedev 
abbia risposto alla provocatoria 
domanda del suo omologo americano.

Ma non si reca grande offesa alla realtà 
immaginando che avrebbe potuto 
replicargli: «La spinta all’intervento 
armato mi è stata suggerita da tre 
fattori concomitanti. Anzitutto il calcolo 
militare sbagliato del tuo servo di 
Tbilisi, poi lo scatto infallibile del mio 
capo di governo Putin, infine la paralisi 
della tua stessa presidenza, declinante 
in un’America che non ha saputo 
vincere fino in fondo le guerre in Iraq e 
Afghanistan e ora rischia di perderla 
perfino a Wall Street».

La Grande Russia, quella invocata e 
ricostruita dal 2000 in poi da un oscuro 
ufficiale del Kgb, ha mostrato insomma 
per la prima volta i denti all’Occidente 
ed esibito i suoi muscoli, non solo 
petroliferi, nel momento di maggiore 
precarietà e immobilità 
dell’amministrazione degli Stati Uniti. 
Non si possono fare paragoni tra il 
debole impatto internazionale della pur 
lunga crisi cecena, feroce guerriglia di 
polizia all’interno dei confini russi, e 
l’allarmante connotato di svolta e di 
ricaduta al di là dei confini russi della 
breve guerra d’agosto in Georgia. La 
sua brevità è stata inversamente 
proporzionale ai danni già prodotti e 
che potranno ripetersi a dimensioni più 
vaste e pericolose. Ne potranno infatti 
risentire, inasprendosi, i rapporti già 
tesi tra l’imperiale Russia putiniana e 
altre repubbliche ex sovietiche, come i 
Paesi baltici membri dell’Unione 
Europea, o un importante ex satellite 
come la Polonia oggi testa di ponte 
dell’Unione e della Nato verso l’Est.

Non a caso perfino la semindipendente 
Bielorussia, una volta saldamente 
integrata nell’Urss, tuttora legata per 
mille canali energetici e politici a 
Mosca, ha fatto giungere con 
imbarazzo un tardivo borbottio 
d’assenso al Cremlino per i colpi inflitti 
all’integrità delle esplosive frontiere 
caucasiche. In tal senso, la rapida 
guerra contro Tbilisi, culminata in due 
amputazioni di sovranità con l’Ossezia 
e l’Abkhazia militarmente occupate e 
annesse, è stata qualcosa di più d’un 
semplice conflitto armato: è stata 
anche una sorta di metafora 
segnaletica, una prefigurazione 
simbolica di quello che, un domani 
forse non lontano, potrebbe accadere 
all’Ucraina e poi, via via, con la tattica 
del salame, alla Bielorussia, alla 
Moldavia, all’Azerbaigian, all’Armenia, a 
una cinquina di repubbliche 
centroasiatiche. Pure qui le nutrite 
minoranze russe potrebbero giocare, in 
un analogo caso di Anschluss 
strisciante, un ruolo di quinte colonne 
come i collaborazionisti osseti o abkhazi 
russificati. Sarebbe la riconquista dei 
vecchi territori zaristi, ai quali Putin 
essenzialmente mira, e anche la fine 
della farsa di copertura, surrogata nel 
1991 al posto dell’Urss, che venne 
rubricata come «Comunità degli Stati 
Indipendenti» di cui non si conobbe 
mai né il funzionamento istituzionale né 
l’utilità pratica.

Ma la preda più concupita, che da un 
momento all’altro potrebbe scatenare 
la caccia grossa da parte dei diarchi del 
Cremlino, resta l’Ucraina spaccata 
quasi a metà tra una fortissima 
minoranza di russi o russofoni orientali, 
e l’ondivaga maggioranza europeista 
degli ucraini occidentali. I georgiani per 
esempio non appartengono all’etnia 
slava, anzi oggi come ieri le si 
oppongono. Ma basta un solo cenno 
per centrare la vulnerabile storia di 
questo Stato d’antichissima e gloriosa 
slavità. La Russia le deve se stessa 
poiché nacque dalla medievale Rus’ di 
Kiev. L’Unione Sovietica, che ne 
sterminò la «razza contadina», tuttavia 
le deve l’alto contributo che essa diede 
alla nomenklatura dei diplomatici, dei 
militari, dei capi della Ghepeù, dei 
pianificatori dell’industria pesante, fino 
ai rilevanti nomi storici di un Kruscev o 
un Breznev. Ecco perché l’indipendenza 
ucraina non è mai stata accettata 
psicologicamente dai russi sul piano 
etnico e culturale. Il «moscovita» qui 
non è «di casa»: è in casa. Su 45 
milioni di abitanti circa 10 sono di etnia 
russa, molti con passaporto russo. Da 
qualche tempo la pietra dello scandalo, 
la scintilla di una crisi non più occulta, 
è la penisola di Crimea, blasone 
letterario e bellico della Russia; ucraina 
dal 1954, la Crimea è non solo 
popolata in gran parte da russi, ma 
ospita a Sebastopoli la flotta russa del 
Mar Nero che dovrebbe restarvi «in 
affitto» sino al 2017.

Qui è il punto più caldo di un 
contenzioso in parvenza contrattuale, 
in realtà politico, che coinvolge in 
prima persona il presidente ucraino 
Jushchenko. Egli, non osando per ora 
imporre brutalmente lo sfratto alla 
flotta, esige però da Mosca un 
aumento decuplicato in petrodollari dei 
costi d’affitto. E da Mosca gli hanno già 
risposto per le rime, nella maniera più 
dura e più sorniona, mettendogli 
contro un’alleata tradizionale: la 
famosa signora dalla treccia arrotolata, 
Julia Tymoshenko, la pasionaria della 
rivoluzione arancione, che dalla sua 
carica di primo ministro ha continuato, 
durante il dramma georgiano, a 
gettare sull’ex compagno di barricata 
l’accusa di corruzione e 
d’irresponsabilità populista. Ha 
addirittura bloccato una mozione 
parlamentare di condanna 
dell’aggressione russa alla Georgia; 
Jushchenko l’ha accusata a sua volta di 
«alto tradimento» quale agente al 
soldo del Cremlino.

La Crimea, combinata con la deviazione 
russofila della Tymoschenko, 
costituisce indubbiamente nelle mani di 
Putin un combustibile ad alto 
potenziale. L’ennesima crisi di governo, 
già in atto con probabili elezioni 
parlamentari, è al tempo stesso una 
cocente crisi dell’identità nazionale. La 
cosa peggiore, che poteva toccare ai 
patrioti ucraini, era quella di vedere 
l’eroina della rivoluzione 
indipendentista dare la mano, sotto o 
sopra il banco, agli irredentisti russi 
mobilitati dall’uomo di Mosca Viktor 
Janukovich. Il presidente Jushchenko in 
difficoltà, dopo essere andato a Tbilisi a 
sostenere l’amico Saakashvili, ha quasi 
implorato i ministri degli esteri europei 
di concedere all’Ucraina lo status di 
candidata all’Unione; ma gli europei lo 
hanno scoraggiato concedendogli 
soltanto, come al presidente serbo 
Tadic, la promessa di un vago 
associazionismo tecnico.

Tirando le somme, vediamo che 
mentre la crisi caucasica provocava da 
parte europea interventi notarili più 
che politici, inducendoli a calare sulla 
latente crisi ucraina una coltre 
d’attendismo, la Russia già covava, 
dopo il castigo inferto a Tbilisi, il 
pretesto o i pretesti per infliggerne uno 
forse più duro all’Ucraina. L’escalation 
alla riconquista dell’impero è adesso in 
pieno moto, e la forzata assenza 
elettorale dalla scena degli Stati Uniti 
non fa che accelerarne i tempi e 
affinarne i modi. Con ogni probabilità, 
non dovremo neppure aspettare il 
prossimo presidente americano per 
vedere su chi, dopo Saakashvili, 
piomberà il secondo colpo della diarchia 
moscovita ormai lanciata all’attacco con 
fiumi di perolio, orde di blindati e 
acquisti di alleati nuovi e spregiudicati 
all’Est come all’Ovest. 

17/9/2008

 

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/t
mplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?I
D_blog=25&ID_articolo=5010&ID_sezi
one=29&sezione=

    La penisola della Crimea 

 

Posizione dell'Ucraina rispetto all'Europa

 

Motto: "Процветание в единстве" - 'Prosperità in unità'

Inno nazionale: "Нивы и горы твои волшебны, Родина" - 'I tuoi campi e i tuoi monti sono meravigliosi, Patria' 

Capitale

Simferopoli

Città grandi

Simferopoli, Sebastopoli, Eupatoria, Kerch, Teodosia, Yalta

Lingua ufficiale

ucraino, russo, tartaro di Crimea

Governo

repubblica autonoma in Ucraina

Capo di stato

il Presidente di Ucraina Viktor Yushchenko

Capo di governo

Viktor Plakida

Capo di parlamento

Anatoly Gritsenko

Area

26,200 km²

Popolazione

2,024,056

Valuta

Hryvnia (UAH)

Internet TLD

.crimea.ua

Prefisso telefonico

+380-65

Fuso orario

UTC+2

Geografia della Crimea

 

L'Istmo di Perekop a nord, che la collega alla terraferma, è lungo appena 5,7 km e segna il confine con la regione di Kherson mentre il resto del suo perimetro è costituito dalle coste bagnate dal Mar Nero ad occidente ed a sud, che prende il nome di Mare di Azov ad oriente. Si estende, inoltre, su una superficie di 26.100 chilometri quadrati e la sua popolazione raggiunge i 2 milioni (2004). La capitale è Simferopoli. Crimea è collegata all'Ucraina continentale dall'Istmo di Perekop, largo tra i 5 e i 7 chilometri. All'estremità orientale si trova la Penisola di Kerch, posta direttamente di fronte alla Penisola di Taman in Russia. Le due penisole sono separate dallo Stretto di Kerch (largo 3-13 km), che collega il Mar Nero al Mare di Azov. Monti di Crimea La linea costiera di Crimea è interrotta da diverse baie e insenature. Queste insenature si trovano sul lato ovest dell'Istmo di Perekop, vicino alla Baia di Karkinit; a sud-ovest vicino alla Baia di Kalamita, con i porti di Eupatoria, Sebastopoli e Balaklava; vicino alla Baia di Arabat sul lato nord dell'Istmo di Yenikale o Kerch; e vicino alla Baia di Caffa o Teodosia (Feodosiya), con il porto dallo stesso nome, sul lato meridionale. Forros, Crimea sud-occidentale La costa sud-orientale è fiancheggiata, ad una distanza di 8-12 km dal mare, da una catena montuosa, la Yayla-Dagh (nota anche come Catena Crimea). Queste montagne sono affiancate da una catena secondaria parallela ad esse. Il 75% della supeficie restante di Crimea, consiste di praterie semiaride, un proseguimento meridionale delle steppe pontiche, che digradano dolcemente verso nord-ovest, dai piedi dello Yayla-Dagh.

http://www.crimea-europe.eu/page/historyIT.asp 

Storia della Crimea in:http://it.wikipedia.org/wiki/Crimea#Origini 

Flash sul presente