La crisi americana (e mondiale)

da: http://uovooggi.blogspot.com/ 

"Ma cos'è questa crisi?" (Considerazioni di Mirella Floris)

Così canta una canzonetta del secolo scorso  

Perplessità e stupore, oltre a un oscuro senso di paura, si rovesciano sul cittadino comune, quando i media mostrano, senza spiegazioni chiare e circostanziate, che l'America non è più l'America! 

Se ne iniziò a parlare qualche anno fa (non troppo lontano), quando la Cina cominciò a essere promossa da   paese solo emergente a potenza economica. Vaghe informazioni sui debiti USA verso quel lontano paese orientale ebbero qualche cenno sui telegiornali. Riguardo alla Cina tutti avevano in mente i risciò e il palazzo de "Il piccolo imperatore" di Bertolucci oppure le "formiche di Mao". Poi, nei mercatini crebbero le confezioni cinesi a bassissimo costo, infine si aprirono piccoli negozi nella parte vecchia delle città; molti vi andammo a comprare abiti, calze, ecc. Costavano così poco! Erano carini e spesso fatti in Italia. I cinesi divennero un pericoloso concorrente, variamente commentato dai nostri politici, oggetto di propaganda elettorale. In seguito, debuttarono in TV i grattacieli di Shanghai e il traffico automobilistico di Pechino.

 Che gli Stati Uniti fossero diventati dipendenti dalla Cina nella loro economia ci lasciava interdetti: non sembrava possibile che una grande potenza come gli USA avesse debiti con un paese come la Cina. Misteri dell'economia! I più non ci fecero caso... 

Infine, sono arrivate le Olimpiadi 2008: siamo stati incantati dalla magnificenza dell'apertura, dalla perfezione scenica (artistica e informatica): lo stadio a nido d'uccello,il numero dei giovani collaboratori della manifestazione, l'efficienza declamata dagli sportivi...  i filmati dal paese...

In questi ultimi giorni per la seconda volta i cinesi hanno mandato un uomo nello spazio: dopo la Russia e gli USA è la Cina che invia uomini nello spazio. Infine sì, ci crediamo: gli USA sono indebitati con la Cina e  con altri  paesi ex-emergenti. 

 Vendono loro i buoni del tesoro, parte delle banche, prodotti finanziari, ecc. Gli USA sono davvero nei guai. Ce ne siamo convinti.  

Già da qualche anno si è visto che il metodo dei grandi dirigenti azionisti delle proprie imprese crea un'economia finanziaria fittizia, drogata.

"Alla fine della seconda guerra mondiale i massimi dirigenti d'industria americani guadagnavano 12 volte tanto il dipendente medio; nel '65 guadagnavano 44 volte tanto; l'anno scorso hanno guadagnato ben 209 volte tanto." dicono i sindacati americani. Se la busta paga di un dipendente medio è di 50 milioni di lire lorde l'anno, quella del presidente o amministratore delegato è di oltre 10 miliardi di lire. Intanto, la disoccupazione avanza insieme alla crisi del ceto medio: aumentano quelli che rimangono senza casa o senza pensione. "... una forbice che minaccia le fondamenta della democrazia americana".  

 Colpa anche delle "stock options", che danno il diritto di acquistare azioni della propria società ad un determinato prezzo d'esercizio. La brama di arricchire il più possibile, spinge i managers a gonfiare le quotazioni in borsa, piuttosto che potenziare gli investimenti produttivi. Quando poi si tratta di banche o società finanziarie questo metodo procura bilanci drogati e rischi incalcolabili. Come si vede non solo da oggi.

I Consigli d'amministrazione sono complici dei dirigenti. Perfino "la Casa Bianca o rimasta  zitta, come se la questione non la riguardasse." A questo si aggiunge "lo scandalo dei bonus miliardari ottenuti dai big di Wall Street a dispetto della crisi dei mutui subprime e delle perdite record di banche e società finanziarie.

Un'economia di carta sopra il nulla reale s'è andata moltiplicando.

In questi anni, in altre parole, si è creata una economia finanziaria basata su operazioni virtuali, futures e prodotti derivati; la cosiddetta  finanza creativa.

 Prendiamo, ad esempio, i mutui subprime: mutui ad alto rischio concessi a soggetti che non dispongono di adeguate garanzie economiche.  

Le vendite rateali non sono solo relative alle case, ma a qualsiasi prodotto. Anche in Italia, dall'acquisto del computer a quello della lavatrice , della pelliccia o ... dei viaggi... tutto viene offerto con pagamenti dilazionati e senza anticipo. Prendi ora, paghi poi. E' vero che da noi viene almeno controllata la busta paga. In USA si è offerto l'acquisto senza alcuna garanzia. Risultato: il dissesto dei subprime è stimato a non meno di 300 miliardi di dollari!

Altro punto di rilievo in questa sintetica analisi è quello delle banche d'affari, (Lehman Brother, 26.200 dipendenti, chiusa 15 settembre 2008) che  offrono servizi di alto livello e speculano con elevato rischio, ma non permettono depositi, non agiscono cioè con capitali corrispondenti agli affari attivati. 

L'intreccio di questi (ed altri) fattori ha condotto al default del sistema, che a catena sta invadendo il mondo.

Senza contare, al di là degli aspetti economici, la perdita di una equilibrata concezione del mondo, che si è basata sulla ricerca d'una ricchezza senza limiti, apparentemente a portata di mano, "basta darsi da fare!" Lo stress che se ne ricava rende la vita infernale. 

La crisi americana è scoppiata sui giornali: nell'ultimo periodo siamo stati invasi da titoli allarmanti:

Crolla la banca americana Bear Stearns

Ciclone Lehman sulle Borse
Bruciati 900 miliardi di euro 

Allarme sui mercati: ora è Sosdollaro

 Abbiamo capito che si tratta di una crisi finanziaria, ma resta oscura la conseguenza che può avere sull'economia reale, quella che viene dal lavoro e dalla produzione delle merci.

Le opinioni sulla crisi americana ci sono raccontata dai media senza verità sicure: i vari giornalisti appaiono  succubi del potere preoccupato di non indurre panico, i politici strumentalizzano gli avvenimenti e tendono a seminare bugie per tranquillizzare l'opinione pubblica, mentre in TV vengono intervistati gli economisti alla moda; i ministri Tremonti a Brunetta e naturalmente il Presidente del Consiglio continuano ad affermare che l'Italia è diversa, che il nostro sistema è sicuro.

Noi ci aspetteremmo la verità sulla esposizione delle nostre banche e sui pericoli che corriamo.

E Giulio Tremonti poi non era il ministro dell'economia creativa?

Oggi rispolvera (forse anche a ragione) l'economista John Maynard Keynes (1883-1946) Questi teorizzava l'intervento dello Stato (anche con acquisto e conduzione di imprese), nei momenti necessari, a correzione del libero mercato. Variamente interpretato il pensiero di Keynes ha ispirato le socialdemocrazie e alcuni governi del dopoguerra (compreso in parte il nostro).

Le privatizzazioni ne erano una interpretazione. 

Meno che mai questo grande economista, esecrato dai liberisti di destra, sarebbe ricordato dai commentatori, se la tremenda crisi in cui siamo immersi non avesse trovato il governo americano affannato a socializzare le perdite dei ricchi imprenditori allo scopo di non far crollare il castello cresciuto a dismisura dell'economia di carta. In questo modo si tradisce il dio LIBERO MERCATO, ma certo non si socializza nel vero senso della parola. Intendiamo per SOCIALISMO un sistema che prevede  la distribuzione equa della ricchezza prodotta e non certo solo delle PERDITE! 

(continua)

 

http://www.controcorrentesatirica.com/asino.php

 


***

Tre contributi:

 

La crisi americana si impantana nel Congresso

Stefano Rizzo

 

26 settembre 2008, 
14:4
La crisi americana si impantana nel 
Congresso Il punto internazionale 
L'opposizione al piano di salvataggio del 
ministro del tesoro Henry Paulson, 
sponsorizzato da Bush, attraversa gli 
schieramenti politici: non solo la esile 
maggioranza democratica, ma anche il 
partito del presidente


Anche chi da anni segue le vicende della 
presidenza Bush e ha raccontato la sua 
progressiva discesa agli inferi, non può 
non rimanere stupefatto di fronte allo 
spettacolo di paralisi e di incompetenza 
che va in scena da diversi giorni intorno 
alla crisi finanziaria, e non solo.
Ma prima una premessa, senza di che è 
difficile capire come si è giunti a tanto. 
Riguarda il sistema istituzionale 
americano, quel presidenzialismo così 
spesso lodato per la sua presunta 
maggiore capacità decisionale rispetto 
ai lenti e compromissori sistemi 
parlamentari. Lasciate perdere, le cose 
non stanno così, e le vicende degli 
ultimi giorni lo dimostrano per 
l'ennesima volta.

Il presidente degli Stati Uniti ha un 
unico vero potere decisionale: quello di 
fare la guerra (purché non dichiarata). 
Per tutto il resto deve fare i conti con il 
Congresso. Può presentare proposte di 
legge, ma non può fare ricorso ad un 
decreto legge, né alla fiducia, né alle 
corsie preferenziali, né all'approvazione 
in commissione -- tutti istituti che in 
Europa consentono ad un governo di 
intervenire rapidamente in caso di 
emergenza, naturalmente se la 
maggioranza lo sostiene.
Nel sistema americano tutto dipende 
invece dalla disponibilità del Congresso 
nel suo insieme (e non della sola 
maggioranza) a recepire le proposte del 
presidente. Se non lo fa è la paralisi. 
Perché il presidente rimane al suo posto 
(non può essere sfiduciato) e il 
parlamento pure (non può essere 
sciolto). E' successo innumerevoli volte 
sotto questa presidenza: con la legge 
sull'immigrazione, con la riforma della 
social security, con il piano energetico, 
con il recentissimo accordo nucleare tra 
India e Stati Uniti. Sta succedendo in 
questi giorni con il piano di salvataggio 
finanziario, questo moloch da 700 
miliardi di dollari varato la settimana 
scorsa e impantanato nel Congresso.

Dopo il salvataggio di Fanny Mae e 
Freddie Mac, dopo il fallimento di 
Lehman Brothers, dopo il crollo delle 
borse, tutti - perfino il ministro del 
tesoro e il presidente che l'avevano 
ostinatamente negato fino a poche 
settimane fa - hanno riconosciuto che la 
situazione è grave e che potrebbe 
riverberare dalla finanza all'economia 
con effetti disastrosi. Ma non c'è 
accordo su cosa occorra fare, come e 
quando.
La ragione? Il fatto è che il piano 
Paulson (il ministro del tesoro) prevede 
di acquistare la carta straccia dei bond 
inesigibili emessi dalle varie società 
finanziarie, così da immettere liquidità 
nel sistema, dare fiducia agli investitori 
e riaprire le linee del credito bloccate 
dalle banche. Prevede anche - ma qui è 
più vago -- l'introduzione in futuro di 
più stringenti meccanismi di controllo. 
Ma non prevede alcuna forma di 
"punizione" nei confronti dei dirigenti 
delle società che, speculando per anni e 
arricchendosi, hanno provocato questo 
disastro.

E' la percepita iniquità della soluzione 
adottata a creare opposizione diffusa 
tra la gente e nel mondo politico, non 
solo da parte dei candidati alla 
presidenza, ma anche dei membri del 
Congresso che tra pochi giorni dovranno 
tornare nei rispettivi collegi per cercare 
di farsi rieleggere. Tanto più che i 
sondaggi dicono che quasi l'80 per 
cento degli elettori vuole che qualcosa 
sia fatto, ma meno di un quinto approva 
il piano Bush-Paulson. Tutti giudicano 
intollerabile che a pagare i costi della 
crisi siano i proprietari di case, i 
pensionati e la gente che guadagna 7 
dollari l'ora in un McDonald, mentre il 
presidente della Lehman Brothers -- è 
stato calcolato -- ne guadagna 18.000, 
e il suo non è neppure lo stipendio più 
alto tra le diverse migliaia di 
superdirigenti.

L'opposizione al piano di salvataggio 
attraversa gli schieramenti politici: non 
solo la esile maggioranza democratica, 
ma anche il partito del presidente. Ad 
accendere le polveri è stato l'ex 
presidente della Camera, l'ancora 
influentissimo Newt Gingrich, che lo ha 
definito "demenziale, socialisteggiante, 
degno della Russsia di Putin". I 
repubblicani conservatori vedono come 
il fumo negli occhi questa massiccia 
iniezione di soldi pubblici nell'economia 
privata, che contraddice i dogmi su cui 
hanno basato la loro fortuna politica dai 
tempi di Ronald Reagan. I democratici 
non vogliono che il salvataggio riguardi 
soltanto le imprese senza contenere 
anche provvedimenti per le famiglie e i 
singoli in difficoltà. Non vogliono 
soprattutto consentire a Henry Paulson, 
lui stesso tra i primi responsabili della 
crisi, di spendere a sua discrezione, 
senza la supervisione del Congresso, 
una tale immensa quantità di dollari, 
corrispondente più o meno a tutto il 
costo di quattro anni di guerra in Iraq. 
E' il caso di ricordare che Paulson, al 
pari di molti altri alti dirigenti 
dell'amministrazione, proviene da 
Goldman Sachs e può a ragion veduta 
essere sospettato di parzialità nei 
confronti di Wall Street.

Il risultato, dicevamo, è la paralisi. Ieri 
sera sembrava che un accordo fosse 
stato raggiunto su una proposta di 
mediazione dei democratici, che Bush 
ha accettato obtorto collo. Ma nella 
notte i repubblicani si sono ribellati e 
hanno posto le loro condizioni, in linea 
con la loro filosofia economica: riduzione 
delle tasse e assicurazione obbligatoria 
per le società finanziarie, naturalmente 
a spese del contribuente. Sanno 
benissimo che i democratici non 
potrebbero mai accettare queste 
proposte, e forse lo sperano in modo da 
potere votare contro il provvedimento e 
passare il cerino della sua impopolarità 
ai democratici. Questo stanotte. Domani 
si vedrà.

Lo spettacolo è umiliante per gli Stati 
Uniti. Qualche giorno fa alle Nazioni 
Unite George Bush ha dovuto subire le 
critiche e le ironie di alleati e avversari 
di tutto il mondo. Adesso, dopo che è 
fallito anche il tentativo del 
vicepresidente Cheney, da lui spedito a 
Capitol Hill come si fa nelle grandi 
occasioni per convincere il Congresso, 
non sa più cosa fare e i suoi margini di 
manovra, assieme alla sua credibilità, 
sono ridotti a zero. I parlamentari sono 
bloccati dai calcoli elettorali e da 
contrapposte visioni economiche. I 
candidati alla presidenza manovrano 
cercando di schivare l'ondata della 
protesta popolare, senza prendere 
posizioni nette.
McCain ha tentato il colpo di teatro 
(forse riuscito, forse no) dichiarando 
che interrompeva la campagna 
elettorale per recarsi a Washington ad 
affrontare la crisi finanziaria. Ma i suoi 
colleghi repubblicani lo hanno smentito 
dicendo che la sua presenza è 
irrilevante. A poche ore dal previsto 
dibattito con Obama non si sa se si 
terrà e se McCain sarà presente.

Intanto ieri l'ultimo crollo: il gigante 
assicurativo Washington Mutual ha 
gettato la spugna ed è stato assorbito 
dalla banca J. P. Morgan. E non è detto 
che sia finita.

http://www.aprileonline.info/notizia.php
?id=9177 

Rubrica America e dintorni

I limiti della potenza americana 

Fabrizio Maront

La crisi finanziaria divora ricchezze enormi, minacciando di risucchiare l’economia reale. A risentirne è la credibilità del capitalismo americano e, con essa, la statura internazionale del paese, su molti fronti critici. Ma…

 

“L’attuale crisi finanziaria sta minando alla base la percezione della potenza americana e della sua capacità di far fronte ai problemi che affliggono l’America e il mondo, dalla proliferazione nucleare alla baldanza russa, passando per i cambiamenti climatici e l’eterno conflitto israelo-palestinese.” È questo il mantra, variamente declinato, diffuso da qualche tempo a questa parte dai mass media americani, coadiuvati dai loro omologhi d’oltreoceano. Questi foschi giudizi non sono, invero, infondati: la debacle finanziaria (che si somma ai disastri militari della presente amministrazione) ha messo a nudo guasti profondi nell’etica e nella prassi del sistema capitalistico più grande, dinamico e antico del mondo, su cui poggia la forza e la ricchezza (morale e materiale) della nazione americana.

Quel che è peggio, ha reso palesi i limiti di questa stessa ricchezza: quando si vive per molto tempo al di sopra dei propri mezzi (i privati prendendo a prestito dalle banche per comprare casa, le banche rifilando il rischio d’insolvenza dei propri creditori ai risparmiatori interni ed esteri, il governo emettendo debito pubblico per coprire l’esposizione delle banche e finanziare una spesa federale da tempo in deficit), non basta essere il numero uno per trovare le risorse necessarie a puntellare la baracca, quando questa dà segnali di cedimento. Come dimostra l’effimero entusiasmo di Wall Street per il gigantesco piano di salvataggio (700 miliardi di dollari) del sistema bancario messo in campo dal segretario all’Economia Paulson, non è affatto detto che Washington abbia le risorse necessarie a scongiurare un ulteriore avvitamento della crisi finanziaria. Che, pertanto, rischia di trasmettersi pesantemente all’economia reale (agricoltura, industria e servizi), trascinando il paese – il cui pil è fatto al 70% dai consumi privati — in una lunga e dolorosa recessione. Il resto del mondo, potenze emergenti comprese, seguirebbe.

Washington come Roma? Il destino dell’“impero americano” è dunque segnato? Forse no. Almeno, non ancora. Uno sguardo alle classifiche internazionali induce un moderato ottimismo in chi si interroghi su come e quanto gli Usa siano attrezzati per fronteggiare la crisi attuale.
Nonostante i guai domestici e l’accanita concorrenza internazionale, gli Stati Uniti sono ancora primi a livello mondiale per dimensioni del mercato interno, disponibilità del capitale di rischio, bassi costi di licenziamento, collaborazione tra università e industria; secondi per numero di personal computer e qualità degli enti di ricerca scientifica; terzi per tempi e costi d’avvio di un’attività imprenditoriale. Inoltre, in confronto alle altre nazioni ricche, l’America rimane una nazione giovane: con un tasso medio di fertilità di 2,1 figli per donna, il paese è ben oltre il tasso naturale di rimpiazzo demografico, a differenza dell’Europa, del Giappone e della Cina.

Tutto bene allora? Decisamente no. L’altra faccia del dinamismo americano è fatta di scuole pubbliche spesso carenti, diseguaglianze sociali in aumento, scandalosa (per i nostri canoni) insufficienza della copertura sanitaria, infrastrutture nazionali datate, inefficienza amministrativa (soprattutto a livello federale) e, appunto, dissesto delle finanze pubbliche e private. Se tutto ciò sia sufficiente ad abbattere l’aquila a stelle e strisce è presto per dirlo. Molto dipenderà dalle scelte di politica interna e internazionale delle future amministrazioni. E molto dalle capacità del capitalismo americano e dei suoi distratti regolatori di emendare se stessi, dandosi regole nuove adatte alla taglia globale della finanza e dell’economia nazionali.

In ogni caso, è bene che noi (europei e, in generale, non americani), ci mettiamo l’anima in pace: il costo del risanamento americano graverà anche, e molto, sulle nostre spalle. Ma questo è un’altro capitolo (to be continued…)..

 

Il pane e le rose 

 

La truffa dei prodotti derivati e le connivenze dei governi

Per un vero sindacato internazionale che abbia la capacità di contrastare a livello globale l'azione nefasta delle banche centrali e dei governi liberisti

(20 settembre 2008)

In questi giorni molti lavoratori e lavoratrici si stanno chiedendo cosa stia succedendo nell'economia mondiale. Lo scenario a cui stiamo assistendo è il seguente: alcune grandi banche hanno fallito, altre si accingono a portare i libri in tribunale, talune vengono salvate o tramite l'incorporazione in altri istituti o attraverso l'intervento delle banche centrali e dei governi nazionali. In quest'ultimo caso possiamo parlare di vere e proprie nazionalizzazioni. Il fallimento della Lehman Brothers e la nazionalizzazione delle due grandi agenzie Fannie Mae e Freddie Mac che gestivano oltre il 50% del mercato dei mutui USA segnano simbolicamente la fine di un modello di sviluppo. La prima era passata indenne alla crisi del '29 mentre le altre due vennero costituite dopo la grande depressione per risollevare le sorti del mercato immobiliare. Per avere un quadro più esauriente della situazione è il caso di menzionare l'incorporazione della Bear Stearns da parte della JP Morgan con l'apporto di due miliardi di dollari da parte della Federal Reserve (Banca centrale americana) e della Merrill Lynch da parte della Bank of America, il recentissimo salvataggio del più grande istituto assicurativo del mondo l'Aig da parte della Federal Reserve e del Tesoro americano nonché il crollo in borsa della Morgan Stanley e della Goldman Sachs. La lista potrebbe continuare e sicuramente nei prossimi giorni assisteremo ad ulteriori sconvolgimenti del panorama finanziario e non solo.

Aldilà delle specifiche attività che caratterizzano i singoli istituti esiste un terreno comune: i prodotti derivati. Fannie Mae e Freddie Mac acquistano i mutui concessi dalle varie istituzioni finanziarie subentrando nei crediti vantati da quest'ultime nei confronti dei privati cittadini. Ovviamente il prezzo dei crediti rilevati è inferiore al loro valore nominale. A questo punto i crediti vengono trasformati in obbligazioni strutturate (prodotti derivati chiamati cdo) e vendute sul mercato a fondi pensioni, istituti di credito etc.. A sua volta gli acquirenti si rivolgono alle assicurazioni come Aig per premunirsi dal rischio di fallimento delle società che hanno emesso le obbligazioni ed ottengono altra carta straccia ossia prodotti derivati denominati cds. Ma Aig a questo punto se qualcuno fallisce dove li prende i fondi per pagare? Semplice emette altre obbligazioni. In buona sostanza a fronte di 1 euro di metallo ne girano 10 di carta straccia e ciò consente di fare utili da capogiro a tutti i commensali, sino a che il meccanismo non si inceppa e ci si rende conto che ci troviamo ne più ne meno che di fronte ad una catena di Sant'Antonio semplicemente più sofisticata, a scala planetaria e per importi pari a circa 15 volte il PIL di tutto il mondo. Per intenderci, la catena sta continuando, gli 85 miliardi di dollari dati dalla banca centrale americana (le cui casse ormai sono quasi vuote) altro non sono che un prestito fatto dal Tesoro americano, che ha preso possesso dell'80% delle azioni della società, a fronte del quale dovrà emettere nuove obbligazioni!!!! Fannie e Freddie gestiscono 5.200 miliardi di dollari pari ad un terzo del PIL americano, dunque i duecento miliardi di dollari iniettati dalla Fed rischiano solo di essere l'antipasto di un banchetto i cui costi saranno scaricati sulle spalle delle classi lavoratrici del pianeta (è evidente che l'acquisizione dei pacchetti di carta straccia è avvenuta da parte di tutti i paesi del mondo). Dunque siamo tutti sulla stessa barca? No in questi anni queste due società hanno usufruito di straordinarie agevolazioni fiscali pari agli utili realizzati che sono stati intascati dagli azionisti (parliamo di circa 240 miliardi di dollari), gli stessi che oggi scaricano sul bilancio pubblico americano il conto delle loro ruberie.

E' ovvio che per arrivare ad una simile follia occorreva che tutti lavorassero nella stessa direzione: governi e mondo della finanza in tutta la sua più ampia accezione. Infatti la Banca centrale americana, mentre si distribuivano mutui a pioggia ed il prezzo degli immobili raggiungeva quotazioni fuori dalla realtà, anzichè frenare procedeva ad una riduzione continua dei tassi d'interesse portandoli sino all'1%, per paura che il mercato dei mutui e degli immobili subissero una contrazione ed il gioco venisse scoperto. La politica dello struzzo lungi dal risolvere il problema lo ha ingigantito e spostandolo soltanto temporalmente.

Ma se il problema è solo americano, come asseriscono alcuni, perché crollano in borsa anche le banche europee? La risposta è semplice le interconnessioni tra la finanza americana ed europea sono molto più ramificate e complesse di quanto non si dica e le banche europee hanno acquistato grandi quantità di prodotti derivati.

Un ragionamento a parte meritano i fondi pensioni. Sia il Fonchim (chimici) che il Cometa (metalmeccanici) hanno in portafoglio obbligazioni Lehman Brothers per importi pari rispettivamente a 3.650.000 euro e 3.850.000. Se è vero che l'incidenza sul patrimonio è ancora bassa (0,2%-0,1%), è evidente che di fronte ad ulteriori fallimenti tale percentuale aumenterà con effetti nefasti sulle pensioni future dei lavoratori, che, dopo aver assistito al massacro della previdenza pubblica orchestrata dai vari governi succedutisi, oggi rischiano anche la previdenza integrativa. In buona sostanza non esiste più alcuna certezza per il posto di lavoro e per la pensione.

Ma una volta svelata la tecnica con il quale si sta compiendo la più grande truffa della storia ai danni del mondo del lavoro dipendente, nella sola Manhattan sono stati licenziati più di 100.000 lavoratori e lavoratrici bancari, non abbiamo ancora capito le ragioni profonde per cui siamo arrivati a questo punto e soprattutto perché l'economia è dominata dalla finanza. Seppur le dinamiche esposte sono complesse le ragioni sono molto semplici. Gli azionisti investono i propri capitali esclusivamente seguendo un principio: la massima valorizzazione del capitale. Normalmente, salvo casi di monopolio in settori come cardini come l'energia dove infatti i profitti sono superiori alla media, quando un settore merceologico realizza alti profitti i capitali si spostano immediatamente sino a che l'offerta diviene eccessiva rispetto alla domanda, i prezzi diminuiscono ed il livello dei profitti si adegua a quello degli altri settori di merci o servizi. Quando l'economia reale non riesce più a valorizzare i capitali in quanto i consumi scendono e la concorrenza internazionale è sempre più estesa ed agguerrita la finanza diviene una sorta di paradiso. Ma c'è un'altra particolarità nella finanza. Il meccanismo di livellamento dei profitti non funziona per una ragione molto semplice, la possibilità di vendita di prodotti finanziari è pressochè illimitata. Non esiste nessuna merce che ha un fatturato pari a 15 volte il PIL del mondo come nel caso dei soli prodotti derivati. Se a questo aggiungete governi e banche centrali ubbidienti pronti a fare politiche monetarie e fiscali che amplificano i profitti il gioco e fatto.

E' importante a questo punto comprendere quale debba essere l'atteggiamento dei lavoratori di fronte ad un evento di tale portata che avrà sicuramente ripercussioni pesantissime anche nell'economia reale. Dopo la crisi del '29 il PIL americano crollo del 30%. La gravità di questa crisi, per la portata delle masse monetarie in oggetto, per l'interconnessione di tutte l'economie del mondo, la Cina è il primo paese esposto con gli USA, e soprattutto per i legami indissolubili tra finanza ed economia reale alimentati dalla normativa emanata negli ultimi venti anni, sarà sicuramente maggiore di quella del '29. A cui segui la seconda guerra mondiale per una nuova spartizione del pianeta. I lavoratori e le lavoratrici debbono separare il proprio destino da quello degli attuali padroni del mondo, che con la loro avidità hanno compiuto la più grande rapina della storia dell'umanità (altro che tangentopoli) ed oggi vogliono far pagare a noi il conto.

Dobbiamo riprendere a lottare per una pensione pubblica e rimandare al mittente la legge del TFR nei fondi pensioni, dobbiamo chiedere intransigentemente l'aumento dei salari oltre l'inflazione e respingere senza esitazioni qualsiasi controriforma dei contratti nazionali che peggiori ulteriormente il nostro potere di acquisto, dobbiamo lottare affinchè si proceda alla nazionalizzazione di tutti i settori strategici del paese per ridurre l'impatto occupazionale derivante dalla crisi, nessun regalo di Alitalia a coloro che si presentano come i salvatori della patria dopo lo scempio che gli stessi hanno compiuto in Telecom dilapidandola, frazionandola e lasciandola con ben 43 miliardi di euro di debiti, occorre lavorare seriamente alla formazione di un vero sindacato internazionale che abbia la capacità di contrastare a livello globale l'azione nefasta delle banche centrali e dei governi liberisti che ci hanno portato a questa drammatica situazione, e per ultimo e non certo in ordine di importanza dobbiamo contrastare senza tregua qualsiasi spinta guerrafondaia tesa ad una nuova spartizione del pianeta.

STORIA DEI CROLLI

L'innovazione della Nuova Economia si è fatta sentire anche in Borsa. Le società che basano il loro business sulla NewEco (le cosiddette Hi-Tech e NetStock) hanno completamente stravolto i criteri di valutazione finanziari che si applicano alle società, e gli analisti ne hanno dovuti applicare dei nuovi per valutarle correttamente.

L'azzardo morale è presente anche in macroeconomia, laddove gli operatori economici possono sentirsi incentivati ad intraprendere comportamenti eccessivamente rischiosi se i costi associati ad un eventuale esito negativo sarebbero sostenuti dalla collettività. Ad esempio, una politica di intervento delle autorità per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti eccessivamente rischiosi, trattenendo per sè i benefici in caso di successo, o affidandosi a un intervento dello stato in caso di insuccesso.

Appendice:

I teorici delle CRISI economiche:

 Marx, Wicksell, Schumpeter, Keynes, Sraffa  

Le banche statunitensi in crisi: 

 Bear Stearns, Fannie Mae, Freddie Mac, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Morgan Stanley, First National Bank of Nevada First Heritage Bank e ora anche la Lehman Brothers. 

In grave crisi: l'Aig, la più grande compagnia di assicurazione del mondo,116 mila dipendenti.


 

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