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Venerdì 8
Ottobre 2008
Wall
Street, nuovo tonfo (-5,11%)
precipita anche Tokyo: -7%
Milano
-0,91%,
Francoforte
-,12%
Tokio
- 3,03%
Dati di Giovedì
9 ottobre 2008
21.04
Wall Street - Dow Jones - 9.000
18.29 Borse europee, bruciati altri
100 miliardi
Piazza
Affari -1,63%
Altri
dati dei giorni precedenti:
Wall Street - 7%,
Piazza Affari
- 1,8
Giappone
BOJ -10%
Hong Kong
- 7,7%
Singapore
-7%
Shanghai
-3,6%
Tokio
- 7,04

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Allarme dell'Fmi: "L'economia mondiale è sull'orlo di una recessione
"La situazione è seria, siamo sull'orlo di
una recessione globale!"
Si evince da questi dati che la crisi
è divenuta mondiale; il rischio che il crollo sia sistemico è forte.
Che vuol dire?
Per chi, come me, non è un esperto di
finanza e cerca solo di capire il proprio tempo, il significato è
evidente: il sistema capitalistico si è avvitato. Questo coinvolge
direttamente i cittadini, noi, i nostri figli, i nostri nipoti. Se
in teoria lo sapevamo, in pratica ci tremano le
vene e i polsi.
Cosa accadrà?
Non abbiamo la sfera di
cristallo. L'andamento borsistico ha carattere caotico (nel senso
della Teoria del
Caos), si presenta cioè con turbolenze inattese, il cui
sviluppo non è calcolabile in termini matematici.
Le ipotesi degli studiosi di questa
crisi variano, secondo le loro impostazioni, dall'ottimismo:
"basta cambiare le regole della finanza e il mercato si
riprenderà", alla cautela: "vedremo come la situazione
si svilupperà, l'intervento dei governi e delle banche centrali può correggere
la crisi", al pessimismo: "la crisi è di
sistema, non è solo dovuta a episodi come i mutui subprime o le
stok actions dei dirigenti. Non possiamo prevedere cosa
succederà"(vedi Giavazzi).
Dall'empireo delle
loro teorie accademiche gli intellettuali dell'economie analizzano la
crisi con distacco e freddezza, come appunto deve essere dei teorici, ma
le previsioni sulla società di cui nessuno ama parlare si annunciano
tremende:
- disoccupazione; persone senza casa;
fame...
Lo spettro della crisi del '29 ci
assale con le immagini in bianco e nero di famose opere
cinematografiche, i libri che la raccontano, le fotografie. Anche sul
paragone col '29 gli analisti si differenziano. Alcuni considerano la
presente più grave addirittura di quella storica, perché ci sarebbe un
coinvolgimento mondiale più complesso (i bassi costi della mano d'opera
dei paesi emergenti, ad esempio), altri affermano che le due crisi non
sono affatto paragonabili: gli strumenti odierni, essi dicono, - dalla
liquidità corretta con l'intervento dei governi (vedi USA, Giappone,
Italia, ecc.) alla nazionalizzazione vera e propria delle banche in
crisi (vedi Irlanda e Gran Bretagna, in parte USA, ecc.) - possono far
sperare in una ripresa entro tre anni e su basi nuove. Il capitalismo
non può crollare, alla fine si rinnova e risorge come la fenice
dalle proprie ceneri.
In questi giorni la preoccupazione
più importante sembra quella di tranquillizzare i risparmiatori: se hai
investito in banca (non in azioni naturalmente) su conti correnti e
obbligazioni di quella banca, "non temere, Berlusconi ti protegge,
non perderai un euro!"

Va bene, ma se invece tu non hai un
euro solo che ti avanza, perché stenti ad arrivare a fine mese, magari
ti devi indebitare con gli anziani genitori (che Dio li conservi!),
oppure sei disoccupato e non sai dove sbattere la testa per provvedere a
tua moglie-i tuoi figli, quella che chiamano famiglia e che
considerano un bene inestimabile?
E se, più fortunato, hai messo via la
liquidazione dopo anni di fatica, oppure quella improvvisa vincita al
lotto o i risparmi mensili tagliati a fatica dalla paga... se, mettiamo,
sei arrivato a 440 euro che volevi impiegare in un monolocale-al-
mare-con-mutuo, da lasciare ai tuoi figli... se, insomma, fai parte di
quel famoso cetomedio, che poi non hai mai capito da dove
comincia... cosa fai? che ne sai se la banca o l'assicurazione li ha
investiti nei prodotti di carta o in vere e proprie imprese? Tu, magari,
sei solo un insegnante e per fortuna ormai non sei più precario,
come puoi sapere dove sono andati a finire i tuoi sudatissimi risparmi.
Perchè la parola risparmiatore
non è mica chiara? Tu sei un risparmiatore, certo,
ma cosa hai da spartire cogli investimenti dei mafiosi o di certi
disonesti commercianti che in breve hanno costruito un palazzo vendendo
merce avariata?
Vorrei, comunque, che Bruno Vespa si
affannasse di meno sui risparmiatori e si occupasse altrettanto dei
cosiddetti poveri o di quelli che ancora non lo sono, poveri, ma presto
lo diverranno.
Che
si può fare?
Andare
in piazza...
Non
vi vergognate ad andare in piazza proprio ora?
Mi
sembra tardi, sia che si vada sia che non si vada, in piazza.
Mi
sembra che i lavoratori in questo momento non abbiano difese.
Da Marx in poi il
capitalismo è stato dichiarato un sistema instabile e anarchico, poco
controllabile perché legato a un fluire finanziario dai risultati
imprevedibili. Il sistema comunista, che per alcuni in teoria non aveva
crisi, perché semplicemente non aveva il mercato, ha avuto una crisi
definitiva: è fallito.
Per ora non sembrano esserci teorie
significative sulla società occidentale capitalistica che mostrino come
abolire le contraddizioni scaturite dalla crisi, come uscirne con
equilibrio.
A meno che non si prenda in
considerazione la cosiddetta
TERZA VIA
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Finanza islamica:
un'ottima risposta alla crisi delle borse mondiali
Crisi dell'economia
mondiale
e boom della finanza islamica. I sukuk, obbligzioni
compatibili con la shari'a resistono alla crisi. Anche in
Italia si guarda con interesse agli esperimenti di
Islamic finance
di Imane Barmaki
Le mille
e una notte raccontano la storia di un povero venditore di
vetro che sogna di diventare talmente ricco da poter dare
un calcio nel fondoschiena al Sultano e mentre il
venditore visualizza questo calcio distrugge le sue
mercanzie e il suo sogno svanì.
Da anni il liberalismo finanziario
dell’occidente si è basato sul sogno della ricchezza
realizzabile tramite prodotti finanziari ricercati e
rischiosi; sogno che ha portato al collasso del mercato
subprime negli Stati Uniti e la successiva crisi economica
mondiale. Quest’ultima è stata causata per la
maggior parte dal livello di credito spinto dal desiderio
del sistema di espandersi e dalla creazione di prodotti
finanziari pericolosi. A seguito, si sono verificate una mancanza
di fiducia nei rating di questi prodotti e in
generale, alla mancanza di fiducia nel mercato.
Nelle ultime settimane l'economia mondiale legata alla
finanza tradizionale è entrata in crisi a causa
dell'estendersi della crisi causata dalle collaterized
debt obligations, bond strutturati fortemente
contagiati da quote consistenti dei famigerati mutui
subprime, causa prima dei fallimenti a catena delle
istituzioni bancarie fino a ieri ritenute solidissime.
Paradossalmente a resistere meglio agli scossoni
della crisi non sono gli ultra sofisticati
prodotti di ingegneria finanziaria di produzione
occidentale, bensì gli islamic bonds, i sukuk,
prodotti obbligazioniari compatibili con la shari’a
molto meno sofisticati ma certamente più sicuri in quanto
rispettosi del principio che vieta di investire denaro in
imprese finanziarie legate ad eventi a carattere incerto.
La finanza islamica sta vivendo un vero e proprio boom.
Per essere precisi si sta ponendo come la nuova ricetta
contro il crollo dei mercati o meglio come la nuova
alternativa etica al capitalismo liberale dell’occidente
mostrando che l’Islam è compatibile con il libero
mercato (contrariamente a quanto formulato dai grandi
orientalisti occidentali del secolo scorso).
La finanza islamica è la vera “Terza Via”,
come è stata definita da molti economisti, poiché la
shari’a imponendo che tutte le parti di un accordo
rendano pubblici i rischi di un’operazione, elimina la
presenza di assimetrie informative che hanno contribuito a
far sfociare la crisi dei mutui subprime e ostacola la
speculazione valutaria che in passato ha destabilizzato
alcuni mercati emergenti.
L’industria bancaria italiana guarda con grande
attenzione alla finanza Islamica ma per il
momento, nel nostro paese non ci sono ancora banche con
sportelli o sussidiarie "Shari’a compliant",
anche in considerazione delle dimensioni ridotte della
comunità musulmana che vive e lavora in Italia, rispetto
per esempio a quelle di Francia e Germania.
In Italia ci sono circa 900 mila musulmani con 60/70 mila
imprese avviate da cittadini dei paesi arabi che dal
sistema del credito chiedono anche innovazione e non solo
la mera offerta di qualche prodotto finanziario.
Pur con una longeva tradizione bancaria, le banche stanno
stanno muovendo i primi passi solo oggi cercando esperti
di Shari'a.
La prima esperienza italiana è stata fatta dalla Cassa
di Risparmio di Fabriano e Cupramontana che nel luglio
2004 ha lanciato il primo deposito dedicato alla comunità
islamica, privo d'interessi, e il mutuo extragentile
strutturato come un leasing immobiliare. Nel 2000
il Monte Paschi di Siena ha stipulato un accordo con il
Centro Islamico Italiano per conti correnti agevolati per
i immigrati musulmani.
Attualmente gli stimoli e le opportunità offerte dal
mercato stanno orientando l’industria bancaria
verso questo segmento di operatività e in particolare
verso il comparto dell’investment banking, per
intercettare gli elevati flussi di liquidità provenienti
dai Paesi arabi.
(8 Ottobre 2008)
- Imane Barmaki, nata a
Casablanca in Marocco nel 1984, da genitori marocchini,
vive a Milano da dieci anni. Appassionata di
aerei (soprattutto per le Frecce Tricolori), studia
il fenomeno della finanza islamica e segue con attenzione
le nuove tendenze tra i giovani del mondo arabo.
dal sito 
informazioni sulla finanza islamica qui |
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la
visione di Francesco Giavazzi
CAPITALISMO E CICLI
Il fantasma delle regole
di Francesco Giavazzi
È opinione comune che la crisi finanziaria in corso sia colpa di regole del gioco inadeguate e di regolatori disattenti, soprattutto negli Stati Uniti. Molti si esercitano nel proporre nuove regole capaci di evitare il ripetersi di simili crisi.
Mi pare un'illusione. Le crisi finanziarie non sono una patologia del capitalismo: sono intrinseche al capitalismo. Pensare che sia possibile, grazie a regole migliori e a regolatori illuminati, eliminare il rischio, e quindi le crisi, è una sciocchezza. Il rischio è l'anima del capitalismo perché il mestiere dell'imprenditore e del banchiere è cercare occasioni rischiose e scommettere sulla propria capacità di vincere. Talvolta si vince, talvolta si perde. Spesso per vincere occorre costruire strategie che, pur non violando le regole, si insinuano fra le norme, fanno arbitraggi fra sistemi regolamentari diversi. Per ogni regola spesso esiste una strategia di investimento capace di aggirarla.
È vero che negli Stati Uniti la politica ha corrotto le regole, in particolare sottraendo alla Federal Reserve competenze sulla vigilanza delle banche di investimento. Ma la crisi sarebbe scoppiata lo stesso perché la costruzione di leve finanziarie elevatissime, anziché all'interno delle banche americane, sarebbe avvenuta altrove, in altri Paesi o attraverso strumenti diversi dalle banche come i fondi hedge
e con effetti analoghi. E d'altronde in Europa, dove ci vantiamo di avere una governance
migliore di quella americana, le banche non sono al riparo dalla crisi.
Regole perfette, capaci di eliminare le crisi non esistono: sono esistite solo nell'economia sovietica e si riducono ad una norma semplice, la proibizione della libera impresa. L'esperienza del secolo scorso dimostra che le economie di mercato, nonostante le loro crisi, sono luoghi migliori in cui vivere. E tanto migliori quanto più l'economia è libera.
Nonostante le crisi ricorrenti, le economie aperte crescono di più, innovano di più, creano più occasioni di lavoro. Negli ultimi vent'anni gli Stati Uniti sono cresciuti un punto all'anno più dell'Europa, un guadagno sufficiente per compensare il costo della crisi che non sarà lieve.
Se le crisi sono inevitabili, come si possono attenuarne gli effetti sull'economia? Innanzitutto proteggendo il risparmio di chi non vuole partecipare al gioco della finanza e tiene i soldi in banca: questo in Italia è garantito ancor più dopo il decreto del governo. Poi, imparare dalla storia e dalle crisi precedenti. Nel 1929 il mondo fu colpito da uno choc di dimensioni simili a quello odierno: come ha spiegato Alberto Alesina ( Sole-24Ore, 17 settembre) la ragione per cui quello choc si trasformò in una depressione che in alcuni Paesi trascinò con sé la democrazia fu una serie di gravi errori di politica economica: i dazi imposti dal Congresso americano, gli errori della Fed, regole sbagliate introdotte dal presidente Hoover.
Alla radice di questa crisi c'è la scarsa capitalizzazione del sistema finanziario. Per uscirne è necessario che nuovo capitale affluisca alle banche: se possibile dai loro azionisti, come è accaduto nei giorni scorsi in Unicredit, altrimenti, in via temporanea, dagli Stati. E poi evitare di riscrivere le regole del gioco sull'onda degli eventi. Ricordiamoci che uno dei fattori che hanno amplificato questa crisi sono le regole cosiddette di Basilea-2, disegnate per rendere più solide le banche.
09 ottobre 2008
torna alle considerazioni di
Mirella Floris |
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