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La Crisi si presenta come una Matrioska:
ci appare un aspetto d'insieme, dentro il quale si cela
un nuovo aspetto, che ne contiene un
altro... e così via.
Qui cerchiamo di osservare i volti della crisi in modo da averne una visione complessiva e nello stesso tempo profonda, come in una stratigrafia. |
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Il primo aspetto è quello finanziario: da tempo segnalato dalla sempre più bassa crescita economica, scoppiò improvvisamente, nel settembre 2008, con la crisi dei subprimes e il crollo della banca d'affari LEHMANN AND BROTHERS negli USA. Ma la crisi era mondiale e si diffuse rapidamente in tutto il mondo. Si comprese che i derivati (l'economia di carta) avevano drogato i mercati; si gridò allo scandalo dei bonus miliardari elargiti agli alti dirigenti; si disse che ci volevano regole nuove. La vendita delle azioni si paralizzò, i prestiti bancari pure. Si vide presto che la crisi era anche "reale", come si diceva allora, ossia che dalla finanza passava alla produzione e quindi al lavoro. Ne facemmo su questo sito un'analisi, documentata da articoli di economisti e di esperti. Potete vederla qui: http://www.mirellafloris.com/flash/flasharchivio.htm I governi, per scongiurare il crollo del sistema, hanno, in misura maggiore o minore, sostenuto le banche nella speranza di incoraggiare il credito e rimettere in moto l'economia. Le banche centrali hanno via via ridotto a zero il costo del danaro. Ma le regole non sono state cambiate! Le banche, dopo il primo periodo di "panico", si sono rimesse a produrre e a scambiare derivati preparando, a quanto dicono gli esperti, altre bolle speculative con conseguenti future crisi (è di venerdì 8 gennaio 2009 una nuove caduta delle borse!)
Il secondo aspetto è quello detto economia reale (*), cioè quello delle imprese, della produzione delle merci e dei servizi. Presto la crisi si è manifestata in questo ambito, a causa del rallentamento del credito alle industrie da parte degli istituti bancari. Peliamo delle piccole imprese, naturalmente, quelle cioè che, specialmente in Italia, hanno maggior bisogno di credito. E' anche accaduto - ed accade - che non vengano pagate le merci già vendute istallando un processo di indebitamento a catena, che le banche non sbloccano. La chiusura, dunque, di fabbriche in settori diversi della produzione ha lasciato una scia di sofferenze industriali. A ciò si associa la concorrenza internazionale con l'insediamento in Italia di imprese, come nel tessile soprattutto cinesi. Il mancato controllo lascia fiorire il lavoro nero, a volte quasi schiavistico. Il fenomeno che dura da qualche anno ha creato sofferenza di settori come quello dei divani in Emilia o delle stoffe a Prato, che sembrano ormai irreversibili. Anche le grandi produzioni, come quella delle automobili in Sicilia o dell'alluminio in Sardegna, vengono dismesse creando migliaia di disoccupati.
In questo modo si è sviluppata una crisi sociale di proporzioni crescenti con conseguente disagio sociale sempre più ampio, del quale i media parlano poco.
"Scompare, nei nostri media, la realtà sociale del lavoro. L’analisi dell’Osservatorio di Pavia ci restituisce l’immagine di un paese in balia di un’informazione distorta." Stime fornite dalla Banca d’Italia considera il tasso di disoccupazione «reale» superiore al 10%: 2.600.000 persone. Mentre l'OCSE nel 2009 prevedeva che la disoccupazione in Italia avrebbe raggiunto nel 2010 l’8,5%. (Mondo-finanza) In questo calcolo manca il numero dei lavoratori che Bankitalia definisce "scoraggiati", cioè che non sono occupati o sono in cassa integrazione, ma non cercano più lavoro sapendo che non ce n'è.
Non tutti i nomi delle fabbriche chiuse o in pericolo di chiusura non sono sempre noti. Qui ne citiamo alcuni, tratti dai titoli di certi giornali o da siti specialistici, dei quali si parla dagli ultimi mesi del 2009 ad oggi: Napoli: licenziati salgono su Maschio Angioino Ascoli: sei lavoratori Novico chiusi in fabbrica per protesta Potenza: Lasme Melfi, operai ancora sul tetto Imola: operaio Cnh in sciopero della fame ad oltranza Roma: torna la protesta delle guardie giurate per non parlare della recente lotta dei dipendenti FIAT a TERMIN I IMERESE o della ALCOA in Sardegna, oppure della Maflow di Trezzano (Milano) A questo vanno aggiunti i migliaia di precari (ad esempio dei coll center). Dappertutto i lavoratori sono in crisi: cassa integrazione (fino a quando?) licenziamenti.,.. incertezza assoluta del futuro. Nonostante le rassicuranti, ma false, dichiarazioni del Governo, la crisi sociale avanza. Che fare? Come arginare la crisi che avanza? Si leggono da tempo affermazioni del genere: "... sul merito e sull’innovazione... un deciso e coraggioso cambio di paradigma ." "... l’istruzione e la ricerca, il riconoscimento del merito ... per non avere effetti catastrofici sul nostro futuro sviluppo " "... un nuovo modello di crescita sociale... un cambio di valori e di priorità, " Altri affermano che: È una crisi di sistema, una crisi di trasformazione. Si chiude un’era e, se sapremo sfruttare questo momento, se ne aprirà un’altra. Con un nuovo modello economico. Mon si vede il COME, tuttavia. Gli stessi uomini, con la stessa concezione del mondo, restano nei gangli chiave dell'economia e del potere. Una specie di fatalismo sembra paralizzare quelli che potrebbero forse intervenire a mettere gli argini. Oppure forse occorre, come in altri periodi della storia, una rivoluzione vera e propria, della quale per ora non si vedono le linee.
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| (*).http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20091121025737AAZw9b1
(**) http://www.economia.uniroma1.it/documenti/stato_sociale_2010.pdf Tra i tanti siti di analisi o di discussione ne propongo due: http://iniziative.forumpa.it/page/41947/la-crisi-e-poi-il-tema-di-forum-pa-2010 http://www.terrafutura.it/index.php?option=com_content&task=view&id=431&Itemid=41 |
