d i b a t t i t i
Contro
la crisi
Decrescita e reimpostazione
dei desideri
di Marina Torossi Tevini
|
Scrive Serge Latouche nel “Breve trattato della decrescita intelligente”: “Il trenta per cento della carne dei supermercati va direttamente nella spazzatura… Un’auto è vecchia dopo tre anni, un computer peggio ancora… Viviamo di acque minerali che vengono da lontanissimo, in mezzo a sprechi energetici demenziali… così dopo quarant’anni di sciupii e di sciali stiamo cominciando a pensare che i nodi verranno al pettine oppure preferiamo non pensarci e continuiamo a danzare sull’abisso. La festa sta per finire e ai nostri fianchi preme un mondo in velocissima trasformazione, l’impatto sarà difficilmente ammortizzabile e noi dovremo rinunciare a molti dei nostri privilegi. A quel punto ci renderemo conto che i lamenti di oggi erano immotivati”. Indubbiamente. Abbiamo scambiato per bisogni i nostri desideri. E se cediamo ai nostri desideri non saremo mai felici. “Se vuoi che un uomo sia felice non aumentare le sue ricchezze ma diminuisci i suoi desideri” dicevano all’unisono i saggi del mondo classico e aggiungevano che per vivere bene è necessario in primo luogo distinguere tra desideri essenziali, che sono pochi e riguardano la sopravvivenza e vanno soddisfatti, e desideri non essenziali che vanno contrastati energicamente per non cadere in balia di un meccanismo perverso di insaziabilità e di infelicità. Anche Buddha predicò lo stesso: la temperanza, la morigeratezza, la capacità di staccarsi dai desideri terreni. Qualsiasi religione o saggezza umana lo suggerisce, e anche alla luce della ragione dovrebbe sembrare logico e sacrosanto. Eppure
la nostra società fa l’esatto contrario: provoca artificialmente
desideri. E così i nostri tempi vivono all’insegna di sprechi e
paure. In
questo tempo si parla spesso di crisi economica, di famiglie in
difficoltà e di stipendi troppo bassi. Certo, esistono sacche profonde
di povertà anche nella nostra società opulenta. (E se allarghiamo
lo sguardo ci rendiamo conto che il mondo è seduto su una polveriera a
tempo e che le prime avvisaglie di una possibile terribile
conflagrazione sono già sotto i nostri occhi) Una decrescita intelligente potrebbe essere una soluzione, ma temo che non sarà adottata. L’uomo non è un essere razionale, o perlomeno dobbiamo ammettere che in passato non ha mai fatto delle scelte assennate. Si è trovato all’improvviso a fine corsa e sono scoppiate guerre e quant’altro. Poi ha ripreso il suo cammino. Nel nostro mondo abbiamo un imperativo che sembra non si possa contraddire. L’economia deve girare. Magari a vuoto. Ma questo tipo di economia, se fa il bene delle Corporation e dei grandi colossi bancari, non fa certo il bene dei singoli individui. “Il danaro non è un valore” ha giustamente argomentato Claudio Magris al Mittelfest e ha aggiunto che lo è solo nella misura in cui consente all’uomo di essere sollevato dai bisogni più elementari e così occuparsi di ciò che contraddistingue l’uomo. I veri valori. Lo spirito. Un richiamo autorevole in un mondo che ritiene l’economia l’unica dimensione al pensiero che ha attraversato i secoli partendo dai filosofi greci che sostenevano che per vivere bene è necessario distinguere tra desideri essenziali e desideri non essenziali (che vanno contrastati energicamente). La nostra società invece provoca artificialmente desideri, consuma il nostro tempo e si basa su un’economia che non potrebbe reggersi se gli uomini non fossero diventati dei poveri consumatori infelici e sciocchi che si sentono frustrati se non possiedono quello che la società ritiene debbano possedere. Boicottare quello che la società vuol farci fare e fare solo quello che realmente vogliamo sarebbe un’elementare buona soluzione. O no? |