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L’ISOLA DEGLI ULTIMI
Vi sono sventurati Paesi che soffrono di una pericolosa
contraddizione. Per la loro posizione geografica
suscitano l’interesse delle grandi potenze e diventano
rapidamente una posta nel gioco delle loro rivalità e
delle loro ambizioni. Ma sono troppo piccoli e fragili
per valorizzare questo patrimonio naturale a proprio
vantaggio. Haiti, colpita ieri da un terremoto disastroso
con migliaia di vittime (la foto che pubblichiamo è
l’emblema di un dolore che ci commuove), appartiene
a questa infelice categoria. Collocata a metà strada fra
Cuba a Puerto Rico, l’isola divenne sin dal Seicento un
crocevia di pirati e un buon approdo per le flotte delle
due potenze, la Spagna e la Francia, che si
disputavano in quel momento il controllo dei Caraibi.
Qualche avventuroso colono europeo creò le prime
fattorie agricole e importò schiavi per la lavorazione
del tabacco, del caffè e dello zucchero. Amministrata
per una parte dalla corona francese e per l’altra dalla
corona spagnola, l’isola divenne molto ricca, ma
presentò subito una caratteristica sociale e
demografica che avrebbe pesato lungamente sul suo
sviluppo: una piccola élite di proprietari bianchi,
spesso spregiudicati e rapaci, una grande massa di
schiavi neri importati dall’Africa e, con il passare del
tempo, una fascia intermedia di mulatti che potevano
essere in qualche caso peggiori dei padroni bianchi.
Era troppo eterogenea e socialmente squilibrata per
diventare uno Stato e troppo appetitosa per essere
lasciata in pace. Questo miscuglio ebbe tuttavia
l’effetto di produrre una sorta di copia caraibica della
rivoluzione francese. Vi fu una insurrezione degli
schiavi nel 1791 e la Convenzione di Parigi rispose a
quell’avvenimento con un gesto generoso e illuminato:
la soppressione della schiavitù. Apparve sulla scena di
lì a poco un «liberatore», François Dominique
Toussaint Louverture, un Danton nero che cercò di
sfruttare le rivalità franco-spagnola e anglo- francese
per consolidare il proprio potere. Il suo nome divenne
molto popolare in Europa e sembrò dimostrare che il
messaggio rivoluzionario di Parigi aveva una risonanza
universale. Le stampe che lo ritraggono in
atteggiamenti rivoluzionari e vestito degli stessi abiti
indossati allora dai giacobini di Parigi, ebbero una
grande diffusione in tutta l’Europa. Un suo discorso
sull’esistenza di Dio veniva ancora letto e studiato,
sino a qualche decennio fa, nelle scuole americane. Ma
negli anni seguenti l’isola, oltre a essere contesa dalle
grandi potenze, ebbe la sventura di precipitare in una
spirale di guerre civili. I proprietari bianchi furono
espropriati e le terre furono distribuite agli schiavi
liberati. Ma al conflitto tra i neri e i bianchi subentrò
quello tra i neri e i mulatti.
di SERGIO ROMANO
14 gennaio 2010
|
dal
Corriere della Sera



da ANSA

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