GAZA: prigione a cielo aperto

 

N O T E 

Striscia di Gaza

superficie: 360 kmq  

popolazione: 1.400.000  

densità: 4117 ab/km²

governo: dalla battaglia di Gaza del 2007 il governo della striscia è oggi nelle mani dell'organizzazione palestinese Hamas.

 La Palestinsa non è riconosciuta internazionalmente come uno Stato sovrano.

Gli abitanti sono spesso rifugiati:

« I rifugiati palestinesi sono persone il cui normale luogo di residenza era palestinese tra il giugno 1946 e il maggio 1948, che hanno perso tanto le loro abitazioni quanto i loro mezzi di sussistenza come risultato della Guerra arabo-israeliana del 1948.  

Intervista a Renato Raffaele Martino

ISRAELE/ Card. Martino: raccogliamo i
frutti dell’egoismo. L’unica speranza è il
dialogo
INT.
Renato Raffaele Martino

mercoledì 7 gennaio 2009


Mentre il conflitto tra Israele e Hamas
va avanti con rinnovata ostilità, il Papa
è tornato ad invocare il dialogo come
unica strada possibile per costruire la
pace in Terra Santa. Secondo il
cardinale Renato Raffaele Martino,
presidente del Pontificio Consiglio per la
Giustizia e la Pace, la soluzione più
ragionevole rimane quella del dialogo
tra israeliani e palestinesi. Essi sono
fratelli, figli della stessa terra.
Purtroppo «nessuno vede l’interesse
dell’altro. Ma le conseguenze
dell’egoismo sono l’odio per l’altro, la
povertà e l’ingiustizia. E a pagare sono
sempre le popolazioni inermi.
Impariamo dall’Iraq».


Eminenza, nella sua omelia del 1°
gennaio Benedetto XVI ha affermato
che la vera pace è “opera della
giustizia” e che «anche la violenza,
l’odio e la sfiducia sono forme di
povertà – forse le più tremende – da
combattere». Perché il dialogo è l’unica
condizione della pace?

L’alternativa al dialogo è solamente il
ricorso alla forza e alla violenza. Ma la
violenza non risolve i problemi e la
storia è piena di conferme. L’ultimo
esempio è quello della guerra in Iraq.
Cosa ha risolto? Ha complicato le cose.
La diplomazia della Santa Sede sapeva
bene Saddam era pronto ad accettare le
richieste delle Nazioni Unite. Ma non si è
voluto aspettare. In Terra Santa
vediamo un eccidio continuo dove la
stragrande maggioranza non c’entra
nulla ma paga l’odio di pochi con la vita.
Abbiamo appena celebrato i trent’anni
della mediazione tra Cile e Argentina, di
cui la Santa sede a suo tempo fu
grande promotrice. Quello è stato un
frutto del dialogo.


Che cosa manca nello scenario
mediorientale per intraprendere la
strada del dialogo?

Un senso più acuto della dignità
dell’uomo. Nessuno vede l’interesse
dell’altro, ma solamente il proprio. Ma le
conseguenze dell’egoismo sono l’odio
per l’altro, la povertà e l’ingiustizia. A
pagare sono sempre le popolazioni
inermi. Guardiamo le condizioni di Gaza:
assomiglia sempre più ad un grande
campo di concentramento.


Eminenza, durante l’Assemblea plenaria
del Consiglio Giustizia e Pace,
commentando la Populorum progressio,
Lei affermò «non c’è sviluppo senza un
disegno su di noi e senza noi come
disegno»; e che per questo lo sviluppo
non è «qualcosa di facoltativo, ma un
dovere da assumere». Alla luce degli
ultimi avvenimenti che compiti impone
questa considerazione?


Abbiamo appena celebrato i
quarant’anni della stupenda enciclica di
Paolo VI Populorum progressio, dove
Paolo VI ha detto che “lo sviluppo è il
nuovo nome della pace”
. Benedetto XVI
non ha mancato di richiamarlo nel suo
Messaggio per la celebrazione della
giornata mondiale della pace. Se si
vuole costruire la pace occorre favorire
lo sviluppo, non solo lo sviluppo dei
paesi ma quello personale, di ogni
uomo. La stessa assistenza alle nazioni
in via di sviluppo non può essere
un’elemosina, ma dev’essere un
partenariato, un aiuto a far divenire
tutti protagonisti del proprio sviluppo.
Solo così l’aiuto a tutti può diventare
aiuto allo sviluppo di ciascuno. Questo
vale naturalmente anche e soprattutto
per il Medio Oriente.


Come interroga la coscienza di un
cristiano quello che accade in Terra
Santa? Come mai questa terra, molto
più di altre, appare lontana dalla pace e
ogni tentativo di raggiungerla sembra
frustrato in partenza?


Non siamo solamente noi cristiani a
chiamarla Terra Santa, ma anche ebrei
e i musulmani. E sembra una disdetta
che proprio questa terra debba essere il
teatro di tanto sangue. Ma occorre una
volontà da tutte e due le parti, perché
tutte e due sono colpevoli. Israeliani e
palestinesi sono figli della stessa terra e
bisogna separarli, come si farebbe con
due fratelli. Ma questa è una categoria
che il “mondo”, purtroppo, non
comprende. Se non riescono a mettersi
d’accordo, allora qualcun altro deve
sentire il dovere di farlo. Il mondo non
può stare a guardare
senza far nulla.


Nonostante le continue esortazioni delle
diplomazie, prevale una sensazione
generalizzata di impotenza.

Si mandano missioni di pace in tutto il
mondo, lì si sono fatte tante proposte
ma i veti hanno sempre prevalso. Ora
ho sentito che anche il presidente Bush
ha cominciato a pensare che forse una
missione di pace sarebbe auspicabile.
Per cominciare sarebbe una misura
efficace. Se venisse la pace tra
palestinesi e israeliani, sarebbe un
beneficio inestimabile per tutto il Medio
oriente.



Quale compito spetta ai cristiani in
quella terra martoriata?

Testimoniare la loro unità. In tutto il
Medio Oriente i cristiani stanno
perdendo la speranza e hanno
cominciato ad andarsene, soprattutto
dall’Iraq. Quando ero a New York, alle
Nazioni Unite, ho incontrato moltissimi
rifugiati negli Usa che mi dicevano: che
futuro potevo io assicurare ai miei figli?
È un grido di dolore al quale è difficile
dare una risposta. Lo può fare solo la
speranza che viene dalla fede. Ma al
mondo questo non importa e sta a
guardare.


I cristiani, ai quali quella terra
appartiene al pari di ebrei e musulmani,
pagano un prezzo alto ma silenzioso.
Perché?

Ogni anno sono troppi i sacerdoti, i
religiosi e le religiose, i missionari, i laici
che perdono la vita nell’esercizio della
missione più cristiana di tutte, quella di
aiutare i sofferenti e i bisognosi. Perché
i cristiani alla fine soffrono più degli
altri? Per l’apertura del cristianesimo a
considerare tutti come fratelli, mentre
l’estremismo islamico non ammette né
conversioni né altra religione che la
propria. E questo è fonte di inimicizie e
violenza.

(grassetti miei)

da:
http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=10714

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