V O C I su e da GAZA 

S o m m a r i o:

Scheda geografico-politica

Nota di Antonietta Benagiano

Africa e Mediterraneo n.24 

FERMATEVI SUBITO, FERMIAMOCI TUTTI!


 

SCHEDA da

 

 

ISRAELE                       PALESTINA

 

 

Ordinamento politico: Repubblica parlamentare

Capitale: Gerusalemme (autoproclamata da Israele e Palestina), ma Ramallah per l'Anp e Tel Aviv per Israele

Superficie: 20700 kmq (un po' meno della Toscana)

Popolazione: 5.643.500 (80,1 % ebrei, 19,9% arabi)  
Lingue: ebraico e arabo

Religione: ebraica 78,1 %, musulmani 15,1%, cristiani 2,1%

Alfabetizzazione: 95.4% della popolazione (Italia: 98%)

Mortalità infantile: 5,9 per mille  (Italia: 5,7 per mille)
Speranza di vita: 77 M, 81F  (Italia: 76 M, 82 F)

Popolazione sotto la soglia di povertà: 18 % della popolazione 
Prodotti esportati: software, armamenti, taglio dei diamanti, prodotti agricoli, prodotti tessili e chimici
Debito estero: 53 miliardi di euro
Spese militari: 9,2 % del PIL (Italia: 1,6%) 

 

n.b. tutti i dati si riferiscono solo a Israele in quanto la Palestina è un Paese occupato militarmente e questo rende difficile avere delle stime certe.

 

Notizie storico-politicha e altro in:

http://it.peacereporter.net/mappamondo/paese/46

 

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 NOTA di

Antonietta Benagiano

 

Poteva il mondo occidentale, con un'altra colpa, attenuare il senso di colpa per le plurisecolari persecuzioni antisemite, culminate nel progetto hitleriano? Non fu dissennatezza ritenere la Palestina "terra senza popolo"?

Un'idea, quella di dividerla, nata nel 1937, e già nel '40 provocò la prima azione terroristica, il sabotaggio, ad opera di ebrei che volevavano alimentare l'odio antiarabo e antibritannico, di una nave carica di ebrei. E per giunta, come rappresaglia, il villaggio arabo di Deir Yassin distrutto poco dopo. Seguiranno nel '42 l'uccisione di un ministro inglese al Cairo e nel '44 la bomba in un albergo di Gerusalemme.

Era chiaro: gli Ebrei volevano uno Stato esteso per tutta la Palestina. 

Nel '47, a guerra già finita, gl'Inglesi annunciarono l'abbandono della Palestina. 

Sono solitamente i filosofi ad essere lungimiranti:

l'ebreo Jabotinskj, interrogandosi sui Palestinesi, previde un percorso di violenza; Buber, altro ebreo, ammonì apertamente che l'accordo andava cercato nella stessa Palestina, non fuori di essa, brigando con gli altri Stati.

Il '48 sancì l'esistenza effettiva di un solo Stato, non di due Stati. Che cosa avrebbero prodotto il milione circa di palestinesi fuggiti o cacciati dalle loro terre?

Il Conte Folke Bernadotte di Svezia, molto stimato come diplomatico anche per la sua umanità, venne dall'Onu inviato in Palestina.

Questa la sua linea da seguire: aggiustamenti territoriali ai confini, limitazione della immigrazione ebraica, ritorno alle proprie case dei palestinesi "vittime innocenti del conflitto... radicati nelle terre per secoli".

Lo stimatissimo Folke Bernadotte pagò con la vita l'annuncio di una soluzione che avrebbe, se fosse stata accolta, prodotto per tutti un futuro 'altro', forse meno drammatico: la banda Stern provvide ad assassinarlo.

Così i 160 mila palestinesi rimasti furono sottoposti a regime militare, le loro terre confiscate; gli altri, i profughi, divennero combattenti con la forza della disperazione, micce facili da usare. 

Cominciarono a stravolgersi le condizioni dei confinanti, di uno stato come il Libano, dove dieci etnie e quindici religioni diverse sino all'avvento degli anni '70 sapevano vivere in armonia.

Tante le stragi; continuano con ferocia.

E' difficile arrestare un percorso che ha avuto inizio con ingiustizia, sopraffazione e violenza.

Quanta effettiva buona volontà di pace esiste nell'uomo a tutte le latitudini? 

 

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dal WEB

Africa e Mediterraneo n.24 


Israele-Palestina: la pace possibile


Cinquant’anni fa, dopo gli orrori dell’Olocausto in Europa, nasceva in
Medio Oriente, in Palestina, il nuovo stato di Israele, concretizzazione del
sogno sionista di creare un’entità che divenisse polo di riferimento e
possibile rifugio degli ebrei dispersi nella Diaspora. La proclamazione dello
stato d’Israele, nonostante il sostegno delle grandi potenze, fu tuttavia
immediatamente seguita dal conflitto con i paesi arabi vicini, da espulsioni
di massa dei palestinesi, dall’avvio della resistenza delle stesse
popolazioni palestinesi e dall’apertura di un ciclo conflittuale segnato da
numerose tappe: dalla crisi sulla nazionalizzazione del Canale di Suez nel 1956, alla guerra del 1967, risultata nell’occupazione israeliana dei
territori palestinesi di Cisgiordania e Gaza, del Sinai egiziano e delle alture
del
Golan siriano, alla guerra arabo-israeliana del 1973, all’invasione del Libano nel 1982. Un conflitto che si è riprodotto con altrettanta virulenza
anche nei territori palestinesi occupati, con la resistenza guidata dall’OLP e
culminata nell’intifada. L’intifada rappresenta probabilmente un punto di
svolta decisivo nella tormentata vicenda del conflitto arabo-israeliano
riportando lo scontro e il confronto nel cuore stesso di Israele e della Palestina, e in qualche modo “liberandolo” dai pesanti condizionamenti e
dai giochi di potere delle dirigenze dei regimi arabi. Ma trasforma anche il
conflitto da guerra tra stati a scontro e violenza interna, mutando
radicalmente i termini stessi di quella questione della “sicurezza da
sempre al centro delle preoccupazioni (e delle ossessioni) dello stato
israeliano. La Guerra del Golfo, con la minaccia dei missili irakeni,
contribuirà d’altra parte a evidenziare ancora di più che la tutela della
sicurezza di Israele non poteva più essere affidata a una semplice difesa
territoriale e dei confini, o a una pura opera di repressione della resistenza
palestinese. (continua
in: http://www.africaemediterraneo.it/rivista/edi_2_98.pdf )

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28 dicembre 2008


Quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice". P. Manauel Musallam, parroco a Gaza, 27 dicembre 2008
Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia di Gaza e sul territorio israeliano adiacente.
A voi, capi politici e militari israeliani,
chiediamo di considerare che insieme ai ‘miliziani’ di Hamas state colpendo, uccidendo e ferendo centinaia di civili palestinesi. Non potete non averlo calcolato. Non potete non sapere che a Gaza non esistono obiettivi da mirare chirurgicamente. Non potete non aver messo in conto che da troppo tempo è la popolazione di Gaza a vivere sotto embargo, senza corrente elettrica, senza cibo, senza medicine, senza possibilità di fuga. Le vostre crudeli operazioni di guerra compiono opera di morte su donne, bambini e uomini che non possono scappare né curarsi e sopravvivere, essendo strapieni gli ospedali e vuoti i forni del pane. Ascoltate i vostri stessi concittadini che operano nelle organizzazioni israeliane per la pace: “Siamo responsabili della disperazione di un popolo sotto assedio. Hamas da settimane aveva dichiarato che sarebbe stato possibile ripristinare la tregua a condizione che Israele riaprisse le frontiere e permettesse agli aiuti umanitari di entrare. Il governo d'Israele ha scelto consapevolmente di ignorare le dichiarazioni di Hamas e ha cinicamente scelto, per fini elettorali, la strada della guerra”.
FERMATEVI SUBITO!
A voi, capi di Hamas, 
chiediamo di considerare che i vostri razzi artigianali lanciati verso le cittadine israeliane poste sul confine, sono strumenti ulteriori di distruzione e, per fortuna raramente, di morte, e creano inutilmente paura e tensione tra i civili. Sono una assurda e folle reazione all'oppressione subita, che si presta come alibi per un’aggressione illegale. Se foste più potenti, capi di Hamas, vorreste forse raggiungere i livelli di distruzione dei vostri nemici? E non essendolo, a che scopo creare panico, odio e desiderio di vendetta nei civili israeliani che vivono a fianco alla vostra terra? Quali strategie di desolazione, disumane e inefficaci, state perseguendo? 
FERMATEVI SUBITO!
E noi donne e uomini che apparteniamo alla ‘società civile’,
FERMIAMOCI TUTTI!
Sostiamo almeno un minuto accanto a tutti i civili che soffrono. Alle centinaia di ammazzati palestinesi, che per noi non avranno mai nome e volto, come alla vittima israeliana. Alle centinaia di feriti palestinesi e ai fortunatamente pochi feriti israeliani. A chi ha perso la casa. A chi non può curarsi. 
E poi, tutti insieme, alziamo la voce: non è questa la strada che porterà Israele a vivere in pace e sicurezza. Non è questa la strada che porterà i palestinesi a vivere con dignità in uno Stato senza più occupazione militare, libero e sovrano.
I media italiani in questi giorni hanno purtroppo mascherato una folle e premeditata aggressione -e soprattutto l'insopportabile contesto di un assedio da parte di Israele che per mesi ha ridotto alla fame un milione e mezzo di persone- scegliendo accuratamente alcuni termini ed evitandone altri.
La maggior parte dei quotidiani e telegiornali hanno affermato che “è stato Hamas a rompere la tregua”. Invece il 19 dicembre è semplicemente scaduta una tregua della durata concordata di sei mesi. L'accordo comprendeva: Il cessate-il-fuoco, la sua estensione nel giro di qualche mese alla Cisgiordania e la fine del blocco di Gaza. Questi impegni non sono stati rispettati da Israele (25 palestinesi uccisi solo dalla firma dell'accordo) e quindi Hamas non l'ha rinnovato. Ancor più precisamente, già ai primi di novembre, Israele aveva rotto la tregua con una serie di attacchi a Gaza uccidendo altri 6 palestinesi. 
Aiutiamoci allora a valutare criticamente le analisi spesso falsate dei media per dare maggior forza ad altre voci diventate grida: Solo poche ore fa, proprio a Gaza, il Patriarca di Gerusalemme celebrava la Messa di Natale riprendendo il suo Messaggio natalizio:“Siamo stanchi. La pace è un diritto per tutti. Siamo in apprensione per l'ingiusta chiusura imposta a Gaza e a centinaia di migliaia di innocenti. Siamo riconoscenti a tutti gli uomini di buona volontà che non risparmiano sforzi per spezzare questo blocco.”
La strada intrapresa invece, lastricata di sangue e macerie, condurrà la gente qualsiasi al macello. E i suoi capi alla sconfitta. In primo luogo alla sconfitta umana.

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Una brutale violazione dei diritti umani nella Striscia

Intervista di Francesco Semprini

La Stampa, 2 gennaio 2009  

«L’aggressività di Israele nei miei confronti dimostra la volontà dello Stato ebraico di impedire alla comunità internazionale di sapere che cosa sta succedendo a Gaza». Il relatore speciale per i diritti umani dell’Onu, Richard Falk, fermato e cacciato qualche settimana fa da Israele, nonostante le credenziali del Palazzo di Vetro, dice: «Mi hanno impedito di denunciare la grave violazione dei diritti umani nei territori occupati. E le conseguenze le paga la popolazione civile palestinese». Ma Israele non si sta difendendo? «La risposta di Israele ai presunti attacchi di Hamas non è giustificabile. Il rapporto tra le vittime israeliane e quelle palestinesi è assolutamente sproporzionato. Da parte di Gerusalemme c’è stata un’aggressione che ha portato a una serie sconvolgente di atrocità compiute con armi moderne contro una popolazione inerme, che già sopporta da mesi un duro embargo». Perché, parlando degli attacchi, usa la parola «presunti»? «Perché non si capisce quale sia il legame tra la Jihad e il movimento palestinese».

Vuol dire che ci sono infiltrazioni terroristiche che Hamas non controlla? «Hamas era pronto a rinnovare il cessate il fuoco. Israele ha ignorato questa ipotesi e ha continuato l’opera di taglieggiamento degli aiuti umanitari, provocando una risposta con i lanci di razzi. Sospetto che la responsabilità di questi tiri non sia di Hamas ma di elementi fuori controllo della Jihad. Il problema è capire che legame c’è tra la Jihad islamica e Hamas. Di fatto Israele ne ha approfittato per condurre un attacco che rappresenta una violazione degli accordi di Ginevra, e il bilancio delle vittime civili lo dimostra». Crede che ci sia un legame tra ciò che è successo a lei due settimane fa e la guerra in atto? «Non penso che ci sia un legame diretto. Ma sicuramente il fatto che mi sia stato impedito di entrare a Gaza e l’essere stato trattenuto all’aeroporto Ben Gurion per venti ore e poi rispedito a casa fa parte di una strategia di Israele volta a impedire alla comunità internazionale di conoscere cosa sta succedendo a Gaza». Che cosa è successo quel pomeriggio di metà dicembre? «Arrivato alla dogana di Tel Aviv, un funzionario del ministero degli Interni israeliano mi ha detto che la mia visita non era gradita, nonostante avessi un mandato dell’Onu. Era una direttiva del ministro degli Esteri, sono stato portato in un ufficio dove vengono radunate le persone da deportare. Ero con altri cinque uomini. La mattina seguente sono stato imbarcato su un aereo per gli Stati Uniti». Lei ritiene che Israele stia nascondendo qualcosa? «Vuole evitare che la comunità internazionale conosca le violazioni dei diritti umani e teme le ripercussioni che queste rivelazioni potrebbero avere dal punto di vista mediatico». Qual è la situazione a Gaza adesso? «Disperata. Il 46 per cento dei bambini soffre di polmonite dovuta alle polveri dei bombardamenti e l’80 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno». Quello che le è successo era mirato? «Direi che mi hanno riservato un trattamento speciale, probabilmente per il mio passato. Ma di fatto è la prima volta che hanno adottato una misura di questo genere con un inviato in possesso di un mandato conferito dall’Onu». Qual è l’obiettivo di Israele? «Demolire l’ambizione di Hamas di rappresentare il popolo palestinese e impedire la lotta contro l’occupazione dei territori. In secondo luogo Israele vuole indebolire le ambizioni dei movimenti integralisti a Gaza e in Cisgiordania. Di fatto è un comportamento inaccettabile dal punto di vista dei diritti umani e delle leggi internazionali». La nuova Amministrazione americana potrà cambiare le cose? «Non sono ottimista. L’orientamento in questo Paese, e soprattutto di Washington, è così incondizionatamente a favore di Israele da rendere difficile anche per un governo più liberal come quello di Obama di mettere in discussione la politica di Israele». Si sente di mandare un messaggio allo Stato ebraico? «Vorrei che il governo israeliano riconoscesse che la sua politica a Gaza non ha nulla a che fare con la sicurezza e che sarebbe giusto cambiare l’approccio sull’occupazione della Palestina. Trovare una soluzione a un conflitto che per sei decenni ha visto Israele invadere e ha devastato la popolazione palestinese. E’ questo il mito che infiamma i fondamentalismi e alimenta il terrorismo». Proverà a tornare a Gaza? «Il problema non è se io torno a Gaza, ma è come convincere Israele a cooperare».

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