Immagine nella tabella:

LUIGI GIPOLLONE Busto femminile bifronte 1983 cm 33x20

sullo sfondo: Il mercato delle schiave -  

riproduzione di Candido Autrero da Jean Leon Jerome 1844 

 

La doppia faccia del Mercato 

 

Una che crea benessere, l'altra che affama il popolo. 

Così a prima vista si presenta oggi il Mercato. 

 

I fautori del libero-mercato si sono sgolati per anni a predicare la sua onnipotenza equilibratrice: all'economia di mercato si devono la diffusione dei beni di consumo, la crescita del livello di vita, la creazione del benessere democratico... Tutti col proprio lavoro si procurano i mezzi per accedere al consumo; il profitto privato è legato a doppio filo alla domanda interna, quindi, per essere florido, il capitalismo deve contribuire ad accrescere la capacità d'acquisto dei lavoratori, così da sviluppare la domanda di beni e la vendita delle proprie merci. Datore di lavoro e lavoratore, con la mediazione dei Sindacati, trovano via via l'equilibrio dei propri interessi producendo il benessere collettivo. Lo Stato deve restarne fuori, limitandosi a garantire il rispetto delle leggi e, in caso di difficoltà, deve sostenere il settore in crisi con opportuni incentivi.

I fautori di questa teoria si autodefinivano "democratici".

Gli oppositori del libero-mercato denunciano l'accumulazione del profitto senza controllo a danno della maggioranza del popolo e, con l'emergere sulla scena globalizzata dei paesi poveri e della loro manodopera a basso costo, contestano l'aumento dello sfruttamento, l'abbandono delle regole e la crescente disoccupazione. Quanto allo Stato, la bilancia dei pagamenti pende dalla parte del debito, aumenta il deficit, crescono le tasse, si instaura la corruzione... 

I critici del libero-mercato si autodefiniscono "riformisti".

Chiedono regole pubbliche ad opera dello Stato (vedi Keynes) per riequilibrare la fase e impedire il fallimento delle imprese, e delle banche, con la conseguente disoccupazione.

In questo schematico ragionamento non abbiamo considerato lo crescita del capitalismo finanziario che si è  diffuso sempre più sbilanciando il meccanismo apparentemente equilibrato del Mercato con l'introduzione di prodotti finanziari speculativi, sganciati dall'economia reale,  fino a condurre il Sistema alla Crisi  (vedi articoli sul fenomeno in questo sito:  Flash sul presente - archivio). I riformisti invocano regole comuni per il controllo delle borse, delle agenzie di rating, dei governi per il debito pubblico (soprattutto riduzione di pensioni e salari). In questi giorni alla sofferenza delle banche d'affari e degli investimenti finanziari si è aggiunta la crisi degli Stati stessi, come si vede in   Europa con il crollo della Grecia (ciò richiede un'analisi a parte).

Altri critici del libero-mercato, riprendendo le analisi di Carlo Marx che teorizzava le crisi ricorrenti del Capitalismo, obiettano ai democratici e ai riformisti che il Sistema-mercato non può che condurre al crollo della Società intera.  La dispersione delle risorse, investite senza controllo, la mancata ridistribuitone dei redditi, l'anarchia della finanza,  la corruzione e l'evasione fiscale... tutti questi squilibri non sono risolvibili se non con l'abbattimento del Sistema stesso. Può e deve nascere un altro modo di organizzare la società, un  rinnovato Comunismo, a vantaggio di una democrazia reale con la fine dello sfruttamento e dell'appropriazione privata delle risorse del pianeta e dei redditi del lavoro collettivo. La  distribuzione equa della ricchezza, pubblicamente controllata, può condurre i popoli al benessere comune e a una rinnovata dignità. 

Questi critici radicali si autodefiniscono "rivoiluzionari". Essi basano il cambiamento preconizzato su una rivoluzione popolare.

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Al di là della realizzazione dell'una o dell'altra visione delle cose, credo che il punto di vista di coloro che nella propria analisi tengono ferma la conservazione del Sistema attuale, non possa avere un futuro. Essi, infatti, a fronte della crisi della zona euro e dell'estensione del fenomeno-Grecia, non vedono che gli interventi governativi sulla popolazione lavoratrice: riduzione e innalzamento dell'età nelle pensioni, riduzione dei salari, privatizzazione del welfarestate (stato sociale). Le loro proposte, a mio parere, hanno le gambe corte: non vedono, da una parte l'impoverimento delle masse popolari con conseguente riduzione dei consumi, dall'altra la rivolta di fronte all'ingiusta distribuzione delle risorse e alla impunità dei veri responsabili (managers delle banche, funzionari governativi, esponenti dei "poteri forti").

 Non viene, in altri termini, previsto un ridimensionamento dei profitti e delle rendite dei "ricchi", mentre si assiste al progetto di scaricare il danno della crisi, i debiti contratti dai governi unicamente sulle classi lavoratrici.

Ad esempio, una sorta di TOBIN TASS, che veda prelevare dalle transazioni in Borsa una aliquota anche minima, potrebbe ottenere ai governi un'entrata considerevole volta al risanamento dei conti pubblici e alla capacità di onorare i debiti contratti.

Concludendo: se la crisi è sistemica, anche gli interventi non possono che essere sistemici.

Mirella Floris

approfondimenti: 

Tobin tax

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