da COLLINE INCANTATE (Zanetti Editore, 2007)

 

 

E questa, bambini, è la storia di Agnesina, la pastorella innamorata.

Una storia semplice e dolorosa.

La si raccontava nelle serate lunghe d’inverno, quasi una preghiera triste per assicurarsi che la bella stagione e il sole e il caldo sarebbero tornati.

E un po’ per scongiurare il dolore e tenere distanti le prepotenze.

 

Agnesina camminava piano sui dolci declivi di Credazzo e nel suo cuore l’estate era scoppiata da poco.

Il sole brillava alto nel cielo e i campi erano un tripudio di colori e profumi. Una gioia per lei portare le pecore al pascolo.

Con l’anima in fiamme, guardava Giacinto, dall’altra parte della vallata, anche lui con le sue pecore.

Quando i loro sguardi si incrociavano, lui girava gli occhi da un’altra parte fingendo di preoccuparsi per una pecora gravida in ritardo sulle compagne o del cane che abbaiava troppo forte.

Così Agnesina, quasi lo aveva benedetto quel temporale, scoppiato all’improvviso e con una nuvola nera a coprire il sole e il cielo fino all’orizzonte.

Si erano rifugiati in una grotta. Giacinto non aveva la parola facile, ma sapeva che il primo passo toccava a lui. Guardò il viso luminoso di Agnesina e i suoi occhi ridenti.

Girò infinite volte il berretto di lana grezza fra le mani, balbettò, riuscì a mettere insieme un filo di voce. Alla fine trovò il coraggio di dichiararsi.

Le diede un bacio lungo come promessa del suo amore e di un matrimonio che doveva essere celebrato subito.

Era bella Agnesina, con i capelli lunghi divisi in due trecce e gli occhi nerissimi che sembravano more mature. Pezzi di carbone, anzi, pronti ad accendersi in un sorriso.

Così bella che anche Guecello, il crudele signore che dominava Credazzo dal suo castello turrito, si era innamorato di lei.

L’aveva vista un giorno, al tramonto, passandole vicino col corteo dei suoi amici. Era stanco e puzzava di sudore. Dall’alba era in caccia del cinghiale che i cani ululanti avevano stanato e lui stava inseguendo ormai da un giorno intero.

Si era fermato per un attimo, Guecello, e Agnesina gli era entrata nel cuore come uno spino infuocato. Lei aveva abbassato gli occhi: davvero orribile quel vecchio dalla faccia deforme. Guecello l’aveva guardata con uno sguardo di desiderio.

Da quel giorno un pensiero terribile si era confitto nell’animo di Guecello: impossibile, per lui, accettare che una ragazza così bella diventasse la donna di un contadino.

Alla fine dell’estate, quando i preparativi delle nozze erano già a buon punto, Guecello fece rapire Agnesina.

Non si fece molti scrupoli. Decise di prendersela pochi giorni prima delle nozze. I suoi uomini avevano atteso la notte per penetrare nella casupola della ragazza e portarla via sotto gli sguardi atterriti e rassegnati dei genitori. Erano in tre, armati fino ai denti, minacciosi. Non c’era modo di fermarli. Il più alto aveva uno sfregio che gli deturpava metà del volto e una benda che copriva l’occhiaia vuota. Mise una mano sulla bocca di Agnesina e se la caricò sulle spalle come un sacco di farina.

Guecello la rinchiuse nella torre più alta del suo castello, perchè sapeva del suo giovane innamorato. Ne temeva le furie, la voglia di vendicarsi.

Ma nulla poteva fermare Giacinto che una notte si arrampicò fino alla cella della sua donna, sfidando le guardie e i pericoli.

Quando giunse in cima alla torre le sue mani erano piene di sangue.

Aveva un fiore in tasca. Prima di baciare la sua Agnesina, se lo mise in bocca masticandone qualche petalo e facendo masticare gli altri alla sua donna.

Dolci, impossibile pensare al veleno potentissimo che contenevano.

Li trovò così, al mattino, Guecello, stretti in un abbraccio di morte e di ribellione.

Come se l’inferriata che divideva i due corpi non esistesse.

 Ancora oggi qualcuno giura, nella notte, di vedere Giacinto che si arrampica furtivo sul muro scosceso di una torre, lì a Credazzo.

Le mani trovano appigli invisibili, noti a lui solo, il suo corpo sembra un arco teso, pronto a scoccare la freccia. Ogni tanto si ferma, ansimando. Si morde le labbra e riprende la scalata.

Guarda in basso. Ha sempre gli occhi disperati e il fiore avvelenato in tasca.