Da TANAQUIL L’ETRUSCA  (Zanetti Editore, 2007)

 

 

La prima notte trovarono rifugio in una capanna abbandonata, ai margini di un bosco, la seconda notte in una casa di coloni.

Era rassicurante stare vicino al fuoco e bere una ciotola di zuppa calda. Sulla strada da seguire Atnis sembrava sorretto da un istinto infallibile e Tanaquil si fidava.

Videro il profilo bianco delle montagne il terzo giorno di cammino, in una mattinata fattasi all’improvviso limpida, col sole che illuminava la pianura e la brina gelata sugli steli d’erba. Camminarono ancora due giorni, nella solitudine più completa.

La quarta notte Tanaquil e Atnis sentirono in lontananza l’urlo dei lupi. Nevicava, a tratti.

Avevano trovato rifugio al vento e al freddo in un tugurio disabitato, un rudere, due muri appena, qualche trave caduto, in precario equilibrio.

Atnis aveva acceso il fuoco. Erano assediati dal buio e il cerchio delle ombre incombeva su di loro, misterioso e ostile. Adesso l’urlo dei lupi era più vicino.

Tanaquil, si strinse a suo padre, impaurita. Ma i lupi non mangiano carne umana, la tranquillizzò Atnis. Non possono mangiarla se vogliono tornare a riassumere fattezze umane.

Atnis sapeva come incuriosire sua figlia. Stringendola tra le braccia la sentì attenta, come se la stanchezza fosse sparita dalle sue gambe e dalle sue braccia e come se non avesse più sonno. Allora le raccontò la favola di Licaone, l’eroe che nella notte dei tempi aveva regnato sull’Arcadia e che aveva avuto cinquanta figli da cinquanta mogli diverse.

Licaone era figlio di una ninfa, Cillene, ma soprattutto del grande Pelasgo, generato per miracoloso intervento del padre i tutti gli dei dalla stessa terra, il primo uomo che avesse abitato la lontana Arcadia, il primo re di quei luoghi, anzi. E dunque Licaone era nipote in linea diretta di Zeus stesso. Ma la sua era una famiglia di empi, che osavano prendersi gioco perfino degli dei.

Una volta un contadino si era presentato a chiedere ospitalità alle porte della sua reggia. Licaone lo aveva accolto, ma da tanti indizi aveva compreso che quel contadino era un dio travestito. E per metterlo alla prova gli imbandì le carni di un bambino.

Tra le braccia di Atnis, Tanaquil ebbe un brivido di orrore.

Ma era davvero un dio, quel contadino, Zeus in persona, anzi. E Zeus, suo nonno, resosi conto dell’orribile delitto del nipote, aveva rovesciato le mense e devastato la reggia. Poi, ancora in preda al furore, aveva trasformato il re e tutti i suoi figli maschi in una torma di lupi affamati e vagabondi. Sarebbero tornati ad essere uomini, questa la sentenza tonante del padre di tutti gli dei, se nel loro ramingare non si fossero cibati di carne umana per otto anni.

Sempre, da allora, nella lontana Arcadia, si celebrava, durante le notti più tenebrose, quando la luna era nascosta da una folta coltre di nubi, un rito crudele e pauroso.

Uomini e donne, invasati da qualche malefico dio degli inferi, si radunavano in una radura e si cibavano di carni umane. Pazzi, folli e, al mattino, quando sorgeva il sole, scoprivano che sul volto e sul corpo erano cresciuti lunghi peli, che dovevano camminare a quattro zampe, che la loro bocca non poteva più articolare parole.

Lupi e lupe, insomma, condannati a quella condizione dalla loro follia di una notte. Talvolta appariva loro Zeus in persona, magari nelle fattezze di un pastore o di un mandriano, che faceva una promessa. Come era successo un tempo a Licaone e ai suoi figli, sarebbero tornati uomini e donne se si fossero adattati alla loro condanna a cacciare altri animali, se avessero pagato il prezzo del loro misfatto cibandosi di carogne e soprattutto non sbranando mai più carne umana.

Perché è facile che gli uomini divengano lupi, aggiunse Atnis, anzi succede molto spesso. Basta un giro di follia, un atto inconsulto e uno si trova fuori della sua città, della sua cerchia di amici e sodali, del suo popolo, escluso dalla sua stessa famiglia.

E non sempre, poi, è tanto fortunato da poter far parte di un branco.

Qualche volta, ed era chiaro che ormai Atnis stava parlando di sé, uno finisce per trovarsi lupo, e lupo braccato, a causa della sua stessa vita, per quello che gli è accaduto e per come si è comportato. All’improvviso succede qualcosa che lo mette al bando, che lo costringe ad andar vagabondo, e talora non sa nemmeno quale sia la colpa che deve scontare.

Si riscosse, Atnis. Ma insomma, concluse con una mezza risata, Tanaquil doveva mettersi tranquilla, perché i lupi davvero cattivi non sono.

Le nuvole si stavano aprendo e il vento andava placandosi. La campagna era tranquilla sotto i raggi della luna, e silenziosa. I pericoli ora apparivano lontani. Tanaquil si era addormentata tra le braccia di suo padre, serena.

Il giorno dopo si rimisero in marcia. C’era il sole ma, a causa della neve alta, Atnis dovette sempre più spesso prendere in braccio Tanaquil, e talora issarla sulle spalle. Fu un procedere faticoso e lento. Ormai erano circondati dai pini e dagli abeti immensi della foresta e non c’era più sentiero.

Atnis affondava talora fino allo stomaco e ogni passo esigeva una cautela infinita per il timore delle insidie del terreno. Ma pareva che la strada gli fosse nota, procedeva senza esitazioni. Verso sera raggiunsero e scavalcarono un passo, dove Atnis sapeva di trovare una locanda.

Padre e figlia erano infreddoliti, stanchi. Impauriti, anche perché il breve crepuscolo di montagna stava allungando ombre paurose su di loro. Erano affamati e forse avevano anche un po’ di febbre perché il sole gli aveva bruciato il viso.

Attraversarono una gola dalle pareti vicine, altissime e segnate dal ghiaccio. Un’acqua che d’estate scrosciava libera ed irruente in mille cascate, disse Atnis, e si raccoglieva sul fondo, rumoreggiando. Adesso si udiva solo il vento che penetrava nella forra con un frastuono pauroso, forse la voce di un dio infuriato.

Scorsero finalmente la locanda che sorgeva in mezzo ad una radura, circondata da una muraglia di alberi.

Notarono una grande animazione, un muoversi eccitato e confuso di tante persone. Il sole era ormai tramontato e sulla soglia, al chiarore del fuoco, una vecchia, vestita di stracci e con il volto immerso nell’ombra di un grande cappuccio, guardò prima Tanaquil e poi Atnis. Allungò una mano per una carezza alla bambina e aperse la bocca in un sorriso senza denti.

Possedeva, disse biascicando le parole, un unguento miracoloso per la loro pelle, e lo avrebbe ceduto in cambio di pochissime monete. Atnis tuffò la mano nella sua borsa e ne estrasse un po’ di denaro. In effetti i due trovarono sollievo alle scottature in pochi istanti.

Cercarono di capire qualcosa in quel viavai di uomini e donne. La notte giusta, proprio la notte giusta, con il cielo sgombro e la luna piena, aveva sussurrato la vecchia finendo di ungere il volto di Atnis. C’era davvero di che incuriosirsi.

Atnis e Tanaquil provarono a chiedere. Tutto attorno ferveva il lavoro e nel vocio e nel parlottare diffuso si sentivano le inflessioni e gli echi di molte parlate diverse.

All’improvviso, come colta da una ispirazione, la vecchia socchiuse gli occhi e alzò una mano per ottenere silenzio, quasi a cercare un rumore particolare, un suono. Sempre con gli occhi chiusi indicò una direzione. Tanaquil e suo padre si fecero attenti.

Attorno a loro calò il silenzio. Tutti, dentro e fuori la locanda, si posero in ascolto, assorti, come afferrati da una suggestione remota.

L’ululare dei lupi, lontano, ma sempre più percepibile. Proprio la notte giusta, ribadì la vecchia. La sua voce era diventato un rantolo, un lamento.

L’urlo dei lupi, i misteriosi rumori della foresta, lo scrocchiare e il crepitare del fuoco. Infatti, ad un centinaio di passi dalla locanda ardeva un cumulo di legna, che veniva continuamente alimentato. Attorno, la neve si scioglieva in tanti piccoli rivoli. L’uomo e la bambina erano incuriositi, ma troppo stanchi per domandare qualcosa, per informarsi. Si rifocillarono e chiesero un angolo per dormire.

Atnis era distrutto dal lungo cammino nella neve perché il peso della figlia col passare delle ore era diventato insopportabile. Sprofondò in un sonno pesante. Tanaquil invece non riuscì ad addormentarsi, percorsa com’era da una strana inquietudine. Attraverso una finestrella dalle imposte sconnesse venivano canti, accompagnati dal ritmo di un tamburo. Tanaquil accostò il volto al pertugio nel muro.

Le persone all’esterno, una decina forse, si erano messe in cerchio. Tutti recavano mantelli che coprivano i corpi fino alle ginocchia. E tutti erano scalzi, incuranti del freddo e della neve.

All’esterno del cerchio era rimasto il suonatore di tamburo, che aveva gesti ampi, solenni. Si sentiva un tintinnare di cembali, di sistri, di timpani agitati dagli uomini e dalle donne in cerchio. In mezzo a loro il cumulo di legna ardente era stato steso in uno spesso tappeto di braci.

Il cerchio si strinse e nel bagliore dei carboni ardenti Tanaquil si accorse che i mantelli erano in realtà pelli di lupo. Si notava distintamente la coda e, rovesciata sulle spalle, la testa. Di lì a poco, si capiva bene, avrebbe avuto inizio il rito.

Tacque di colpo il tamburo, tacquero i cembali. Uno tra i celebranti alzò un lungo, terribile ululato, come di belva famelica e pronta ad avventarsi sulla preda. E tutti, al segnale, si calarono sul viso la testa di lupo. Alla luce del fuoco le zanne scintillavano nelle fauci spalancate. Ormai uomini e donne erano diventati bestie, dal folto affilato e appuntito, rivolto agli odori e ai suoni della boscaglia.

Belve ululanti in misterioso collegamento con le belve che rispondevano dalla foresta. Più e più volte, invasati dalla musica ossessionante nel suo ritmo crescente, i partecipanti al rito saltarono sul tappeto rovente e presero a camminarvi, del tutto insensibili al fuoco.

La danza sul fuoco si arrestò solo quando una nuvole coperse la luna. Allora i danzatori sembrarono scuotersi dall’invasamento. La musica si interruppe di colpo e gli uomini fatti lupi si dileguarono nella foresta.

Tanaquil era attonita, il silenzio, ora, totale. In lontananza, soltanto il rumore secco di qualche ramo che cedeva sotto il peso della neve. La bambina si strinse a suo padre e si addormentò col cuore in tumulto.

Al mattino seguente la locanda era assolutamente deserta. Nessuna traccia dell’animazione della nottata e anche la vecchia incappucciata era scomparsa. Anzi, il posto sembrava disabitato da molto tempo.

Sulla grande piastra in pietra che stava sotto il camino, proprio al centro, la cenere nel focolare era fredda e nello stanzone che costituiva l’unico ambiente della locanda aleggiava un acuto, sgradevole odore di muffa e di stantio. Tutto era polveroso e immobile, come se loro due fossero, da molto tempo, i primi abitatori del posto, da anni forse. Come se da tempo nessuno avesse tenuto in caldo la zuppa nel grande paiolo sospeso alla catena o arrostito le carni dei conigli selvatici sulle braci. Nessuna traccia dell’oste o di sua moglie, una donna magra e scarmigliata che, dopo aver esaminato le monete che Atnis aveva estratto dalla sua borsa, gli aveva indicato dove stendere la sua coperta e mettersi a dormire.

Atnis si fece sulla porta e scrutò il terreno attorno, poi esaminò il luogo dove la sera prima aveva visto alzarsi lingue alte di fuoco. Ma aveva ripreso a nevicare con violenza e se mai c’erano tracce od orme, queste erano ormai sepolte e irriconoscibili.

Tuttavia erano certi di non aver sognato, era impossibile. Vicino ai loro giacigli c’era ancora la ciotola da cui avevano mangiato la zuppa.

E inoltre Tanaquil, dopo aver osservato il viso di suo padre, si esaminò in un piccolo specchio che recava sempre con sé. I due volti erano perfettamente guariti dalle scottature, come se il sole non li avesse mai bruciati.

Atnis guardò sua figlia, perplesso. Che strano destino era il loro. Camminare, spostarsi di continuo, viaggiare come se fossero sempre incalzati da qualche nemico minaccioso, sentire di avere un lungo viaggio davanti.

E tuttavia non avere una meta. Dove stavano andando e quale futuro li attendeva? Atnis rassettò il mantello a Tanaquil, le fasciò con cura i piedi, le accarezzò il volto. Ma i pensieri della bambina erano lontani, come perduti in una fantasia che occupava tutta la sua anima.

Uomini o lupi? Chissà cosa aveva davvero visto quella notte. Forse aveva soltanto sognato, ma mai un sogno le aveva lasciato una impressione tanto vivida nella mente. Cercava con gli occhi un punto preciso, dall’altra parte della radura. In cuor suo era sicura che se avesse cercato sotto la neve avrebbe trovato tracce di legno bruciato esattamente dove aveva visto muoversi il cerchio dei danzatori sul fuoco.

Lupi che avevano assunto sembianze umane per qualche ora, nel plenilunio, e poi erano tornati ad essere quelli che sempre erano stati, belve rintanate nel folto della foresta? O uomini che conoscevano la via per assumere le fattezze di bestie feroci e conoscere quello che solo ai lupi è concesso conoscere? O forse divinità mostruose che potevano scegliere di essere ora una cosa ora l’altra, violando a piacimento i confini della natura umana e di quella ferina?

Tanaquil ne parlò a suo padre, ma Atnis non era in grado di rispondere, immerso com’era nei suoi pensieri e nella paura per il destino suo e di sua figlia.

Quelle montagne, raccontò, erano abitate da divinità misteriose e terribili, difese da torme di lupi che proteggevano la sacralità di quei luoghi. I lupi erano violenti, voraci, senza paure. Si spingevano fin nella case e, a quanto si diceva, non c’erano porte che li potessero trattenere quando decidevano di entrare. Spesso si accontentavano di portar via le carni messe ad arrostire sul fuoco, ma una volta avevano perfino sottratto un bambino di pochi mesi dalla sua culla. Tutti gli uomini della famiglia, pur terrorizzati, si erano buttati sulle tracce dei lupi

L’inseguimento, lungo ed estenuante, era durato tutta la notte e tutto il giorno successivo. Più e più volte gli inseguitori avevano smarrito e poi ritrovato le orme del lupi. Era di nuovo notte, quando attirati dagli urli delle bestie in mezzo ai quali qualcuno aveva sentito il pianto di un bambino, erano entrati in una caverna e ne avevano percorso i cunicoli, sempre più stretti, sempre più impervi.

Non ne erano mai più usciti.

I lupi, si raccontava, avevano allevato quel bambino come uno di loro, una incarnazione delle divinità della montagna. L’uomo lupo di tanto in tanto appariva nei villaggi sperduti tra le montagne, si aggirava tra le case, faceva preda e sbranava, la belva più famelica e crudele che mai si fosse vista. Talora si spingeva fino alle porte di qualche città: e tutti sapevano che in realtà era un dio e dunque era impossibile affrontarlo ed ucciderlo.

Quando venivano interrogati, gli oracoli invariabilmente rispondevano che il dio lupo andava placato facendosi simili a lui. Quasi a dire che per essere se stessi bisogna far parte del proprio branco, non abbandonarlo mai. E i pittori, decorando i vasi in cui i Rashna riponevano le ceneri e le ossa dei loro morti, spesso dipingevano un lupo nell’atto di affacciarsi sulla caverna che conduce al regno oscuro di Charun, Vanth e Culsu, immagine viva del confine misterioso e indecifrabile che separa il mondo dei viventi dagli Inferi.

No, certamente Tanaquil non aveva sognato, concluse Atnis. E quello che avevano visto era un segno. Forse era il tempo di rientrare nel branco.

Forse, a Tarchna, era maturata un’altra generazione di uomini e non c’era più bisogno di lui. E dunque nessuno poteva volere ancora la sua morte. Sarebbe tornato.

Per la prima volta, da quando aveva preso a fuggire, Atnis sentì la pace e la rassegnazione scendere nel suo cuore. Studiò le cime delle montagne bianche che si ergevano davanti a lui e a sua figlia. Decise quale direzione prendere per raggiungere la sua città.