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Da
TANAQUIL
L’ETRUSCA
La
prima notte trovarono rifugio in una capanna abbandonata, ai margini di
un bosco, la seconda notte in una casa di coloni. Era
rassicurante stare vicino al fuoco e bere una ciotola di zuppa calda.
Sulla strada da seguire Atnis sembrava sorretto da un istinto
infallibile e Tanaquil si fidava. Videro
il profilo bianco delle montagne il terzo giorno di cammino, in una
mattinata fattasi all’improvviso limpida, col sole che illuminava la
pianura e la brina gelata sugli steli d’erba. Camminarono ancora due
giorni, nella solitudine più completa. La
quarta notte Tanaquil e Atnis sentirono in lontananza l’urlo dei lupi.
Nevicava, a tratti. Avevano
trovato rifugio al vento e al freddo in un tugurio disabitato, un
rudere, due muri appena, qualche trave caduto, in precario equilibrio. Atnis
aveva acceso il fuoco. Erano assediati dal buio e il cerchio delle ombre
incombeva su di loro, misterioso e ostile. Adesso l’urlo dei lupi era
più vicino. Tanaquil,
si strinse a suo padre, impaurita. Ma i lupi non mangiano carne umana,
la tranquillizzò Atnis. Non possono mangiarla se vogliono tornare a
riassumere fattezze umane. Atnis
sapeva come incuriosire sua figlia. Stringendola tra le braccia la sentì
attenta, come se la stanchezza fosse sparita dalle sue gambe e dalle sue
braccia e come se non avesse più sonno. Allora le raccontò la favola
di Licaone, l’eroe che nella notte dei tempi aveva regnato
sull’Arcadia e che aveva avuto cinquanta figli da cinquanta mogli
diverse. Licaone
era figlio di una ninfa, Cillene, ma soprattutto del grande Pelasgo,
generato per miracoloso intervento del padre i tutti gli dei dalla
stessa terra, il primo uomo che avesse abitato la lontana Arcadia, il
primo re di quei luoghi, anzi. E dunque Licaone era nipote in linea
diretta di Zeus stesso. Ma la sua era una famiglia di empi, che osavano
prendersi gioco perfino degli dei. Una
volta un contadino si era presentato a chiedere ospitalità alle porte
della sua reggia. Licaone lo aveva accolto, ma da tanti indizi aveva
compreso che quel contadino era un dio travestito. E per metterlo alla
prova gli imbandì le carni di un bambino. Tra
le braccia di Atnis, Tanaquil ebbe un brivido di orrore. Ma
era davvero un dio, quel contadino, Zeus in persona, anzi. E Zeus, suo
nonno, resosi conto dell’orribile delitto del nipote, aveva rovesciato
le mense e devastato la reggia. Poi, ancora in preda al furore, aveva
trasformato il re e tutti i suoi figli maschi in una torma di lupi
affamati e vagabondi. Sarebbero tornati ad essere uomini, questa la
sentenza tonante del padre di tutti gli dei, se nel loro ramingare non
si fossero cibati di carne umana per otto anni. Sempre,
da allora, nella lontana Arcadia, si celebrava, durante le notti più
tenebrose, quando la luna era nascosta da una folta coltre di nubi, un
rito crudele e pauroso. Uomini
e donne, invasati da qualche malefico dio degli inferi, si radunavano in
una radura e si cibavano di carni umane. Pazzi, folli e, al mattino,
quando sorgeva il sole, scoprivano che sul volto e sul corpo erano
cresciuti lunghi peli, che dovevano camminare a quattro zampe, che la
loro bocca non poteva più articolare parole. Lupi
e lupe, insomma, condannati a quella condizione dalla loro follia di una
notte. Talvolta appariva loro Zeus in persona, magari nelle fattezze di
un pastore o di un mandriano, che faceva una promessa. Come era successo
un tempo a Licaone e ai suoi figli, sarebbero tornati uomini e donne se
si fossero adattati alla loro condanna a cacciare altri animali, se
avessero pagato il prezzo del loro misfatto cibandosi di carogne e
soprattutto non sbranando mai più carne umana. Perché
è facile che gli uomini divengano lupi, aggiunse Atnis, anzi succede
molto spesso. Basta un giro di follia, un atto inconsulto e uno si trova
fuori della sua città, della sua cerchia di amici e sodali, del suo
popolo, escluso dalla sua stessa famiglia. E
non sempre, poi, è tanto fortunato da poter far parte di un branco. Qualche
volta, ed era chiaro che ormai Atnis stava parlando di sé, uno finisce
per trovarsi lupo, e lupo braccato, a causa della sua stessa vita, per
quello che gli è accaduto e per come si è comportato. All’improvviso
succede qualcosa che lo mette al bando, che lo costringe ad andar
vagabondo, e talora non sa nemmeno quale sia la colpa che deve scontare. Si
riscosse, Atnis. Ma insomma, concluse con una mezza risata, Tanaquil
doveva mettersi tranquilla, perché i lupi davvero cattivi non sono. Le
nuvole si stavano aprendo e il vento andava placandosi. La campagna era
tranquilla sotto i raggi della luna, e silenziosa. I pericoli ora
apparivano lontani. Tanaquil si era addormentata tra le braccia di suo
padre, serena. Il
giorno dopo si rimisero in marcia. C’era il sole ma, a causa della
neve alta, Atnis dovette sempre più spesso prendere in braccio Tanaquil,
e talora issarla sulle spalle. Fu un procedere faticoso e lento. Ormai
erano circondati dai pini e dagli abeti immensi della foresta e non
c’era più sentiero. Atnis
affondava talora fino allo stomaco e ogni passo esigeva una cautela
infinita per il timore delle insidie del terreno. Ma pareva che la
strada gli fosse nota, procedeva senza esitazioni. Verso sera
raggiunsero e scavalcarono un passo, dove Atnis sapeva di trovare una
locanda. Padre
e figlia erano infreddoliti, stanchi. Impauriti, anche perché il breve
crepuscolo di montagna stava allungando ombre paurose su di loro. Erano
affamati e forse avevano anche un po’ di febbre perché il sole gli
aveva bruciato il viso. Attraversarono
una gola dalle pareti vicine, altissime e segnate dal ghiaccio.
Un’acqua che d’estate scrosciava libera ed irruente in mille
cascate, disse Atnis, e si raccoglieva sul fondo, rumoreggiando. Adesso
si udiva solo il vento che penetrava nella forra con un frastuono
pauroso, forse la voce di un dio infuriato. Scorsero
finalmente la locanda che sorgeva in mezzo ad una radura, circondata da
una muraglia di alberi. Notarono
una grande animazione, un muoversi eccitato e confuso di tante persone.
Il sole era ormai tramontato e sulla soglia, al chiarore del fuoco, una
vecchia, vestita di stracci e con il volto immerso nell’ombra di un
grande cappuccio, guardò prima Tanaquil e poi Atnis. Allungò una mano
per una carezza alla bambina e aperse la bocca in un sorriso senza
denti. Possedeva,
disse biascicando le parole, un unguento miracoloso per la loro pelle, e
lo avrebbe ceduto in cambio di pochissime monete. Atnis tuffò la mano
nella sua borsa e ne estrasse un po’ di denaro. In effetti i due
trovarono sollievo alle scottature in pochi istanti. Cercarono
di capire qualcosa in quel viavai di uomini e donne. La notte giusta,
proprio la notte giusta, con il cielo sgombro e la luna piena, aveva
sussurrato la vecchia finendo di ungere il volto di Atnis. C’era
davvero di che incuriosirsi. Atnis
e Tanaquil provarono a chiedere. Tutto attorno ferveva il lavoro e nel
vocio e nel parlottare diffuso si sentivano le inflessioni e gli echi di
molte parlate diverse. All’improvviso,
come colta da una ispirazione, la vecchia socchiuse gli occhi e alzò
una mano per ottenere silenzio, quasi a cercare un rumore particolare,
un suono. Sempre con gli occhi chiusi indicò una direzione. Tanaquil e
suo padre si fecero attenti. Attorno
a loro calò il silenzio. Tutti, dentro e fuori la locanda, si posero in
ascolto, assorti, come afferrati da una suggestione remota. L’ululare
dei lupi, lontano, ma sempre più percepibile. Proprio la notte giusta,
ribadì la vecchia. La sua voce era diventato un rantolo, un lamento. L’urlo
dei lupi, i misteriosi rumori della foresta, lo scrocchiare e il
crepitare del fuoco. Infatti, ad un centinaio di passi dalla locanda
ardeva un cumulo di legna, che veniva continuamente alimentato. Attorno,
la neve si scioglieva in tanti piccoli rivoli. L’uomo e la bambina
erano incuriositi, ma troppo stanchi per domandare qualcosa, per
informarsi. Si rifocillarono e chiesero un angolo per dormire. Atnis
era distrutto dal lungo cammino nella neve perché il peso della figlia
col passare delle ore era diventato insopportabile. Sprofondò in un
sonno pesante. Tanaquil invece non riuscì ad addormentarsi, percorsa
com’era da una strana inquietudine. Attraverso una finestrella dalle
imposte sconnesse venivano canti, accompagnati dal ritmo di un tamburo.
Tanaquil accostò il volto al pertugio nel muro. Le
persone all’esterno, una decina forse, si erano messe in cerchio.
Tutti recavano mantelli che coprivano i corpi fino alle ginocchia. E
tutti erano scalzi, incuranti del freddo e della neve. All’esterno
del cerchio era rimasto il suonatore di tamburo, che aveva gesti ampi,
solenni. Si sentiva un tintinnare di cembali, di sistri, di timpani
agitati dagli uomini e dalle donne in cerchio. In mezzo a loro il cumulo
di legna ardente era stato steso in uno spesso tappeto di braci. Il
cerchio si strinse e nel bagliore dei carboni ardenti Tanaquil si
accorse che i mantelli erano in realtà pelli di lupo. Si notava
distintamente la coda e, rovesciata sulle spalle, la testa. Di lì a
poco, si capiva bene, avrebbe avuto inizio il rito. Tacque
di colpo il tamburo, tacquero i cembali. Uno tra i celebranti alzò un
lungo, terribile ululato, come di belva famelica e pronta ad avventarsi
sulla preda. E tutti, al segnale, si calarono sul viso la testa di lupo.
Alla luce del fuoco le zanne scintillavano nelle fauci spalancate. Ormai
uomini e donne erano diventati bestie, dal folto affilato e appuntito,
rivolto agli odori e ai suoni della boscaglia. Belve
ululanti in misterioso collegamento con le belve che rispondevano dalla
foresta. Più e più volte, invasati dalla musica ossessionante nel suo
ritmo crescente, i partecipanti al rito saltarono sul tappeto rovente e
presero a camminarvi, del tutto insensibili al fuoco. La
danza sul fuoco si arrestò solo quando una nuvole coperse la luna.
Allora i danzatori sembrarono scuotersi dall’invasamento. La musica si
interruppe di colpo e gli uomini fatti lupi si dileguarono nella
foresta. Tanaquil
era attonita, il silenzio, ora, totale. In lontananza, soltanto il
rumore secco di qualche ramo che cedeva sotto il peso della neve. La
bambina si strinse a suo padre e si addormentò col cuore in tumulto. Al
mattino seguente la locanda era assolutamente deserta. Nessuna traccia
dell’animazione della nottata e anche la vecchia incappucciata era
scomparsa. Anzi, il posto sembrava disabitato da molto tempo. Sulla
grande piastra in pietra che stava sotto il camino, proprio al centro,
la cenere nel focolare era fredda e nello stanzone che costituiva
l’unico ambiente della locanda aleggiava un acuto, sgradevole odore di
muffa e di stantio. Tutto era polveroso e immobile, come se loro due
fossero, da molto tempo, i primi abitatori del posto, da anni forse.
Come se da tempo nessuno avesse tenuto in caldo la zuppa nel grande
paiolo sospeso alla catena o arrostito le carni dei conigli selvatici
sulle braci. Nessuna traccia dell’oste o di sua moglie, una donna
magra e scarmigliata che, dopo aver esaminato le monete che Atnis aveva
estratto dalla sua borsa, gli aveva indicato dove stendere la sua
coperta e mettersi a dormire. Atnis
si fece sulla porta e scrutò il terreno attorno, poi esaminò il luogo
dove la sera prima aveva visto alzarsi lingue alte di fuoco. Ma aveva
ripreso a nevicare con violenza e se mai c’erano tracce od orme,
queste erano ormai sepolte e irriconoscibili. Tuttavia
erano certi di non aver sognato, era impossibile. Vicino ai loro
giacigli c’era ancora la ciotola da cui avevano mangiato la zuppa. E
inoltre Tanaquil, dopo aver osservato il viso di suo padre, si esaminò
in un piccolo specchio che recava sempre con sé. I due volti erano
perfettamente guariti dalle scottature, come se il sole non li avesse
mai bruciati. Atnis
guardò sua figlia, perplesso. Che strano destino era il loro.
Camminare, spostarsi di continuo, viaggiare come se fossero sempre
incalzati da qualche nemico minaccioso, sentire di avere un lungo
viaggio davanti. E
tuttavia non avere una meta. Dove stavano andando e quale futuro li
attendeva? Atnis rassettò il mantello a Tanaquil, le fasciò con cura i
piedi, le accarezzò il volto. Ma i pensieri della bambina erano
lontani, come perduti in una fantasia che occupava tutta la sua anima. Uomini
o lupi? Chissà cosa aveva davvero visto quella notte. Forse aveva
soltanto sognato, ma mai un sogno le aveva lasciato una impressione
tanto vivida nella mente. Cercava con gli occhi un punto preciso,
dall’altra parte della radura. In cuor suo era sicura che se avesse
cercato sotto la neve avrebbe trovato tracce di legno bruciato
esattamente dove aveva visto muoversi il cerchio dei danzatori sul
fuoco. Lupi
che avevano assunto sembianze umane per qualche ora, nel plenilunio, e
poi erano tornati ad essere quelli che sempre erano stati, belve
rintanate nel folto della foresta? O uomini che conoscevano la via per
assumere le fattezze di bestie feroci e conoscere quello che solo ai
lupi è concesso conoscere? O forse divinità mostruose che potevano
scegliere di essere ora una cosa ora l’altra, violando a piacimento i
confini della natura umana e di quella ferina? Tanaquil
ne parlò a suo padre, ma Atnis non era in grado di rispondere, immerso
com’era nei suoi pensieri e nella paura per il destino suo e di sua
figlia. Quelle
montagne, raccontò, erano abitate da divinità misteriose e terribili,
difese da torme di lupi che proteggevano la sacralità di quei luoghi. I
lupi erano violenti, voraci, senza paure. Si spingevano fin nella case
e, a quanto si diceva, non c’erano porte che li potessero trattenere
quando decidevano di entrare. Spesso si accontentavano di portar via le
carni messe ad arrostire sul fuoco, ma una volta avevano perfino
sottratto un bambino di pochi mesi dalla sua culla. Tutti gli uomini
della famiglia, pur terrorizzati, si erano buttati sulle tracce dei lupi L’inseguimento,
lungo ed estenuante, era durato tutta la notte e tutto il giorno
successivo. Più e più volte gli inseguitori avevano smarrito e poi
ritrovato le orme del lupi. Era di nuovo notte, quando attirati dagli
urli delle bestie in mezzo ai quali qualcuno aveva sentito il pianto di
un bambino, erano entrati in una caverna e ne avevano percorso i
cunicoli, sempre più stretti, sempre più impervi. Non
ne erano mai più usciti. I
lupi, si raccontava, avevano allevato quel bambino come uno di loro, una
incarnazione delle divinità della montagna. L’uomo lupo di tanto in
tanto appariva nei villaggi sperduti tra le montagne, si aggirava tra le
case, faceva preda e sbranava, la belva più famelica e crudele che mai
si fosse vista. Talora si spingeva fino alle porte di qualche città: e
tutti sapevano che in realtà era un dio e dunque era impossibile
affrontarlo ed ucciderlo. Quando
venivano interrogati, gli oracoli invariabilmente rispondevano che il
dio lupo andava placato facendosi simili a lui. Quasi a dire che per
essere se stessi bisogna far parte del proprio branco, non abbandonarlo
mai. E i pittori, decorando i vasi in cui i Rashna riponevano le ceneri
e le ossa dei loro morti, spesso dipingevano un lupo nell’atto di
affacciarsi sulla caverna che conduce al regno oscuro di Charun, Vanth e
Culsu, immagine viva del confine misterioso e indecifrabile che separa
il mondo dei viventi dagli Inferi. No,
certamente Tanaquil non aveva sognato, concluse Atnis. E quello che
avevano visto era un segno. Forse era il tempo di rientrare nel branco. Forse,
a Tarchna, era maturata un’altra generazione di uomini e non c’era
più bisogno di lui. E dunque nessuno poteva volere ancora la sua morte.
Sarebbe tornato. Per la prima volta, da quando aveva preso a fuggire, Atnis sentì la pace e la rassegnazione scendere nel suo cuore. Studiò le cime delle montagne bianche che si ergevano davanti a lui e a sua figlia. Decise quale direzione prendere per raggiungere la sua città.
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