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(SantiQuaranta editrice, 2001)
Gli
si è spezzata una vena, proprio alla base del cervello, mentre stava
nel letto della sua amica. Devo a lui molte di queste storie. Me
lo ricordo alto, un po’ curvo in avanti, con i baffi ben curati e
piccolissimi, appena un’ombra tra il naso e le labbra sensuali e
piccole. Aveva capelli brizzolati e lunghi sul collo, gli occhi azzurri.
Uno splendido uomo, insomma, che sorrideva sempre, anche se in modo
strano, proprio come di uno che nasconde segreti. Quando
era in giornata, ci apriva le porte della caneva, ci spillava dalla
botte migliore due dita di vin raboso, ci faceva sedere sulle panche.
Mio fratello, io, due cugini, tutti sotto i dieci anni. Raccontava. Teneva
tra le mani il bicchiere da cui avevamo bevuto tutti noi e ogni tanto
buttava giù un sorso, tirando indietro la testa, lentamente. Per
noi ragazzi era madre, padre, dio. Per questo sentivamo un gran vuoto,
una assenza di spiegazioni quando lo vedevamo andar via il sabato
pomeriggio. La
cerimonia era sempre uguale. Tirava fuori la bicicletta, un monumento
nero con i freni a bacchetta e il manubrio grandissimo. Era elegante,
profumato. Sulla porta della cucina aveva appeso il tabarro, lungo e
immenso, con il collo di astrakan. Si
calcava in testa il cappello nero con la piuma che veniva dalla coda
variopinta di un galletto cedrone, si issava sulla bicicletta. Poi
afferrava il tabarro, se lo avvolgeva attorno con gesto da seminatore,
ne posava le balze sul manubrio per evitare che il lungo mantello si
impigliasse nelle ruote. Partiva, a pedalate lente e uguali, dominando
la bicicletta e la strada. Molto
più tardi ho capito perché mia zia Bice, sua moglie, lo seguiva con
gli occhi, lungo lo stradone bianco verso la città, senza dire parole.
Mi sono reso conto, nella memoria adulta, che nello sguardo della donna
c’erano rabbia e dolore. Soprattutto
ho compreso perché mio zio, guardato male dai fratelli e dal resto
della famiglia per via dell’amante che aveva in città, era se stesso
solo quando raccontava le sue storie, nella caneva, sorseggiando raboso,
dopo averne spartito uno scampolo di gusto e profumo con i nipoti. *
* * * * L’amica di mio zio Fabio
vegliò il suo uomo, insonne a capo del letto, finché anche il cuore
cedette, molti giorni dopo che la vita si era spenta in lui,
nell’istante o quasi di un abbraccio e di un bacio. Le partenze, gli addii, le
sparizioni, le bizzarrie del mazzariol, le morti misteriose che
popolavano i suoi racconti erano in qualche modo eventi che lo
riguardavano da vicino. Ora so che la scrittura è
prova di recita, è iterazione, esorcismo, tensione. Dunque
sperimentazione e regola dell’unico istante veramente autentico
dell’esistenza. Il
fatto è che non si scrive mai per raccontare la propria vita, ma per
progettare la propria morte. Mai la scrittura è analisi del tempo,
piuttosto è attenzione fissata sull’attimo ultimo. *
* * * * Quando,
attorno casa, tagliavamo le rame delle siepi, divenute troppo lunghe, mi
ritrovavo tra le mani, con orrore, qualcuno dei grandi ragni grigi che
recano la croce punteggiata sul dorso. Mi veniva spontaneo schiacciarlo.
”Lascia stare, mi diceva mio
zio Fabio, non vedi che ha più
paura lui di te? E poi, sai, ragno porta guadagno. A morire c’è
tempo”. Poi si allontanava, tirato chissà dove dal giro dei
pensieri. Mi
tornava vicino dopo un po’ e mi diceva, come se io avessi potuto
seguire tutto il filo delle sue idee: ”Si
muore quando tocca. Se non è l’ora… Tuo zio Ferruccio, che ha
combattuto sul Carso, aveva la trincea vicino allo spaccio, ma per
andare a prendere mezzo litro di vino doveva scoprirsi e passare sotto
il tiro di una mitragliatrice austriaca. Al momento di passarci davanti
lui si metteva a correre. Ma prima si toglieva di testa l’elmetto e
con quello proteggeva il
fiasco. Se è la mia ora, diceva mentre i proiettili fioccavano, crepo
lo stesso”. Sorrideva nel suo modo strano e quella già era la promessa per il racconto di una nuova storia. Un appuntamento nella caneva, tra i profumi del raboso. |
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