In principio erano solo il buon bicchiere di vino rosso ad accompagnare il cibo quotidiano, il bianco fresco e frizzante più volentieri d’estate, e poi niente di male a brindare con una coppa di spumante nelle occasioni di festa, e perché dire di no a due dita di liquore digestivo ogni tanto, dopo cena davanti alla tv?

Il guaio era che non riusciva proprio a ricordare quando i bicchieri di vino fossero diventati due, e poi tre, magari anche quattro: la bottiglia si vuotava così in fretta!

Una giornata più storta delle altre, forse? Chissà.

Ne aveva avute talmente tante, per un lungo periodo, da non riuscire proprio a ricordare quale fosse stata la peggiore, quella in cui aveva capito che non era obbligatorio aspettare l’ora di pranzo per aprire una bottiglia e versare il vino in un bicchiere, prenderlo in mano e giù tutto d’un fiato, per sentire subito quel bel brivido caldo che faceva star meglio…almeno per un breve momento.

Peccato solo che durasse davvero troppo poco, e allora era necessario bere presto un altro bicchiere, e poi di nuovo cercare la bottiglia, perché dopo qualche tempo il brivido alzava il prezzo e si faceva aspettare, come un’amante capricciosa.

No, ormai non ricordava più nulla della sua vita precedente, di che persona fosse stato, di chi avesse amato od odiato prima  di cominciare a bere: tutto il suo essere era ridotto soltanto all’inseguimento perenne di quel caldo ma mai definitivo e appagante brivido in più.

E del resto che altro contava ormai in quelle sue giornate tutte uguali e senza storia?

Carlo era rimasto solo nel bilocale al terzo piano del casermone popolare che neanche tanto tempo prima, appena sposato, gli era apparso come un porto sicuro dove iniziare una nuova vita felice insieme alla sua donna, lui che fino a quel momento dalla vita non aveva avuto quasi niente, da quello sfigato e figlio di sfigati che era.

Una madre tormentata da turbe psichiche, ed un padre debole e incapace di comprendere la moglie, né tanto meno di farla curare decentemente, l’avevano fatto crescere in un inferno, dal quale soltanto una nonna battagliera era riuscita a volte a tenerlo momentaneamente lontano per brevi pause di tranquillità. Peccato solo che le nonne non siano immortali, ma destinate a finire i loro giorni quando forse qualcuno avrebbe ancora bisogno della loro presenza.

Bene o male, finita la scuola e trovato un lavoro decente, Carlo aveva creduto di poter sfuggire al suo destino di sfigato lasciando i genitori ai loro tormenti perenni e trascorrendo la maggior parte del suo tempo lontano da loro, dormendo spesso dagli amici pur di non condividere l’atmosfera plumbea del domicilio paterno.

Si sarebbe chiesto spesso, dopo, cos’avrebbe potuto cambiare nei giochi del destino un suo ritorno a casa la sera in cui sua madre aveva aperto il gas per lasciarsi morire, causando però una mezza strage nel momento in cui il marito ignaro, rientrando, aveva suonato il campanello e fatto saltare in aria metà della palazzina di quattro piani: otto morti e ventisette feriti. Sia lei che il marito erano tra le vittime, assieme ai due dirimpettai.

In fondo sua madre quella sera gli aveva fatto quasi un favore, distruggendo in un colpo solo la famiglia, la casa e praticamente tutto quanto possedeva a parte i pochi indumenti e i quattro cd lasciati per caso dall’amico Francesco, e i magri risparmi depositati in banca: avrebbe potuto rifarsi un’esistenza iniziando veramente da zero, e nel suo caso non si sarebbe trattato del solito eufemismo ripetuto banalmente dalla gente in troppe altre circostanze.

Così era stato. A sgobbare per mesi, sostenuto solo dalla solidarietà di quegli amici che l’avevano ospitato a turno in attesa di trovare una sistemazione decente, e poi l’incontro con Chiara, e l’assegnazione di quella casa popolare dove andare a vivere insieme, finalmente.

Una vita vera, normale…almeno finché era stato in grado di credere che il passato non potesse essere tanto potente da tornare periodicamente a tormentarlo, con quella massa di ricordi disgraziati da cui non riusciva a liberarsi completamente, perché brandelli di quella vita infelice che credeva di aver sepolto assieme ai genitori si ripresentavano sempre più spesso nei suoi incubi notturni, facendogli rivivere le scene penose,  le paure e le angosce che avevano costellato tutto il tempo disastroso della sua infanzia e adolescenza.

Chiara non sempre capiva. Era dolce, paziente nell’ascoltare il racconto delle sue paure, e forse avrebbe dovuto seguire maggiormente il suo semplice buonsenso quando gli suggeriva di concentrarsi sul loro presente e sui progetti per il futuro.

Avrebbe dovuto darle il figlio che desiderava, anziché cercare inutilmente risposte alle sue ossessioni, oppure rivolgersi a qualcuno in grado di fornirgli un aiuto preciso, forse delle spiegazioni rassicuranti.

Aveva quasi preso a pugni un collega di lavoro che si era azzardato a consigliargli di consultare uno psicologo, dopo avergli urlato che da certi specialisti vengono mandati solo i matti.

Eppure aveva letto molta disapprovazione negli occhi di Chiara quando le aveva riferito del litigio, e il suo commento era stato tutt’altro che benevolo nei suoi confronti.

“Aldo non ti aveva detto una sciocchezza, ti sei comportato come un bifolco”

“Ah, allora pensi anche tu che io sia matto?”

“Sei tu che continui a non voler capire, Carlo! Uno psicologo NON si occupa dei matti, santo cielo! A quelli pensano gli psichiatri, casomai. Sono specialisti diversi!” e se n’era andata a dormire lasciandolo solo davanti alla televisione, e ad una delle numerose bottiglie che stava iniziando a vuotare sempre più velocemente in quel periodo.

Così, era andata proprio così. Un inizio lento e quasi impercettibile, per poi scivolare rapidamente nel disastro.

Il giorno in cui al lavoro aveva iniziato a commettere errori, a farsi rimproverare dal capo e a essere emarginato dai colleghi.

Il giorno in cui era stato fermato da una pattuglia della stradale ed era risultato positivo al test del palloncino, per cui gli era stata ritirata la patente.

Il giorno in cui Chiara aveva fatto le valigie ed era tornata dai suoi genitori senza lasciargli nemmeno un biglietto d’addio, dopo l’ultimo infelice tentativo di condurlo ad un colloquio presso un centro di ascolto per alcolisti.

Sì, forse avrebbe dovuto seguirla e sarebbe stato ancora in tempo a fare marcia indietro.

Domani le avrebbe telefonato per chiederle di aiutarlo, di accompagnarlo in quel posto. Dimenticare il brivido caldo che lo faceva star meglio per cercare di essere una persona normale come avrebbe voluto sua moglie.

Domani, però.