DA: Arrivederci e grazie

 

Davanti ai miei occhi scorre, grigia e monotona, l’autostrada.

Con una mano sono aggrappato al volante mentre con l’altra di tanto in tanto avvicino alla bocca una sigaretta. Due dita ingiallite dal fumo di anni la tengono stretta.

Cerco di non pensare a lui che mi siede accanto.

Lo ricopro del fumo che soffio ripetutamente dalle labbra.

Avverto un bruciore agli occhi e alla gola. Penso senza rimorso che anche lui proverà lo stesso fastidio.

Tossisce senza dire una parola. Rispondo con uguale colpo di tosse e copro la sua quasi con stizza.

Sento che respira a fatica. Sbuffo infastidito e tiro un po’ giù il finestrino dalla sua parte.

Mi sembra che dica un grazie appena sussurrato.

Rispondo accendendomi un’altra sigaretta. Tace e ferma il balbettio delle labbra.

Lo guardo con la coda dell’occhio e ne individuo il profilo immobile.

- Sei stanco?-

- No, sto bene-

Vorrebbe tornare indietro, lo so .

Vorrebbe non essere in questa automobile. Non con me almeno.

Non gli resta che resistere per qualche altro chilometro e sperare che arriviamo presto a destinazione. Non vuole perdere tempo con inutili soste che  gli procurerebbero solo un minimo sollievo e basta.

Avverto la sua urgenza e mi viene voglia di rallentare la mia solo per vedere la sua reazione, solo per non assecondare la sua.

Al primo Autogrill segnalo la mia entrata e mi porto nell’area parcheggio. Non fa una piega.

Mi fermo, sgancio la cintura e apro la portiera. Neanche lo guardo. Lui è immobile e guarda avanti.

- Vado un attimo a prendere un caffè. Tu fai come credi-

- Va bene. Ti aspetto qui-

- Vuoi qualcosa? Un po’ d’acqua?-

-No, niente. Vai pure. Io ti aspetto qui- ripete.

Sbatto la portiera e mi avvio alla toilette. Un puzzo acre di piscio mi assale. Non mi disturba, penso che sia meglio quello del profumo dolciastro del suo dopobarba. L’auto è piena del suo odore, del suo maledetto odore.

Per anni quel disgustoso profumo l’ho sentito nell’aria. Nel letto vuoto di mia madre. Tra le sue braccia e nei suoi capelli.

A volte lo sentivo talmente forte sulle mie mani che correvo in bagno a strofinarmele col sapone da bucato fino a spellarmele quasi.

Pazzesco! Proprio quando sembrava essere scomparso, sepolto sotto uno strato spesso di altri odori accumulati negli anni, ecco che ritorna a riempirmi il naso del suo veleno.

Apro il rubinetto e lascio scorrere l’acqua. Vi ficco sotto la testa e cerco di raffreddarla sotto il getto freddo. Quando la ritiro sento che qualcuno mi osserva.

Guardo nello specchio e lo vedo dietro di me che mi guarda.

Non voglio che mi veda in quello stato, che colga il mio malessere, che mi scopra in un momento di debolezza. Potrebbe capire che mi è mancato in tutti quegli anni. Capire che l’ho odiato tanto da desiderare che precipitasse in qualche inferno e vi rimanesse in eterno.

- Cosa ci fai qui? Non hai detto che mi avresti aspettato in macchina?-

- Avevo bisogno di andare in bagno-

- E allora perché stai lì fermo? Muoviti che andiamo-

Si gira ed esce all’aperto.

Non gli chiedo più nulla e mi avvio verso l’auto. Sento i suoi passi dietro di me. Avverto un forte  dolore allo stomaco, come dopo un pugno. Accelero il passo. Arriviamo alla macchina contemporaneamente. Affanna un po’. Quando si siede scompare nel sedile.

Noto quanto si sia rimpicciolito in tutto quel tempo lontano da noi. Quanto sia diverso dall’uomo che era.

Ho letto da qualche parte che il Tempo non ha memoria di noi, ma solo noi del tempo…

Posso quindi sperare che tutta la nostra vita sarà dimenticata presto… presto cancellata.

Stop. Mai stati…

Prima di ripartire mi giro e guardo le sue mani.

Sono poggiate sulle ginocchia. Non un tremito. Macchiate, gonfie di anni, ma ferme come rocce granitiche.

Le mie, aggrappate al volante, tremano.

- Non volevo disturbarti. Tua madre ha insistito-

-Ma quale madre! Finiamola qui. Ora ti porto in ospedale e domani verrà zia Giulia-

-  Giulia chi?-

- Giulia, papà, zia Giulia. Tua sorella Giulia. Chi altro? Non hai più nessuno, oltre me e lei, pare. Sai almeno chi sono io?-

- Chi sei tu?-

- Giacomo. Sono Giacomo…-

Non risponde. Sembra riflettere. Forse cerca immagini sfocate da ripescare nella memoria.

Guardo le sue mani. Tremano un po’. Ha paura, lo sento. L’annuso nell’aria intorno, satura di fumo.

- Giacomo, il figlio di Teresa, vero?-

- Tuo e di Teresa… Sono tuo figlio Giacomo. Guardami!-

Tace. Vedo il suo profilo tagliare l’aria. E’ di nuovo lontano.

Voglio che scompaia, per lo meno che si renda invisibile per quel poco di tempo che ci resta da passare insieme. Accendo la radio. Alzo il volume. Canticchio. Tamburello con le dita sullo sterzo.

Alzo la voce. Mi accorgo di stare quasi urlando.

Lui non fa resistenza. Subisce ogni cosa. Penso che tutto gli sia indifferente. Credo che non provi né dolore né gioia in questo momento.

Siamo arrivati al casello. Mi fermo, tiro giù il finestrino e infilo il ticket. La voce automatica mi suggerisce le operazioni, mi ringrazia e mi augura buon viaggio.

Lui gira la testa richiamato da quella voce. Mi sembra agitato.

- Cosa c’è?-

- Maria … mi è sembrato di sentire Maria-

- Non c’è nessuna Maria!- dico alzando la voce. Mi pento d’averlo fatto.

- E invece è proprio la mia Maria che mi chiama. Non l’hai sentita?-

In un secondo apre la portiera e scende. Panico!

Mi precipito verso di lui che cammina sbandando e l’afferro.

Si aggrappa alle mie spalle e mi sprofonda la faccia nel petto. Mi sembra che pianga piano.

Le auto in fila suonano insistenti.

Lo allontano da me. Non lo so tenere abbracciato. L’ho dimenticato, penso.

Sono incazzato col mondo lì in fila. Sollevo un medio minaccioso nell’aria. Qualcuno mi lancia un insulto mentre faccio sedere mio padre al suo posto.

Ora voglio solo farla finita con tutto quel dolore. Solo farla finita.

Finalmente a destinazione.

Lo consegno all’infermiere che lo fa sedere su una carrozzella. Sbrigo le varie formalità mentre lui mi sta accanto. Non lo guardo. Sento il suo respiro.

Ora me lo portano via. Non ci salutiamo nemmeno. Neanche una stretta di mano.

- Stammi bene!- gli dico mentre è già lontano.

L’aria intorno è piena del profumo dolciastro del suo dopobarba.

Mi annuso le mani e non sanno di nicotina.

Sento su di me solo quel suo terribile odore.

 Non cercherò di lavarmelo via stavolta.

Non mi rimane altro da fare che aspettare.

 

 

torna a Annabruna Gigliotti

torna a Racconti