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da: "ARRIVEDERCI E GRAZIE"
Semplicemente ci avvisò via sms, poche parole in verità, ma chiare e senza possibilità di replica: arrivo per ferragosto. La casa si fermò per un secondo, il tempo per riprenderci, riprendere fiato e raccogliere straccetti di dolore lasciati dietro di noi. Spettava soprattutto a me quell’amaro compito e non mi fu chiesto se ero d’accordo, andava fatto e basta. Tutto doveva tornare al suo posto e al più presto anche, che non c’era poi molto tempo, disse nostra madre, correndo su per le scale come una ragazza, dimenticando quel suo vezzo di vecchia di salirle trascinando il corpo artritico fino in cima con lamenti a seguito. Stavolta quasi cantava un… presto, presto! Chiudendo il ritornello con uno… slam! di porta sbattuta con corteo di lacrime. Io rimasi ferma sotto le scale, a spiare quella sua uscita di scena e per poco non mi scappava un applauso, se non fosse stato per quel briciolo di orgoglio rimastomi appiccicato addosso per tutti quegli anni come un chewing gum masticato. Anni di silenzio erano volati via così in fretta che ne percepivo distintamente il battito d’ali su di me il cui soffio indifferente avrebbe potuto catapultarmi per terra, se non mi fossi tenuta stretta allo scorrimano che serviva a nostra madre per tenersi salda nella salita quotidiana. Non le era servito poco fa, però, a differenza di me, pensavo. Sedetti sull’ultimo gradino come immaginavo facessero le vergini Inca prima del sacrificio e guardai in alto verso la porta della mia stanza, anzi della sua. Era chiusa, ora, come è mia abitudine da sempre, come lo è da quando lei è partita. Giro la chiave nella toppa e me la porto dietro. Era aperta sempre quando c’era lei, quando abitava quella stanza, quella casa. Ogni segreto è una macchia sul cuore, diceva, un battito anomalo che lo fa ammalare, una nube che diventa temporale. Così cantava lei quando precipitava giù per le scale, sollevando la veste a scoprire le bellissime gambe nude anche in inverno e canzonandomi per quella mia testarda abitudine a voler tener segreta ogni mia cosa dietro una porta chiusa. C’è sempre un duplicato di chiave, diceva lei sfidandomi, e poi planava sul tavolo della colazione del mattino tempestando di baci la faccia di chiunque vi soggiornasse. Mia madre avrebbe fatto di tutto pur di somigliarle, che strano ribaltamento di ruoli! Arrivò persino a cambiarsi i connotati, allontanandoli il più possibile dai miei, così bruni, caldi, mediterranei, per assumere i suoi, rossi, vitali, ferrigni; senza riuscirvi in pieno però, quella era carica come un magnete che aspira tutto ciò che gli gira intorno, lei invece non riusciva a camuffare quella che era poi la mia stessa natura malinconica e facile alle lacrime. Attirava anche me, prima di tutto me, forse a causa di quel grigio metallico dei miei occhi, anche quello ereditato da mia madre. Non doveva poi sforzarsi molto: ero io ad essere sempre appiccicata a lei specie di notte, quando, aprendo la porta della mia stanza, andavo verso la sua, attirata come una falena dalla tenue luce della lampada sempre accesa sul suo comodino. Non pensai mai che potesse avere paura del buio, ero certa piuttosto che lo facesse per me, per rendermi più facile il cammino verso di lei. Lei mi aspettava, lo sapevo, anche se teneva gli occhi chiusi, e, quando alzavo le coperte, mi faceva posto, spostando il suo bel corpo sodo con un piccolo movimento di reni che faceva cigolare per un attimo le molle del letto e, girando verso di me la sua faccia assonnata, mi diceva: - Dai, leggi, principessa triste - Il più delle volte mi ascoltava fino alla fine, ma talvolta si addormentava prima, accompagnando le ultime strofe con sbuffi silenziosi che tradivano il sonno. Piegavo il foglietto su cui avevo scritto la poesia, lo infilavo sotto il cuscino e glielo lasciavo lì prima di ritornare nel mio letto. Non ne parlavamo mai il giorno dopo, non sapevo cosa ne facesse delle mie poesie; solo quando se ne andò le ritrovai tutte piegate come gliele avevo lasciate. Erano infilate in un tubo di cartone che aveva contenuto patatine la cui natura oleosa era rimasta impressa sulla carta, impregnando di fritto anche i versi. Guardai la porta della mia stanza, una porta grigia come le altre della casa, ma non era sempre stata così. Sfidando l’ira di mio padre, un giorno decise di pitturarla d’azzurro e, finita quella, cominciò con le pareti bianche che divennero gialle e, ridendo come una matta, aiutata da me che le reggevo il barattolo del colore, vi aprì sopra bocche rosse spalancate su ugole tremule. Lei era colorata, io no, solo spettatrice della sua leggerezza. Io amo l’alba e i colori sussurrati, lei quelli gridati e i mezzogiorni infuocati.
Ed ora tornava, così all’improvviso come era scomparsa e con la stessa forza distruttrice rompeva il silenzio sceso su di noi, carico di rimproveri e di colpe reciproche, di richiesta di spiegazioni rivolta soprattutto a me che, chiusa in un mutismo testardo, mi ostinavo a non darne. Io ero entrata nella sua stanza, ora mia; un anno di inappetenza mi aveva trasformata in una presenza quasi senza corpo, come un ectoplasma che si aggirava per casa senza catene a seguito, silenziosa e invisibile a tutti. Avevo sollevato le lenzuola del suo letto e mi ci ero adagiata sopra, avevo sprofondato la faccia nel cuscino e aspirato il suo odore e il mio mescolati. Tutto era rimasto come allora. Avevo sentito la sua voce assonnata e il respiro di lei e avevo percepito la pressione delle sue gambe allungate accanto alle mie ormai così magre da essere del tutto estranee a quelle di allora. Avevo provato un dolore tanto forte nel corpo che mi ero alzata dal letto per fuggire, ma ero stata attirata dal grande specchio. Era da un anno che non mi guardavo allo specchio e nel farlo mi artigliai con le mani alla cornice per non cadere. Mi ero guardata scostandomi i capelli dalla fronte e avevo visto me dopo tanto tempo, come un naufrago la terra, dopo essersi strappato le croste di sale dalle ciglia. Avevo la sensazione di tornare a respirare la vita di nuovo con una percezione lucida delle cose. Vidi me senza di lei, la mia voglia di amare negli occhi grigi, la mia capacità di scrivere d’amore e di saper accarezzare e ascoltare, di ridere e di piangere. Vidi lei senza di me, la sua luce accesa sul comodino, le sue gambe contro le mie, il suo prendersi tutto, l’incapacità a respirare l’altro, la paura del dolore, il non saper affrontare la vita senza aggredirla, il non dare spiegazioni, il ritornare come se tutto fosse uguale. Vidi me e lei, me e Andrea, lei e Andrea e i miei baci ad Andrea e i suoi baci ad Andrea; il mio amore per lui, il suo amore per lui; il mio letto e lui, il suo letto e lui; il mio progetto su di lui, il suo progetto su di lui. La sua fuga con lui. Una parte di lui dentro di lei. Mi ero presa la sua stanza. Avevo messo tutte le sue cose in grossi scatoloni, comprese le mie poesie regalate a lei,. Avevo riposto tutto in cantina e avevo iniziato la trasformazione sotto gli occhi stupiti di mia madre e quelli indifferenti degli altri; non abituati a quella mia delirante determinazione, preferirono mettersi da parte e non dire nulla. Alla fine, chiusi la porta e mi portai dietro la chiave. Tornai a vivere. Ed ora ritornava ed ora la madre voleva che tutto fosse come prima, che niente le risultasse cambiato, che la stanza prendesse i colori di allora e che anche la sua vita si colorasse un po’ col suo ritorno. Risi fino allo sfinimento e mi misi al lavoro. Entrai nella stanza e iniziai a tirar giù le tende bianche, aprii l’armadio e raccolsi tutte le mie cose e le riposi in grosse valigie da viaggio, ridipinsi la porta di azzurro e le pareti di giallo e vi aprii le stesse bocche ridenti e le medesime tremule ugole; svuotai gli scatoloni nei cassetti e appesi i suoi vestiti ormai passati nell’armadio, infine sollevai lo specchio e lo sospesi al chiodo, lasciandolo penzolare soddisfatta. Mi guardai intorno: tutto era perfetto, anche le lenzuola e il copriletto erano quelli di allora. Mia madre aspettava in silenzio, sapeva già tutto, era destino, diceva. Io chiusi la porta e poi la riaprii, spalancandola sulle bocche ridenti. Feci cadere dietro di me la chiave che precipitò seguendomi per le scale. Spalancai la porta sulla strada e… arrivederci e grazie.
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