Tre flash sulla mia vita.

   1). Il Sessantotto. Nel 1968, avevo l’età di diciotto anni e frequentavo l’ultimo anno del liceo classico A. Genovesi di Napoli. Periodo caotico con tanti ideali e gente pronta a sfruttarli per fini politici. Ci fu chi credeva in quegli ideali umanitari e libertari subendone gravi conseguenze. Chiuso nel mio egoismo, pensavo a quale facoltà iscrivermi una volta superato l’esame di Stato, se fidanzarmi o no, se passare le vacanze nel mio paese nativo nel Cilento oppure “evadere” in qualche località balneare, se ne avessi avuto le possibilità economiche.

2). Ufo a forma di croce. Fu nel mese di novembre del 1987. Non ricordo la data del giorno, di certo un fine settimana. Ero andato nella mia casetta in campagna a dipingere il paesaggio dalla terrazza. Disegnavo e coloravo ad olio le montagne, il cielo e la campagna verso la vallata. In cima alla collina Bellosguardo, il mio paese. Avevo parcheggiato la macchina (una FIAT RITMO bianca) nel viottolo sterrato davanti casa. Il cielo, terso ripulito dal borea. Mi colpì quel cielo terso, privo di nubi che schiariva sulle creste montagnose. Dipingevo le montagne azzurre sopra il paesino di Corleto, non visibile che dalla mia postazione. Erano passate le diciassette del pomeriggio e faceva freddo. Le ventate del borea mi avevano costretto a tenere  cavalletto e tela sotto lo stipite della porta. indossavo un grosso maglione bianco alla dolce vita e forse avevo lasciato dentro casa, o in macchina, il cappotto. Avvertii un dolore – mi sembra alla spalla sinistra – e mi ci portai la mano. Mi alzai di scatto e pensai: ma sono proprio scemo. Dipingere sul terrazzo con questo freddo e a questa ora, che quasi non ci si vede più...  Portai cavalletto e tela in stanza; chiusi la porta sul terrazzo e salii in macchina. Avrei dovuto percorrere in salita una trentina di metri prima di immettermi sulla provinciale. Proseguivo con lentezza, osservando quel cielo terso. Nell’immettermi sulla provinciale avendo fatto stop, vidi in cielo sopra il massiccio delle montagne di Corleto una striscia luminosa come un nastro. La scia saliva obliquamente. Ebbi il tempo di tirare il freno a mano, aprire lo sportello e tra questo e il vano-macchina, osservare la scia che salendo si allungava. Esclamai per spiegarmi il fenomeno: ma che è, è la cometa di Halley? (quell'anno, infatti, si aspettava la cometa)

   I due segmenti, superiore ed inferiore della scia – quelli che si allungavano – erano fissi, non ondulanti. Gli altri due segmenti, quelli che in effetti delimitavano lo spessore di quella specie di nastro luminoso, erano zigrinati come una sega e i denti ondeggiavano con elevata frequenza: erano come le zigrinature di onde acustiche o di voxel rilevate da apposito congegno.

   La scia luminosa allungandosi si portò in alto verso il centro dello zenit al di sopra o quasi della montagna del paesino di Sacco. Il suo percorso obliquo fu da nord verso sudest. Al centro dello zenit, si sdoppiò in una serie di grossi anelli luminosi a formare una gigantesca croce. Ogni cerchio aveva al centro un punto anch’esso luminoso. C e n'era un altro, ancora più luminoso, all’interno della linea di ogni circonferenza, nella quale si muoveva con - mi sembra - uguale momento di rotazione di quelli nelle altre circonferenze . Una rotazione rapida, ma distinguibile ad occhio nudo. Mi ricordo che ebbi una sensazione di gioia. Ero meravigliato, ma non impaurito. All’improvviso, come quando si spegne l’interruttore della luce, tutto scomparve. Allibit, tornai a casa. Parcheggiando l’auto, il primo che vidi fu mio cugino Angelo. Gli chiesi:

“Angelo, hai visto anche tu quelle luci in cielo?” 

“Che luci?”

Non sapeva niente. Dissi anch’io: 

“No, niente, un aereo. Le luci di un aereo.”

   Ma non era un aereo. Il nastro luminoso in cielo si era prima allungato a dismisura, poi trasformatosi in una serie di cerchi in formazione regolare come gigantesca croce.

   A casa trovai attorno al fuoco i miei genitori e mia sorella. Dissi ciò che avevo visto e ogni tanto mi affacciavo alla finestra a  osservare il cielo, ormai al crepuscolo e quasi scuro. Mia madre voleva aggiungere qualcosa al mio racconto, ma mia sorella e mio padre la zittirono. Forse temevano che non sarei mai più andato in quel posto di campagna. 

Questo è. Giuro che quanto affermo corrisponde a verità e che non ho mai sofferto di visioni o cose del genere. Dopo quel fatto non ho osservato altri segnali strani né in cielo, né in terra. Non ho mai portato occhiali... ma adesso ne avrei bisogno.

3. Scrivo romanzi e racconti dal 1980, circa. Scrivo poesie dall’età di undici - dodici anni.

Dipingo e disegno, senza grande impegno, dall’età di tredici - quattordici anni, grosso modo