Intervista


D - Quale motivo ti spinge a scrivere?
R - Scrivo sostanzialmente per me stessa, perché mi sembra che scrivendo adempio ad un'urgenza, che è anzitutto interiore, di essere.
Con la scrittura, mi sembra di trovare, di dare più chiarezza al mio percorso di coscienza, di divenire persona.
Nella scrittura trovo, entro una certa misura, compensazione ai miei limiti, posso cioè costruirmi "altra", ma non per questo meno vera, da quella che sono. Per esempio, nella realtà sono una timida, scrivendo invece sono più coraggiosa: ho meno remore a prendere posizione, ad esprimermi con più libertà.
Nella scrittura trovo senso e consolazione.

D - In quali generi letterari ti esprimi?
R - La mia vocazione letteraria ha come punto di partenza la poesia, ma da tempo amo sperimentarmi, giocare anche in altri territori, con altri "generi".
Soprattutto amo la dimensione del racconto, nella quale mi piace trasfondere i colori, i toni, le atmosfere che sono presenti anche nelle mie poesie. Insomma, al fondo delle mie intenzioni, pratico il racconto come luogo d'incontro tra prosa e poesia, come mediazione tra dato/fatto reale e fantasia.
Non credo invece di aver ancora maturato il respiro largo, lungo del romanzo, anche se tengo nel cassetto alcune prove sulle quali ogni tanto ritorno, re-intervengo con rifacimenti più o meno drastici.

D - Quale rapporto hai con il lettore?
R - Il lettore che ho in mente quando scrivo è sostanzialmente un'altra me stessa. 
Da ciò discende che non confeziono testi perché possano piacere ad un determinato lettore, che, tra l'altro, penso che non esista. Penso infatti che esistano lettori vari, di varie età, culture e sensibilità, che verso il testo hanno differenti approcci a seconda della loro situazione nel tempo e nel luogo in cui vivono. Ne è disceso che il mio lettore "reale" sia stato agli inizi appartenente alla ristretta cerchia dei miei amici e delle mie amiche. 
Il "salto verso l'ignoto" è stato successivo, molto successivo, ed è stato possibile farlo, forse, proprio perché questo primo lettore (per me molto autorevole) mi ha fortificato con i suoi giudizi e i suoi incoraggiamenti. 
Adesso mi fa piacere che alcuni miei testi vengano inseriti in pubbliche letture, servano da pretesto per laboratori, vengano inseriti in piccole antologie; mi fa inoltre estremo piacere che alcuni si ricordino del mio primo libro "ISOLA", pubblicato più di 10 anni or sono, che certi mi cerchino per comunicarmi l'emozione che un mio testo ha suscitato in loro.
E' questo il rapporto con il lettore che prediligo e che mi gratifica, più della circolazione, della vendita, in senso stretto, del libro.

D - Quale considerazione hai del libro tradizionale?
R - Io da lettrice, quale anche sono, di poesia e di altro, valuto i libri in libri buoni (sempre più rari), che arricchiscono, e libri superflui, che non dicono niente e che, naturalmente, sono uno spreco di carta, di alberi abbattuti per confezionarlo… e di questi, ce ne sono, purtroppo, tanti, in bella vista esposti nelle nostre librerie che, magari, riescono anche a vendere sull'onda della grancassa dei potenti mezzi della casa editrice che li ha editati, ma dei quali, l'anno dopo, difficilmente si conserva memoria e che non è raro trovare, di lì a poco, a metà prezzo, ancora nuovi nuovi, mai sfogliati nelle bancarelle di qualche mercatino rionale.

D - Quale esperienza hai del mondo editoriale?
R - Non ho grande esperienza del mondo editoriale, e quella che ho non è molto edificante.
Scrivendo prevalentemente poesia e non facendo parte di alcuna consorteria, il ritornello al quale ormai le mie orecchia si sono assuefatte è quello che la poesia non ha mercato… Eppure se ne pubblica tanta. Se ne pubblica tanta, ma a pagamento.
Alcune case editrici pubblicano tutto purché l'autore paghi, e spesso paga cifre sconsiderate (E, in certi casi, sarebbe forse più conveniente per lui "stampare" affidandosi a un buon tipografo).
Altre (poche, anzi pochissime) hanno invece una direzione editoriale o un comitato di lettura che almeno visiona il materiale e che fa all'autore la sua proposta di pubblicazione che, in genere, si sostanzia in una compartecipazione alle spese o in un impegno a comprare a prezzo di costo un certo numero di copie del libro.
Sinora è stata questa seconda opzione quella da me scelta per dare alle stampe "Isola" con Bastogi Editrice Italiana nel 1991 e "La donna senza testa" con Prospettiva Editrice nel 2001.
Ho invece rifiutato di pubblicare un libro di racconti per una casa editrice di Cagliari, sia perché mi sono sentita chiedere un milione e mezzo di vecchie lire come contributo, sia perché ho valutato che non avesse una direzione editoriale all'altezza (il tizio che mi fece la proposta sosteneva che avrebbe letto lui da solo tutto il materiale che gli stava arrivando), e che, soprattutto, non fosse in grado, poi, di fare una seria promozione e diffusione del libro, nemmeno a livello regionale.

D - Cosa pensi dei Concorsi letterari?
R - I concorsi letterari validi sono in genere una vetrina/passerella per autori già affermati. L'esordiente, nella migliore delle ipotesi, nei concorsi di un certo livello, può solo sperare di essere "segnalato".
Partecipo di rado ai concorsi, anche a quelli ai quali vengo invitata, e, quando mi decido a farlo, lo faccio, in genere, dopo aver valutato la mia "creatura" rispetto alla composizione della giuria. (Guardo cioè se ne fanno parte persone che mi conoscono, che mi hanno già letto, anche per altre cose, e che io stimo fuori da certi "giochetti"). 
Vi partecipo per mantenere un rapporto anche con quel mondo, per aprire spazi comunicativi alla mia scrittura. 
Prediligo concorsi che più che premi in denaro offrono al partecipante prospettive di pubblicazione.
Sinora è andata così per il premio "Laboratorio delle Arti" di Milano di Domenico Cara e per l'Anna Borra di Roma, dai quali ho "ricavato" l'inserimento di alcuni testi in antologia.
Altri mi hanno riservato la pubblicazione in riviste e librini minori.

D - Quale posto ha il successo nella tua considerazione?
R - Il termine successo è un termine grosso. E' un termine che non s'addice a chi fa poesia, che non s'addice a me.
Certo sarei un'ipocrita però se esternassi qui indifferenza verso il raggiungimento di certi risultati, verso il riconoscimento/apprezzamento da parte degli altri del valore/del senso/della qualità del mio lavoro. 
Devo dire invece che mi fanno piacere, enorme piacere, e mi sono di grande conforto, le parole di critica e di incoraggiamento, per esempio, di altre persone che scrivono, che conoscono le asperità del percorso e che riescono a leggere con sapienza le coordinate stilistiche, oltre che di contenuto e di impegno, del mio lavoro. 

D - Credi che la scrittura contemporanea abbia trovato una sua strada e quale?
R - Vedo non una ma più scritture nel panorama letterario contemporaneo. Vedo filoni che s'intersecano, che a volte sembrano esaurirsi, ma che poi riappaiono con nuove diramazioni.
La stessa cultura italiana non è univoca. C'è tutto un mondo sommerso che cerca di farsi largo per dirsi, oltre a quello espressione delle realtà metropolitane e/o del Nord opulento, ed è quello delle vitalissime province italiane che premono per emergere. Non premono forse più tanto, perché sono già affermati, gli Andrea Camilleri o i Marcello Fois… che, partiti dalla loro isola, sono riusciti a dare voce nelle loro storie ad un microcosmo personale e nello stesso tempo universale.
Ci sono anche, purtroppo, i Sergio Atzeni che forse dovranno attendere una morte improvvisa e prematura per essere scoperti e venire letti.
Ci sono poi tante autrici brave che ancora scontano una lettura e una considerazione di secondo piano solo per il fatto di scrivere essendo donne.
Non è detto che sia un male che le strade che si percorrono siano diverse.
Oggi che pure le ideologie sono tramontate (ed è un bene!) è estremamente arduo dare un'interpretazione e una rappresentazione del mondo che non sia, in qualche modo, "integralista".
Non avendo risposte preconfezionate, è l'autenticità dell'essere, la verità e l'impegno nel percorso che per me fanno distinzione, esprimono cioè la "chiamata".

D - Si dice che l'immagine stia sostituendo la parola. Cosa ne pensi?
R - La parola che si re-inventa ogni volta nella scrittura porta sempre con sé immagine, memoria, colore di emozioni e di sentimenti.
Personalmente credo che l'immagine rievochi la parola, anche nella sua assenza, anche nel silenzio. 
Penso che parola e immagine debbano perciò, entro certi versi, toccarsi, accarezzarsi, e che stiano bene accostate, riferite l'una all'altra.
La questione del prevalere dell'una sull'altra mi interessa relativamente. 
I pregiudizi, le diffidenze verso il mondo delle immagini (o il mondo dei mass-media tout court: cinema, fotografia, televisione, pubblicità, arti grafiche e visive…) derivano, a mio avviso, da incultura e disattenzione verso le potenzialità che questo mondo sarebbe invece capace di esprimere se fosse attraversato da più libertà e maggiore creatività.

D - Credi che l'espressione multimediale (testo, immagine, suono, movimento, ecc. ) possa sostituire il libro stampato?
R - Insisto: se l'espressione multimediale è frutto di elaborazione libera e creativa e veicola istanze tecniche ed espressive di senso e di valore compiuto, è opera d'arte che ha una sua autonomia e qualità.
Ciò non significa però che può sostituire il libro stampato.
Il libro è un mezzo espressivo che, a mio avviso, continuerà a conservare intatte nel tempo tutte le sue ragioni di essere. 
Penso ad esempio al libro "de chevet" (da comodino), tanto prezioso e unico, quale oggetto di rifugio speciale, di momento/pausa di riflessione e di pensiero prime di affidarsi alle braccia del Sonno. 
Prima con l'avvento del cinema, poi con quello della televisione, dei CD e dei DVD, le solite Cassandre hanno vaticinato la fine del libro, per essere prontamente smentite da un Lettore incauto, coraggioso che continua a provar gusto a prendere tra le sue mani un libro, a sfogliarlo, e a farne il compagno della sua solitudine e del suo essere Uomo/Donna in un mondo in cerca di verità e senso.

D - Cosa pensi della pubblicazione in rete?
R - La pubblicazione in rete è indubbiamente un'opportunità grande per l'autore/per l'autrice di comunicare il suo mondo, il suo lavoro agli altri, con riscontri più immediati forse del circolo vizioso della pubblicazione cartacea. 
Dà il senso, credo, di partecipare ad una comunità più vasta. Ma su questo argomento confesso di essere ancora una neofita, con tutti gli entusiasmi e le timidezze dei principianti. Insomma a momenti mi sembra un evento "straordinario", in altri lo percepisco come un qualcosa che mi "spossessa" e che mi piacerebbe riuscire a ri-agguantare con le giuste competenze per essere proprio in toto l'Autore di quello che va in rete. Ma ho ancora tanto da imparare…

 

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