Nel
settembre del 65 io avevo sei anni e abitavo da poco in zona Bande Nere,
periferia di Milano allora.
I miei a quel tempo se la passavano male, uscivano dal fallimento di
un frutta e verdura e praticamente non avevano altro che le cose che
indossavano e un centinaio di lire in tasca.
Del resto io ero uno che costava, salute cagionevole, la mia.
Tra visite e spostamenti in giro per l'Italia a cercare l'ospedale migliore,
il medico migliore e tutte quelle cose lì, si erano mangiati
i risparmi e un sacco di verdura alla fine, quella che sennò
dovevi buttarla via, quando chiusero il negozio.
In via Orsini avevano trovato casa e lavoro assieme; mia madre gestiva
la portineria e mio padre aveva iniziato a fare il tassista per un tizio
che si chiamava Carlo e che aveva cinque o sei licenze. A dire la verità
mia madre smistava la posta, spazzava l’atrio e basta, non è
mai stata forte mia madre, tutto il resto lo faceva papà.
Io non lo so dove lui trovasse le forze per alzarsi alle cinque del
mattino, pulire le scale in silenzio badando a non fare rumore, e poi
lavarsi di fretta e scappare via col Garelli sgangherato che gli aveva
prestato il padrone dei taxi.
E questo succedeva tutti i giorni, che fosse freddo o caldo non faceva
differenza, perché alle 7 doveva essere dall'altra parte della
città e salire su una 600 multipla verde e nera, di quelle con
la panchina ribaltabile di legno e il vetro scorrevole che separava
il guidatore dai passeggeri.
Su quella macchina ci passava dieci o dodici ore al giorno, praticamente
col culo sulla ruota anteriore sinistra, e mangiava pane e qualcosa
a mezzogiorno sempre al posto di guida, fermo al primo posteggio che
trovava. Poi tornava in rimessa e Carlo gli faceva ripulire la macchina,
perché da li a poco arrivava quello della notte e il taxi doveva
essere a posto. Alle volte quello della notte non arrivava, e così
continuava lui e magari lo rivedevi la sera dopo, anche se alle 5 del
mattino era tornato, aveva tirato a lucido le scale, bevuto un caffè
di fretta e via.
Adesso che ci penso mio padre era un po' come quella macchina, non si
fermava mai. Arrivava a casa e se era primavera faceva il giro del giardino,
e quando tornava sapeva di macchina e di terra, se era inverno andava
giù nel locale caldaie e tornava su che sapeva di macchina e
gasolio.
E questo odore gli rimaneva addosso anche dopo il bagno e lo ritrovavi
mischiato al profumo di brillantina sul cuscino dove dormiva.
Mi ricordo che quel settembre io, io aspettavo ottobre.
Aspettavo ottobre perché iniziava la scuola, e non sapevo se
mi sarebbe piaciuta o meno o se mi avessero accettato per quello che
ero, non sapevo gli scherzi che mi avrebbero fatto, non sapevo come
era stare qualche ora in mezzo agli estranei, lontano da mia madre.
Più o meno a metà di quel mese mio padre arriva a casa
una sera tardi, io mi sveglio e lo sento dire a mia madre che sarebbe
stato a casa l'indomani e che c'era una sorpresa.
La sorpresa era che il giorno dopo, posteggiata davanti all'Upim proprio
di fronte a casa c'era la 600 multipla. Quel giorno lì mi ha
portato in giro per la città, seduto dietro come un passeggero,
perché la macchina doveva fare non so quali controlli e Carlo
aveva altro da fare, e allora che li facesse lui e si tenesse il tempo
che restava per passarlo in famiglia.
Abbiamo girato tutta mattina, me lo ricordo bene; il tempo era incerto
e lui aveva gli occhi grigi che ridevano e le mani grandi che nascondevano
il volante mentre si inventava i nomi dei cartelli stradali.
Mi indicava le strade, suonava incrociando i colleghi, mi faceva vedere
le piazze, i palazzi strani, i bar che usava quando aveva bisogno di
andare in bagno.
Era la prima volta che vedevo dove viveva quando non era con noi.
Io lo guardavo guidare e mi sembrava che lui e la macchina fossero una
cosa sola che rimbalzava sulle rotaie alte del tram, sulle pietre sconnesse
delle strade vecchie, con un rumore sordo e potente come una pancia
vuota da troppo tempo.
Vedevo Milano sfrecciare via, veloce, quasi mangiata dai riflessi lucidi
dei capelli neri di mio padre; non l'ho mai più vista così
nuova e fresca, così viva.
Era un mercoledì lo ricordo bene, a cavallo di quel mese, perché
il mercoledì si mangiava carne, e al nostro ritorno mia madre
aveva cucinato pollo e patate fritte, e c'era un profumo da allagarti
la bocca e lei aveva più sorrisi degli altri giorni. Anche più
degli altri mercoledì.
Poi eravamo usciti ancora, mio padre e io, e ci eravamo occupati della
macchina. L'avevamo pulita e lustrata poi lui aveva aperto il cofano
e mi aveva mostrato il motore le candele e tutto, ma a me non interessava,
quello era il suo giocattolo, il mio giocattolo per quel giorno era
lui.
Tornammo a casa per cena dopo aver fatto il giro del giardino assieme.
Pastina col grana e zucchine ripiene, poi il telegiornale, carosello,
io che vado a letto e non riesco a dormire, e mia madre che vuole che
io dorma; non so come darle torto ora. Poi sto quasi per dormire ma
mi risveglia il telefono.
E’ Carlo; un collega di papà non si presenterà quella
sera, questione di parenti. No, no, niente di brutto è solo nata
una bimba.
C'è una macchina ferma e il turno di notte scoperto.
©
12
settembre 2002 remote - Luigi Cristiano