Essere creativi è un esercizio quotidiano. Non è azione fulminea, non solo improvvisa intuizione. Certo, azione e intuizione sono come acqua e farina per il pane, ma non è sufficiente, o almeno non è quello che vado cercando. Costruendo, sarebbe meglio dire.
   Oggi quello che vado cercando è di ‘udire sempre’, in altro modo, ‘scegliere sempre’ in altro modo, ‘parlare sempre’ in altro modo. Portare, ovunque e comunque, il brivido dell’aldilà del ponte, la testimonianza del guado. Parlano i boschi, i fiumi. Difficile capire le loro voci. Eppure esiste qualcosa che è parola non di norma, non di consuetudine; parola non inutile, parola che apra. Nel mio esercizio quotidiano, ormai dentro gli stessi minuti, odo lo scrocchiare duro delle mandorle, le parole in gusci di altre parole. Elencate e offerte senza coscienza, senza prendere il linguaggio in mano. Innumerevoli occasioni mancate, impaludamenti linguistici ed emotivi senza un solo passo, senza una sola idea di andatura. Come può, darsi una parola che ‘mantenga’ fermi? Conversazioni e telefonate che ti lasciano dove eri, senza che siano vive. Essere vivi è qualcos’altro. E’ per me intuire e agire sempre su quella soglia, quell’argine in mattone della doppia possibilità. Stare, andare. Ripetere, parlare. Dire spingendo chi mi ascolta a vedere di come il piede sia già con le dita nell’altra acqua, di come le palme delle mani si aprano sotto le foglie. Mi ci sono cadute castagne dentro, dopo anni dalla foresta, e non solo segmenti iridescenti di luce colorata. E so di non aver capito abbastanza, so. Mi mancano ancora dei pezzi all’esercizio perché sia davvero maturo, definitivo, collegato allo stesso respiro. Certo l’esercizio dell’ascolto e dell’attenzione si è evoluto, è cresciuto a dismisura nell’esperienza del tempo vissuto degli altri, ma soprattutto nell’esperienza del tempo fuori da me, nella fantasia di una reincarnazione millenaria, di un amore così vicino al sogno.      Sono stata musa e Dea, Medusa e femmina animale. Ho attraversato lo spazio grigio del nulla, del terrore. Ho spappolato l’io subendo la violenta alluvione delle dighe del non senso. Ho conosciuto dal fondo l’esperienza del senza nome, e ancora delle mie moltitudini. Anfibio, uccello, e poi ancora maceria: spazi di acqua, di cielo e di terra per arrivare ad una conoscenza che voglio si stabilizzi ‘ultraterrena’, se terrena è soltanto quello stolido appagamento del pensiero primitivo, la riduzione a classificabilità di ciò che non è classificabile.

   C’è un modo di dare ordine e rigore a sequenze che appaiono illogiche, perché di altri spazi. Perché non giocate sul piano dell’immaginazione, al di là di noi, dove si impongono responsabilità e coraggio, decisione ed esposizioni azzardate, veloci, velocissime, sopra e oltre e dentro quel buco che il nostro corpo scava nello spazio visibile, ma che è buco musicale, ritmo, associazione di silenzi e di significati. Non è creatività dire e basta, scrivere e basta; non è creatività scrivere un libro giallo tanto quanto non lo può essere una relazione senza il soggetto; si può essere davvero creativi sulle virgole di una ricetta, creare quella dissonanza che sospende, che apre l’interrogazione, quell’improvviso lievitare della parola nell’ampiezza del cielo. Oppure sì, la creatività ti può anche cogliere, nell’irruenza di un impulso adolescenziale, nell’estasi matura di un atto amoroso. Ma come ti coglie, ti ha già lasciato. Ti abbandona a te stesso e al tuo ritiro mortale dentro la voce dei molti. Non ha tempo, è senza durata. Toglie e annulla la tua azione di soggetto, quel dover fare ‘davanti’ al tempo, quell’anticipare, quel gettare verso. 

   L’esporsi sul terrazzo della mortalità, aprire il cancello, stare su un piede solo, sopportare di tremare nel disequilibrio. Bisogna costruire quel ponte di foglie in meno di un minuto. Al chiudere di una frase, di un punto grammaticale. Udire in altro modo il comunicato, chiedersi, riorganizzare il sistema di pensiero, migrare di là. Poi migrare ancora di qua, nella finzione della normalità, dove fingere di essere interamente incontrabili, visibili, misurabili. Dove più nulla accade, se accadere è l’esplorazione della mutazione possibile, delle ricchezze dell’identità. 
   Ecco la severità del mio scegliere oggi chi abita le contraddizioni di un territorio solo. Non ho più nemmeno compassione, soltanto noia. Non ho tempo da dedicare, troppo è il compito che mi viene ancora dato. Non posso restare nel tempo di chi ode soltanto le contraddizioni minime che si aprono dentro una stessa area, come la decisione spaventosa di chiudere o aprire la finestra: ma sempre con di qua se stessi, di là il paesaggio. E se ci si trovasse sospesi, all’interno del paesaggio, a guardare l’interno come spazio? O ancora, se ci si trovasse a testa in giù? O ancora, se si perdessero i propri anni, le proprie costruzioni linguistiche, in un balbettio che ti vede appena nato all’esperienza? Con il tremore di attraversare la sospensione di quelle passerelle tra un area e l’altra, o addirittura nei luoghi che non hanno ancora nome, e di cui in qualche modo si avverte la responsabilità della testimonianza, come luoghi di canto non ancora udito, canto che aspetta di essere suonato? Sguardi assolutamente inesplorati?
   Dimmi, mio vecchio e tozzo castagno, appeso a questo bordo di argilla disciolta, con quella tua massa di tronco che tiene il terreno e mille radici sospese come capelli nel vuoto, e l’esuberanza instancabile di quei rami di gioventù, rinascenti in vigore e forma, dimmi, amico mio irrinunciabile: sono sulla buona strada? 

   autunno 2007, nel mio bosco di castagni