INTERVISTA a... FRANCO SANTAMARIA
a cura di Mirella Floris

 

D - Quale motivo ti spinge a scrivere?

R - Vorrei precisare che, oltre che scrivere, dipingo. La precisazione mi sembra opportuna, poiché entrambe queste mie attività artistiche, parallele a partire dai primi anni Ottanta, rispondono ad un unico bisogno di esprimere la vera condizione dell'uomo del nostro tempo con le sue angosce e le sue sofferenze, con le sue sconfitte, ma anche con la sua speranza di riuscire finalmente a ribellarsi alle cause (essenzialmente di natura politica) dei suoi mali. Una visione umana, che è insieme visione politica, la quale impone all'artista di abbattere i confini del proprio soggettivismo per farsi "altro" (natura violentata, umanità che esplode con le bombe, che crepa di fame, che è schiacciata dal potere apertamente dispotico o pseudolibertario, che è privata del diritto a vivere un'esistenza dignitosa) e impone, quindi, all'arte di assumere necessariamente una funzione sociale di denuncia e di sollecitazione al cambiamento.
Ricordiamoci che la concezione dell'arte come pura espressione estetica o come semplice proiezione individualista/intimista è teorizzata e seguita quando il potere ha ormai imposto o sta per imporre le sue condizioni e gli artisti credono di macchiare la propria "dignità" se si propongono come entità non separata dal resto della vita.

D - Non si rischia così di riprodurre in modo meccanico la realtà anche in poesia e nell'arte figurativa?

R - L'arte vera è simbolismo, allusione mediante analogia, trasformazione e riproposizione della realtà mediante la metafora e tutti quegli accorgimenti tecnici, stilistici ed espressivi che trasferiscono il contenuto in una dimensione diversa ma non irreale. Se non si tiene conto di ciò, non si fa "arte", ma banale operazione di dilettantismo e confusione con linguaggi di tipo informativo-referenziale che non sono propri della poesia e della pittura.

D - Con l'opera pubblicata in Internet "Parola e Immagine: Poesia e Pittura" hai, per questa tua visione della vita e dell'arte, addirittura sperimentato una sorta di fusione del linguaggio poetico e del linguaggio pittorico. In cosa consiste, in particolare, questa novità?

R - Ogni linguaggio è formato da segni che lo distinguono dagli altri, per cui non posso affermare che la rappresentazione del segno grafico può sostituirsi a quella del segno pittorico, e viceversa, oppure che entrambe le rappresentazioni si fondino senza causare nei rispettivi linguaggi sostanziali modifiche. Tentativi in tal senso si stanno effettuando mediante l'uso di software e in un certo tipo di pittura. Ma ciò che ho tentato io riguarda la concezione d'essere della poesia e della pittura e lo sfruttamento delle potenzialità comuni ai due linguaggi, le risorse connotative, che permettono non solo di descrivere e d'informare, ma anche di evocare una rete di immagini, di valori, di emozioni, di sensazioni e di ideali tra loro connessi sia sul piano del significato sia su quello del significante. Così che i due linguaggi diventano complementari e contemporaneamente indispensabili per la comprensione piena di ciò che è scritto in poesia e di ciò che è raffigurato in pittura. Per via della stretta relazione, direi fusione, che si crea, la lettura della poesia senza la visione del dipinto, e viceversa, risulta priva di quella completezza ideologico-artistica da cui muove sia la composizione poetica che quella pittorica.

D - Quale rapporto hai col lettore/spettatore?

R - Dalle numerose attestazioni di simpatia che mi pervengono tramite mail, sono portato a credere che le mie idee e il modo come le espongo piacciono. E' motivo di grande soddisfazione e d'incoraggiamento a proseguire su questa strada.
Però quanti altri che leggono/vedono le mie opere sono sulla mia stessa lunghezza d'onda? Quanti sono disposti ad accettare la mia stessa visione della vita e dell'arte? Troppo spesso l'apparente benessere e l'apparente libertà di oggi rendono insopportabile il pensiero stesso della perdita di questa apparenza, che una demagogia diffusa a livello globale fa credere sostanza.
Inoltre, quanti comprendono, ripeto: comprendono, il messaggio che voglio comunicare, proprio per l'odierna dismessa abitudine a scavare in profondità per rinvenirvi i significati più reconditi, sovente assai dolorosi, del nostro essere (in quanto soggetto-oggetto del creato) e del nostro agire?
Vorrei che ci trovassimo in sintonia, io e loro, o per lo meno che li trovassi disponibili a raccogliere il mio messaggio: ciò sarebbe come l'espressione della voglia di vivere in modo più umano, più giusto, più consapevole, e premessa d'impegno reale per il cambiamento.

D - Quale considerazione hai del libro tradizionale?

R - Oggi la tecnologia offre una serie rilevante di mezzi per la diffusione e l'acquisizione d'informazioni culturali, sono mezzi veloci e alla portata di un numero sempre crescente di persone. Ma c'è il rischio che con il convulso aggiornamento della tecnologia, tali mezzi possano diventare obsoleti in breve tempo, non più utilizzabili, con perdita del patrimonio culturale che essi contengono.
Penso anche alla televisione e ad altri canali di trasmissione del sapere, che molto spesso trasmettono informazioni straordinariamente interessanti. Però, rimane molto poco di utile nella mente dello spettatore, mentre il più si perde con la fine della trasmissione e non c'è più modo di ritornarci sopra, per capire ciò che non si è capito e di ritenere ciò che più interessa.
Il libro invece sfida il tempo ed è insostituibile per sicurezza, praticità, possibilità di consultazione immediata e continuativa, ed anche per senso affettivo. Conserviamocelo, il libro, anche per rinfrescare al momento opportuno la nostra memoria e... i nostri ricordi!

D - Quale esperienza hai del mondo editoriale?

R - E' come se, giunto alla stazione, vieni a sapere che il treno non parte più. Ma, nel caso, forse la situazione è più drammatica, perché si tratta delle tue idee che subiscono un fermo umiliante e spesso senza speranza.
La grande editoria è riservata all'élite, cioè a chi, per rinomanza acquisita meritatamente o meno, può assicurare all'editore un ritorno d'immagine e di "cassetta". L'altra editoria, salvo rari casi, si rivela un bluff, perché si fa pagare e non rispetta gli impegni assunti.
Anch'io ho patito questa umiliante esperienza con la pubblicazione della mia prima raccolta di poesie, Primo Lievito: 1000 copie, obbligo d'acquisto di 300 copie ("contributo spese"), nessuna copia venduta dall'editore (editore o, piuttosto, stampatore?), acquisto delle copie non vendute (tutt'e 700!) che poi  distribuii gratuitamente lungo le vie più affollate di Taranto e di Napoli (Vomero).
Che tale comportamento fosse regola assai diffusa mi fu confermato da alcuni tentativi successivi: mentre i “grandi” mi ritornavano indietro il manoscritto con la solita motivazione “da presa in giro”, gli altri mi chiedevano soldi.
Decisi allora di lasciar perdere, pur continuando a scrivere per esigenza interiore un paio di romanzi, racconti, poesie.
In seguito alla prematura scomparsa di mia moglie (30 dicembre del 1994), preso da profondo sconforto, distrussi quasi tutte le mie opere: i due romanzi, raccolte di racconti e di poesie, molti dipinti. Lascio immaginare perché toccasse proprio alle opere tale furia distruttiva!
Ciò che di scritto si salvò per puro caso, l'ordinai in seguito alla meglio dando luogo a tre raccolte di poesie: “La mia valle non è l'Eden”, “Storie di echi” (raccolta pubblicata gratuitamente dai Fratelli Ferraro di Napoli nel 1997), “Echi ad incastro” e a una raccolta di racconti dal titolo "Se la catena non si spezza".
E ancora aspetto... pazientemente... che qualche editore "serio" mi "scopra" (alla mia età!!) e pubblichi le mie opere gratuitamente e con reale impegno di diffonderle. Perché la pubblicazione su carta è un traguardo indispensabile per mettere a disposizione degli altri il proprio pensiero e, se valido, per farlo durare nel tempo, al contrario di quanto può succedere alla pubblicazione nel web, dove tutto è virtuale e perciò effimero.

D - La pubblicazione in rete: cosa ne pensi in particolare?

R - L'avvento d'Internet è stato, anzitutto, l'occasione buona per migliaia di amanti della scrittura e dell'arte di tirare fuori dal "cassetto" fogli e tele condannati a marcire o per esclusione o per impossibilità economica di entrare nei normali circuiti della carta stampata e delle gallerie d'arte.
Internet è stato/è liberazione da angosce, ma anche momento di affermazione di capacità, di interscambio culturale, di annullamento di distanze e d'isolamento.
E' anche "mare magnum", però, che accoglie tantissimi che vi entrano per fare sfoggio di presunte, molto presunte, abilità artistiche. E sono questi che concorrono molto concretamente ad inquinare le acque della buona arte, perché (per colpa anche di quei gestori di salotti che mirano più alla quantità di scritti pubblicati che alla loro qualità!) quasi tutti si montano poi la testa e corrono ad arricchire pseudoeditori senza scrupoli.

D - Cosa pensi dei Concorsi letterari?

R - I Concorsi letterari dovrebbero contribuire a fare uscire dall'anonimato e a premiare coloro che lo meritano. Invece, sembra che anche qui ci sia molto spesso del marcio. Una pastetta, per dirla con una parola, un'occasione per premiare l'amico con i soldi degli ingenui concorrenti (e talvolta anche degli enti pubblici che li sponsorizzano). Talvolta, addirittura, la giuria è formata da nomi (famosi) che, impegnati professionalmente fino al collo, è impossibile che perdano il loro tempo a leggere e a giudicare migliaia di componimenti singoli o opere edite intere. E allora, una volta conosciuta la rosa dei concorrenti e individuato il... "socio di circolo", avviene lo scambio di favori: io faccio premiare te, tu farai premiare me!
Come con gli editori, anche con i concorsi letterari bisogna avere gli occhi bene aperti. E sperare d'incontrarne, qualora si partecipi, uno nel quale onestà ed obiettività di valutazione siano veramente prese in considerazione.

D - Credi che la scrittura contemporanea abbia trovato una sua strada e quale?

R - Non sono né critico letterario né studioso della letteratura contemporanea, per cui le mie osservazioni possono non avere alcun riscontro nel giudizio degli... addetti ai lavori. Come lettore, mi sento di affermare che non esiste una linea dominante, soprattutto per quanto riguarda la poesia.
Forse nella narrativa permane ancora la tendenza ad avere come punto di riferimento la narrativa straniera (americana), nei casi migliori. Ma spesso s'incontra narrativa d'occasione e di maniera, vuota di contenuti ma piena di volgarità senza freni. Che sia questa la novità?
Nella poesia c'è il caos. Lo stesso tentativo della critica militante di individuarne dei filoni significativi naviga nell'indeterminatezza e nella contraddizione, proprio per la predisposizione di essa (critica militante) a fare gli interessi di certa editoria, di pochi "fortunati" e, soprattutto, degli amici di "circolo", tante volte vedendo "poesia" là dove non c'è. Così che, invece di chiarezza, ne ricaviamo maggiore confusione e spinta a prendere per buona ciò che, a mio parere, è non-poesia.
Tuttavia penso di non sbagliare se, nell'estrema varietà delle proposte poetiche (addirittura qualcuno individua diversi "territori poetici" tra le regioni italiane!), riassumo in due conformismi la poetica contemporanea: da una parte, il calligrafismo/sperimentalismo accademico (o d'imitazione accademica) e dall'altra, l'esaltazione dell'Io in cui s'introduce qualche frammento di realtà: il primo è in funzione esclusivamente del "bello stile", è quindi forma narcisistica; la seconda è auto-referenzialità, più vicina, nella forma espressiva, alla parola narrativa che a quella poetica.
Di strade, quindi, ce ne sono tante: ma portano lontano da quelle regole di base che caratterizzano la natura della poesia, e anche della narrativa.

 

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