da "Il viaggio del mio cuore"

Il mio mago

“Case di spiriti fatte di albe

Fatte di muschio

Fatte di cotoni

Fatte di pioggia

Fatte di soli

Fatte di turchesi

Fatte di venti

Fatte di pelliccia

Fatte di pollini

Fatte di pietra focaia

Fatte di cristalli.

Spiriti di tutte le case

sotto i cieli,

benedite la mia casa

fatta di fango, resina, pino.

benedite la mia famiglia

Fatta di sangue, midollo, osso.”

(Canto Navajo)

 

E  subito la stanza apparve, la stanza che nei tardi pomeriggi invernali era piena di noi, della nostra unione, del nostro amore, della nostra solidarietà. Era un cuore pulsante, un caldo nido che niente e nessuno poteva distruggere. Mio padre seduto al deschetto creava le sue scarpe, mani occupate e spago in bocca, tutto preso, tutto intento ad aumentare il benessere della sua famiglia; mia madre, giovane e bella, seduta al tavolo a preparare le verdure o a ra    mmendare, silenziosamente felice; io e mia sorella immerse in uno psicodramma lavorativo: eravamo impiegate delle poste e le insegnavo a mettere i timbri sui registri, a tenere  con forza il timbro la cui presa sfuggiva alle sue dita di bimba piccolissima, non più di due anni. Avevamo il nostro angolino vicino alla vecchia madia i cui cassetti erano gli scaffali del nostro ufficio e non lontane dalla stufa a legna. Dall’incavo della credenza, la radio accesa ci teneva compagnia mentre fuori l’inverno imperversava.

Ci volevamo bene ed eravamo felici.

Oggi per me quella stanza è la mia grotta  di magico  cristallo, i cui bagliori mi danno ancora  luce. E’ il mio rifugio segreto dove incontro di nuovo la mia innocenza, dove tutto si placa, dove posso entrare nel cerchio di luce del mio Merlino, abbracciarlo e stare stretta a lui sentendomi avvolta da una pace immensa e da un senso di benessere che non è di questa terra. Io e lui nella luce, senza parlare… è come se assorbissi tutta la sua consapevolezza, la nostra è una comunicazione dell’anima e la strada da percorrere mi è di nuovo chiara .. e, ogni volta,  non me ne vorrei andare via più…

E’ come il cerchio di luce in cui, in due sogni diversi, mi sono apparsi dei cari defunti che mi hanno invitato ad entrarvi e, una volta lì dentro, vicino a loro, in mezzo alla luce, ho avuto la premonizione o il ricordo di un tipo di benessere mai provato in questa vita e di cui nessuna parola, nessuna descrizione può rendere l’idea.

 

Il mio papà mago

il mio piccolo grande uomo,

il grande lavoratore e nuotatore

che ogni sera mi leggeva il libro “Cuore”

 

Quanto ci siamo amati e quanto ancora siamo insieme nonostante le dimensioni diverse in cui viviamo.

Aspettavo con ansia il suo ritorno dal lavoro per osservare il suo impegno bambino ad inventare giochi nuovi, diversi, per giocare con lui o andare in bicicletta seduta sul seggiolino agganciato al manubrio, io con il vento in faccia a prua della nostra nave mentre le sue parole dettate da un’immaginazione vivissima mi facevano vivere realtà fantastiche.

Io e lui nella nostra irrealtà scombinata…avanti tutta nostromo sugli stradelli di terra battuta del dopoguerra, in una Ancona che ancora non esisteva …ecco un’onda…tenersi saldi…e il dossetto era superato e si approdava sempre in spiagge dorate dove si andava alla ricerca del tesoro dei pirati..15 uomini…15 uomini…

Se riuscivamo ad arrivare alla spiaggia di Palombina allora erano macchine che mi costruiva nella sabbia, scavando con impegno ed ecco il sedile incantato ...appena lì cominciava un altro viaggio con lui sdraiato accanto a  me mentre gli raccontavo dove stavamo andando, gli unici rumori erano le nostre voci e il mare con il suo mormorio buono.

Papà bambino con me, bambino lasciato nel cestone a capo delle scale nella sua casa natale di Candia mentre la sua mamma e le sue sorelle maggiori andavano a cercare verdure nei campi, lì, solo, per ore…forse la sua fantasia si è sviluppata proprio in quei lunghi solitari momenti, per sopravvivere…l’orfano più piccolo, il sesto, di un padre morto di febbre spagnola appena ritornato dal fronte della prima guerra mondiale, aveva fatto in tempo solo a donargli la vita e a lasciarlo all’amore di una madre sfinita dal lavoro, delle sorelle Ines, Maria e Celeste, dei fratelli Edoardo e Fulvio.

Imparò a camminare molto tardi, forse dopo i tre anni, quando ebbe il coraggio di disubbidire uscendo dal cesto in cui lo lasciavano avvolgendolo di raccomandazioni…

L’idea di metterlo in collegio all’età di sette anni come orfano di guerra, fu di zia Ines, la sorella  sua seconda mamma: lì poteva studiare e, soprattutto, mangiare e lì studiò e imparò anche un mestiere, quello di ciabattino, ma anche a suonare il flauto e probabilmente lesse, lesse tanto.

Era amato da tutti per il suo carattere estroverso, amante della compagnia, per la sua etica innata, per i suoi principi da non tradire mai, per l’impegno che metteva in ogni attività intrapresa e svolta sempre con amore…….e così fu anche nei sette anni di militare durante la seconda guerra mondiale dove si ritrovò appena uscito dal collegio, infatti durante la sua amatissima esperienza di marinaio la guerra scoppiò e viaggiò il  Mediterraneo, ma soprattutto l’Adriatico: Livorno, Taranto, Venezia e Trieste.

Venezia e Trieste, Trieste e Venezia: quanti racconti di guerra rocamboleschi ambientati in queste due città, forse ingigantiti dalla sua potente fantasia ed io ad ascoltarlo a bocca aperta immaginando il porto di Trieste, le sue colline, la sua bella piazza sul mare, ma fu Venezia a prendermi il cuore, a rapirmi tra le sue calli e campielli e credevo fermamente che papà mi ci avrebbe portato quanto prima perché il suo era un ritornello:- Ti porterò a Venezia, ti porterò a Venezia!-

Non è riuscito mai nel suo intento, ma fu con il ricavato dei suoi perenni straordinari che mi permise di andarci in quarto magistrale con la gita della scuola e mentre la percorrevo e la toccavo e la amavo vedevo mio padre giovane marinaio con il cappello alla ventitrè, sorriso e sigaretta in bocca in libera uscita con i suoi tanti amici camminare spensierati lungo i canali.

I racconti di guerra divennero una sua specialità, nella vecchiaia, quando il ricordo diventa veramente importante e fa bene al cuore.

Subito dopo le cene ecco il momento magico del ricordo nel silenzio di noi al suo tono di voce particolare preludio al racconto dell’otto settembre, allo sbandamento, alla fuga a piedi attraverso l’Italia, da nord al centro, aiutato da persone buone che rischiavano la vita nel loro atto di solidarietà.

L’arrivo a Tolentino dove tutta la sua famiglia era sfollata a casa dei miei nonni materni, dove lo attendeva la sua giovane e bella fidanzata che, insieme agli altri, lo nascose, salvandolo alle retate dei tedeschi, una volta dentro una cassapanca su cui si sedette la sua malandata mamma invecchiata anzitempo e che il soldato tedesco non ebbe il coraggio di far alzare; nella soffitta con un grande cesto attaccato in qualche modo a coprirne l’apertura, nelle fognature vicino alla casa…e fu fortunato…non fu tra i martiri di Montalto dove si salvò solo un ragazzo coperto da altri cadaveri e che poi emigrerà in Argentina.

Quanta paura avrà avuto in quei momenti il mio papà giocherellone che è andato avanti  nella vita con dignità destinato a recuperare gli anni passati nel cestone camminando, camminando una vita come portalettere in Ancona, con una spalla sempre più bassa per il peso della grossa  borsa di cuoio piena di lettere, latore inconsapevole di  gioia e dolore.

Avrà di certo fantasticato sul contenuto di molte lettere aiutandosi così a superare la fatica di un lungo percorso a piedi.  

 

 

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