Dalla raccolta di racconti "La luna nella bottiglia" ediz. Serarcangeli


BUCCE DI MANDARINI SULLA NEVE


Quando nevicava, nevicava forte. Dapprima la strada asciutta sembrava sporcarsi di mocci biancastri come il naso di un bambino. Poi si formava un velo sottile. Pareva farina distesa per la sfoglia, dove presto le dita vigorose di sua madre si sarebbero infilate per un inesausto tramestio. Invece la neve continuava ad accumularsi liscia ed intatta, strato su strato. Sui davanzali, sugli alberi, sui tetti, dentro i giardini. Era una lievitazione generale : la grande fioritura dell'inverno.
Lei la guardava scendere dalla finestra in disparte, riguardosamente. Chi per primo avrebbe osato violarla coi propri passi?
Ecco, usciva la nonna. Le sue gambe tonde e pesanti calcavano la neve senza ritegno. Nell'ondeggiamento greve del suo corpo gli orli del vestito si sollevavano scoprendo le ginocchia cicciute, appena ricoperte dalle calze fermate da un elastico. Le sembrava vecchia vecchia sua nonna. Vecchia come Noé.
La neve tenerissima piegava il collo sotto i suoi piedi. Ma lei avanzava inarrestabile, lasciando sul campo insanabili ferite da ciabatta.
Prima di uscire, aveva appoggiato sulla sedia vicino alla stufa il suo rammendo e la cassetta da cucito, spalancata come la bocca di un pesce fuor d'acqua.
Dentro ad essa, oltre ai ferri del mestiere, giacevano in buon ordine numerose figurine di santi, consunte da baci devoti, una vecchia fotografia di suo figlio Carlén dal fronte: "Saluti ai miei genitori, sempre vostro Carlo" ed un ciuffo di capelli dell'altro figlio Nando, morto ancora in fasce.
Il rammendo della nonna era prodigioso. Inseguiva i fili della stoffa, orizzontali e verticali, con la mira infallibile di un cacciatore. Chiudeva i margini lisi con cinte inespugnabili di imbastiture. Imbrigliava gli strappi in reti fittissime di punti. Aveva sempre qualcosa da rammendare, qualche buco farabutto da raddrizzare, qualche squarcio da ricomporre.
E gettava un anatema terribile contro il filo che proprio non voleva infilarsi nella cruna: "E vé ché brüt satanüss, brüt bagulôn! Maladíssa té e c't'ha niná! S'at ciáp..." .
Ne uscivano però ghirigori fantastici, sembravano un mappamondo: qui l'Africa, qui l'America, qui l'Asia oppure qui una farfalla, qui un volto, qui una stella. Si poteva partire da lì ed arrivare lontano, passando di punto in punto come da un meridiano all'altro, dal cielo alla terra, dall'inferno al paradiso. Si sentiva la presa dei suoi polpastrelli che tiravano su i fili. Sembravano ancore inossidabili: "E vé ché, satanüss! S'at ciáp..." .
Fuori, la neve continuava a scendere. Ad occhio e croce: quasi mezzo metro. Lei vedeva un lago bianco che imbavagliava le porte e cingeva d'assedio le finestre. Chi per primo avrebbe osato sfidarlo coi propri passi?
Dentro, la stufa ruminava bocconi di corteccia. Ogni tanto dal suo stomaco d'acciaio provenivano scoppiettanti segnali di digestione.
Sulla linea di confine, i vetri si appannavano come specchi magici prima dell' incantesimo.
Ecco, davanti a casa sua, usciva Ginôn. Era armato: una pala appuntita gli pendeva minacciosa dalla mano destra. Affondava pericolosamente le gambe nella neve, muovendosi a scatti come un astronauta su un pianeta sconosciuto. Ma tutt'un tratto inarcava la schiena e, imprecando a viva voce: "Ma ché lavúr, ché lavúr! Diu t' maladíssa!" , sferzava colpi implacabili alla coltre compatta che arretrava inesorabilmente di fronte alla sua avanzata.
Ora lei vedeva, davanti a sé, uno stretto varco in mezzo alla strada, dove le orme si rincorrevano a frotte come chiocciole di mare in vista di un granchio polposo sulla battigia.
Alzando gli occhi verso il cielo, lei si accorgeva che le falde cominciavano a diventare più rade. Intanto spiava dal piccolo foro della piastra della stufa i suoi abissi infernali. Immaginava così l'inferno: lì dentro c'era Lucifero e tutta la sua combriccola: "Atæinta, veh! At salta al diául in sa spáli!" . Sul suo piano rovente borbottava il bricco dell'acqua in sempiterna ebollizione.
Ora aveva del tutto cessato di nevicare. Con la mano lei staccava dai vetri il fiato annebbiato della stufa. Ecco, riusciva a vedere fuori sulla strada sua cugina. Le sue ginocchia erano cicciute come quelle della nonna. Ma era leggerissima, quando accostava la neve alla sua bocca, sollevandola con le mani a coppa: sentiva un sapore bianco di nuvola mescolata al vento. Il cielo si scioglieva dentro il suo corpo con la sua anima celeste.
Sugli alberi impellicciati non c'era più posto per i passeri. Ora essi stavano in basso, confinati sui mucchi di neve come angeli rinnegati. Balzellando sulla distesa lasciavano strane impronte geometriche che sembravano geroglifici. Era il marchio del loro esilio terrestre: quale peccato avevano commesso?
Era ormai trascorso quasi tutto il mattino. I passi per la via si moltiplicavano. Sotto di essi la neve stritolata emetteva frequenti mugghii soffocati. Il varco in mezzo alla strada si era dilatato come un fiume in piena, ingrossando gli argini. 
Tutto intorno era bianco: bianco il cielo, bianca la terra, bianca la luce, perfino l'ombra. Ma ecco, proprio su un cumulo di neve lei distingueva all'improvviso il colore acceso di bucce sparse di mandarini. Le venne improvviso il rimpianto del sole: dov'era finito? Sentì il profumo di terre lontane, una striscia di mare caldo, l'incanto vivo dell'estate. 
Dalla credenza semiaperta le ammiccava inutilmente un flaccido caco.
Poi scendeva prestissimo il buio: nero il cielo, nera la terra, spenta la luce, perfino l'ombra. Fuori, a scrutare la neve rimaneva un gatto randagio dalle pupille dilatate. Solitario e affamato.
Dentro, il bricco sulla piastra della stufa aveva ormai calmato i suoi bollenti spiriti. Le fiamme infernali da qualche ora si erano spente. Tutti i peccati si erano estinti nella cenere. Ma il giorno dopo sarebbe ricominciata una nuova espiazione: "Atæinta, veh! At salta al diául in sá spáli!".
I confini dell'universo giacevano imprigionati nella cassetta da cucito della nonna. Avrebbero passato lì tutta la notte senza remissione: "E vé ché satanüss! S'at ciáp..." . 
Lei si stringeva dentro il letto inconsapevolmente. Sentiva che quella notte il mondo era più gremito. La terra era umida di presenze ingombranti. Solo il cielo era libero, ma non si poteva volare. Neppure gli uccelli.

Adesso la neve non arriva, non finisce, non smette di continuare. Non imbianca, non oscura. Non sparge su di sé bucce di mandarini come briciole di sole.
Da quanto tempo non nevica più? 





Dalla raccolta in via di pubblicazione "Racconti"


VEDRAI



E' febbraio. Sta coi piedi immersi nella neve fino alle caviglie in attesa del pullman di linea in ritardo. 
E' febbraio, c'è la neve e gli alberi di fronte a lei sbavano di gelo dalle punte dei rami. Eppure non ha mai sentito così vicina la primavera. E' come una fitta di sole dentro i suoi occhi, un odore appena più intenso di erba nascente. Un rumore tiepido di radici in germoglio che la fa sussultare ad ogni angolo.
E' febbraio, c'è la neve e la nebbia le scortica il respiro nella gola. Ma, salendo sul pullman, le sembra che i terrazzi debbano riempirsi di fiori all'improvviso. E, quando il pullman riparte e lei può scrollarsi finalmente dalle caviglie la neve, sente da qualche parte profumo di trifoglio.
Tutto questo è per lei sorprendente. Prima d'ora ha temuto febbraio e la sua neve e la sua nebbia. 
La nebbia in Brianza è quasi dolorosa. Ha perso ogni incantesimo. Non ha il sapore garbato dei fiori secchi. Ti ferisce con la sua agra trasparenza. Odore stinto di benzina, di freddo senza riparo. 
Prima d'ora l'inverno era solito starle appiccicato alla pelle fino a maggio inoltrato e non riusciva a scrollarselo di dosso neppure alla vista delle prime viole. 
Le viole sono desolate in Brianza, disseminate qua e là negli angoli dei condomini come passeggeri che hanno perso l'ultimo tram.
Qualche giorno dopo ella si accorge di essere gravida. Le pare quasi di intravedere attraverso la penombra della camicia da notte il suo bambino fluttuante nel ventre come su uno spigolo di luna.
Febbraio torna febbraio, la neve neve, la nebbia nebbia. Ma lei ha la sensazione che l'estate giungerà prestissimo quest'anno. Rabbrividisce al ricordo improvviso del solleone: non aspetta altro. Se lo sente già sulla pelle: confortante, solido, vivo. 
Comincia così questa attesa a due, leggera come un volo di farfalla. Giorni che si caricano di benigna trepidazione. Passi pesanti di vita. Impercettibili. Inesorabili.
E viene maggio, i primi giorni chiari e profumati. La curva del suo ventre si inclina lievemente, tesa come un arco bianco che sta per scoccare la sua freccia di carne.
E' proprio in un giorno chiaro come questi che lei inizia ad avvertire oscuri dolori in fondo al ventre. 
E' trasportata immediatamente in ospedale. 
"Questi dolori non ci dovrebbero essere" sentenzia la prima infermiera che l'accoglie in reparto: ha capelli opachi sotto la cuffia, odore acre di disinfettante. In controluce la luna si struscia tra le sue gambe rotonde come un gatto affamato. Ma lei non se ne accorge neppure.
Dopo un po' d'attesa l'infermiera la introduce nello studio del medico di turno. Seconda porta a destra, pareti pallide. 
Il dottore la fa sdraiare sul lettino e le pone qualche domanda sul suo stato. Poi comincia ad esplorarle l'interno del ventre, tastandolo in silenzio. 
Il suo gesto è lento. Ma di una lentezza sbiadita. Ella cerca di rincorrere lo sguardo dell'uomo, che si proietta a distanza fra la parete e l'armadio dei medicinali. Una smorfia d'aria si solleva dai suoi movimenti compiti.
Allora lei si ricorda improvvisamente di sua madre che nei giorni di festa, sollevando con una mano le cosce rigide di una gallina spennata sopra il tavolo della cucina, con l'altra la svuotava dei visceri ad uno ad uno. Il suo dito percorreva con sapienza le vie interne dell'animale disteso, battendo col tatto orme ben conosciute, sebbene invisibili.
"Varda che stumac pien, varda che grassa! Vé, puvréna, la ghava al so oev" . Il suo dito screpolato stanava gli organi interni ad uno ad uno con solenne accuratezza. I suoi gesti erano lenti. Ma di una lentezza sacra.
E sembrava che svuotasse il mondo per poi riempirlo di nuovo. Attraverso il buco dove tutto era uscito in composto ordine, introduceva allora il ripieno, denso, corposo, consistente. Finché dentro non rimaneva nessun vuoto da riempire. Poi saldava quella rigenerazione, imbastendo lo squarcio con ago e filo. Così era solita sigillare anche le sue trapunte. Così il mondo non si disfaceva ogni giorno, ma serrava i suoi contorni in solchi indissolubili. 
Sul fornello un brodo profumatissimo gorgogliava con insistenza, pronto a ricevere la vittima sacrificale. Ed emanava fumi d'incenso che impregnavano le pareti. Era l'odore denso delle cose che non finiscono mai. Prive di evanescenze e di sbiadimenti. Sembrava quasi di fiutare l'umore dell'erba nei fossi, là dove si incontra con la selvatichezza delle ortiche o con la fragranza della malva. Un patto d'eternità che comincia dalle radici, continua fino alla punta della foglia e salda la vita alla vita indissolubilmente. 
Dentro il brodo la carota più seducente dell'orto danzava al ritmo fremente dell'ebollizione, avvinghiata ad un sedano dal gambo robusto. 
Ergendosi al di sopra del coperchio, il viso di sua madre sfidava nitidissimo quelle nebbie ribollenti. E le domava inflessibile col mestolo.
Così forse è sorto l' ordine dal caos. E poco importa se è nato prima l'uovo o la gallina. Il rimescolio del braccio di sua madre è stato il primo impulso di generazione.

Il dito del medico continua ad esplorare internamente il suo ventre con studiata lentezza. Non le fa male, ma le scortica l'anima. Il gesto di lui non ha un prima, non ha un dopo. E' un presente che entra dentro di lei senza vibrazioni, senza conseguenze.
"Occorre verificare tutto tramite un'ecografia. E' necessario il ricovero" le dice il dottore alla fine della visita. Elude altre domande, congedandola sbrigativamente. 
Quando viene condotta nella sua camera per la degenza, ella fa in tempo ad incrociare un'altra giovane donna gravida, sua compagna di stanza, che è appena ritornata dall' esame ecografico. Piange sommessamente. Indossa delle ciabatte enormi, sembra che tutto il suo dolore debba confluire lì dentro: "Ma che bocca larga che hai!". "E' per mangiarti meglio!". 
"Dicono che il cuore del mio bambino ha cessato di battere" confida attonita alle presenti "adesso mi tocca il raschiamento". 
"Pianza no. I fiulin i dan sultant di pensier. Le meii aveghia no!" la consola sollecitamente l'infermeria dalle gambe rotonde, che l'accompagna a letto, cingendole la vita con il braccio. 
Le sue parole hanno la trasparenza di una nuvola scura di pioggia. Non c'è neanche un brandello di sole all'orizzonte. 

Tocca a lei ora venire accompagnata al piano di sotto, dove sono eseguite le ecografie. E' fatta sedere su una panca antistante lo studio in attesa del medico. E' sola.
"Chiudere la porta!" qualcuno grida in una stanza in fondo al corridoio deserto. L'eco vibra un po' instabilmente nell'aria, prima di perdersi nella volta del soffitto. Un rumore smorzato di passi. Appena appena uno strofinio. Poi più nulla.
Lei è sola, ma sta incredibilmente bene adesso. Osserva la sua camicia da notte. L'ha comprato apposta per lui, lui dentro di lei, prima di entrare in ospedale. E' gialla con il ricamo di una nave bianca sul davanti. Una nave senza ciurma, senza onde e senza nocchiero, una ben incredibile nave vedrai. Che ci sta a fare lì? Dove può veleggiare? 
Adesso lei fissa la propria camicia lì nell'ampia piega del ventre: è un campo di spighe immenso vedrai e sotto c'è la spinta docile degli steli e sotto c'è la terra e sotto ancora l'acqua e poi il fuoco e dentro anche l'aria.
Le spighe bisbigliano con le loro lingue traboccanti assieme al vento in alto e in basso con le cicale, vedrai. Chissà cosa si dicono. Sono le stesse parole dei pesci, basta ascoltarle. Puoi correre tra di loro, perchè il loro tocco è un abbraccio premuroso e, se proprio hai fortuna, durante la corsa ti salteranno sulle mani le coccinelle. Non mandarle via, puoi esaudire un tuo desiderio. Chiudi gli occhi, apri il tuo cuore. Il desiderio si compirà, vedrai. 
Sui bordi del campo di spighe ci sono anche le ortiche. Ti pizzicano dispettosamente i polpacci. Ma sono anime bianche. Vanno solo prese per il verso giusto. Con loro si conosce per la prima volta il dolore. E la sua purezza.
E poi se incontri il ginepro, quello lungo il torrente, nel campo di mia madre, toccalo cinque volte, quattro volte ai lati ed una al centro, con le mani bagnate e dì: "a sta mblam, feminì minì cutang, gali gali stic e stuc, maringut". E' possibile che accada una magia, vedrai.
Dicono, invece, che in città è bello guardare i treni che partono dalle stazioni, stando possibilmente in una posizione elevata. Meglio se con le gambe a penzoloni ed attraverso una ringhiera arrugginita, che sa di rotaie, di fili e di velocità. Ancora meglio se con in mano un gelato double-face, gusto panna e cioccolata, da mangiare lento lento lento, perché non finisca più. 
L'odore del treno assomiglia all'aria ed alle sue intemperie. Il suo corpo metallico ha la seduzione del cobra. Se lo fissi negli occhi, ti incanta. Vedrai.
C'è un pesce rosso sul tavolo della cucina. E' pasciuto e vorace come un piraña. Era il pesce più piccolo del mercato. Sconto netto del cinquanta per cento sull'acquisto. Fatti i conti: mille lire. Sbatte le sue pinne tutto il giorno, avanti e indietro, come fossero ali. La sua umida leggerezza assomiglia ad un volo di rondine, anche quando le rondini non sono ancora ritornate. A guardarlo pare primavera tutto l'anno e che l'acqua sia il cielo e che il cielo sia acqua. Manca solo la terra sotto i piedi, vedrai.
Sopra la mia casa c'è una vecchia pineta. I fantasmi si divertono a giocare a nascondino dietro ai tronchi centenari. Neanche le cavallette si spaventano ai loro passi e li lasciano scivolare indisturbati sul muschio. Ci sono aghi di pino sparsi ovunque per terra. Puoi infilarli uno dentro all'altro e fare catene per la guerra o collane per l'amore. Puoi scrivere il tuo nome sulle balaustre di pietra. Il vento non lo cancellerà, vedrai. E se poi....

"Prego, si accomodi e si sdrai". Il medico è arrivato e la fa entrare con un gesto rapido della mano. Ha delle cartelle in mano. Sono bianche. Lì dentro c'è il loro passato, presente e futuro, fra date, calcoli, diagrammi, numeri, osservazioni. Un nome solo per tutti e due. 
Lei ha smesso di parlare alla sua camicia da notte. La nave senza ciurma, onde e nocchiero è sempre in secca. Adesso sul campo di spighe non c'è un filo di vento in alto. In basso le cicale fiutano l'aria in silenzio.
"Sollevi la camicia sopra il ventre!" ordina il medico. Le spighe afflosciano docilmente la resta sotto le sue mani come sotto un aratro per la mietitura. 
Le cosparge quindi il grembo con una sostanza appiccicosa. Poi passa sulla sua pelle con un sensore, insistendo in alcune zone.
Sul monitor di fronte appaiono alcune immagini confuse. E' lui. Lo stelo tenero del campo di grano, sospeso fra le parole del vento e il canto delle cicale. Lei arriva a fiutare persino l'umore delle radici, il turgore della zolla, il tepore del sole, l'ultimo sasso.
Il medico prosegue la sua indagine. Il suo gesto è lento. Ma di una lentezza incolore. Senza tempo, senza un prima, senza un poi. Intrappolato nel presente come un sorcio sorpreso a rubare nella dispensa.
La finestra resta oziosamente aperta. Non l'attraversa nessun rumore.
La mano del dottore ora si ferma ad un tratto, insiste, indugia. 
A lei viene in mente all'improvviso il giorno in cui l' orologio della vecchia chiesa si ruppe e si fermò sulle cinque. Rimase sulle cinque tre giorni e tre notti con le sue lancette pietosamente immobili. Finché si ammalò di rimpianto e non si aggiustò mai più.
La fronte del medico ora si fa corrugata. "Non si vede più il cuore del feto battere" dice, frugando con lo sguardo tra le ombre oscillanti del monitor. 
Non la guarda neppure. La sua voce viene da lontano e va lontano. Una linea imperfetta non tangente né secante, libera, anzi vagabonda. 
Una porta giù in fondo al corridoio sbatte con la sua anima irrequieta. Due piedi si strusciano indecifrabilmente nel corridoio. 
"Chiudere la porta!" qualcuno grida da qualche collocazione. 
La finestra dello studio ora si serra lentamente con le sue ali di vetro. Ha la voce roca del cuculo in amore. E' intirizzita di freddo.
A metà maggio sta per arrivare la neve. Le rose infrangono nell'aria i loro petali di cristallo, le ciliegie battono i denti per il gelo. Là in alto il cielo ha la bocca piena di nebbia. Continua a nevicare. Incessantemente. Presto tutte le strade saranno bianche. 
Vedrai.



Dalla raccolta inedita di racconti "La lunga vita"
LETTERA DALL'ETERNITA'


Io non morirò: sarò eterna. Sono già eterna. Mia madre ha piantato per me un albero di ulivo dove la terra promette meglio. Un albero di razza che sta crescendo in forma perfetta ed ora è già alto quasi quanto me. 
Tu commenti sornione: "Ci vuole poco a raggiungere la tua altezza!". Ma il fatto è che esso mi supererà per sempre e questo tu non l'hai messo in conto. Hai fatto male, devi capire che non è una questione di metratura. E neanche di parole.
Le parole sono inutili come i calendari appesi. Il tempo ci pensa per suo conto a passare, senza bisogno di ulteriori determinazioni. E' sciocco dividerlo in ore, giorni, mesi, anni. E' più conveniente moltiplicarlo per attimi come fa l'acqua che scorre o il melograno che matura o il baco che diventa crisalide. Tu credi che loro consultino il calendario della luna nuova? 
E poi c'è un indubbio vantaggio da non sottovalutare: moltiplicando il tempo per attimi, chi ne terrebbe più il conto? Provaci tu a far passare gli istanti uno per uno, te ne mancherebbe il tempo. Vedi che si ritorna sempre al punto di partenza? 
Mia madre ha detto, gonfiando il collo: "La morte non mi fa paura!". E poi ha scrollato le sue spalle di lucciola, leggiadra come un passero. Mi sono detta: "Ecco, adesso spicca un volo". E invece no, è rimasta lì ad osservare l'anima delle lattughe. E' lei che ricama le primule, ne affusola i bordi, ne rifinisce per benino le corolle ed io dovrei mettere in dubbio le sue parole? Sei davvero un illuso!
Se la morte non fa paura a lei, dovrebbe farlo a me che vengo dritta dritta dalla sua esistenza e lì ci ho messo pure ali e radici? Scordatelo!
Io vengo dalla sua non paura e lì rimango. Ho imparato da lei a masticare la vita insieme al pane e olio, quando avevo solo gengive. E il sapore di quell'impasto appetitoso mi ha fatto mettere su carne. 
Olio ero ed olio rimarrò. L'olio è il mio pane e sarà pure il mio companatico: la prima e l'ultima unzione. E' per questo che ho fatto piantare per me un albero d'ulivo. E' una questione di sapore e il sale è tutto nella vita, perché noi siamo come il mare: assoluti.
Ma siamo anche come le viole: viola. Il viola è un colore che non si dimentica. Dio predilige sia il mare che le viole. 
Vuoi, dunque, che rinunci così al mio guscio? Non ci penso nemmeno: né al guscio né al tuorlo, non lo farebbero neppure le galline. E le galline, che non sono affatto delle sprovvedute, erano là all'inizio del mondo. Ed è proprio là che io intendo ritornare. E ci ritornerò, prendila come una scommessa! 
Le scommesse fanno bene agli alberi d'ulivo e anche alla maggiorana. 
Mia madre dice che, per far crescere bene gli alberi d'ulivo, ci vogliono tre cose: sole, sonno e sogni. Tu puntualizzi con pignoleria: anche una terra ben concimata. 
La terra viene da sola, non ci pensare! Lei fa crescere il mare e le viole, vuoi che non sappia far maturare un albero d'ulivo neppure alto quanto me?
Ho messo a soqquadro il mio spirito, ho fatto il diavolo a quattro per garantirmi una sopravvivenza. Non ho lasciato figli: anche i figli muoiono e così i figli dei loro figli, perfino Noè e la sua discendenza. 
Non ho lasciato rancore: il rancore è già morto in partenza. Mi sono fatta solo un po' di debiti con i sogni per lasciare qualche conto in sospeso. Non si sa mai.
Ho indossato ciabatte da mare e un vestito scollato: che provi l'inverno a gelarmi! E una collana rosso scarlatto: che provi l'autunno ad ingiallirmi! E una cintura alta nero-carbone: che ci provi la neve ad imbiancarmi!
"E le tue rughe?" ribatti impertinente. Non mi dai tregua.
Le ho appese agli alberi per i bachi da seta. Prova tu a disfarle!
"E i tuoi giorni che mano a mano diminuiscono?" insisti con insolenza. 
Li ho seminati col grano: vedremo se non raddoppieranno! E poi li venderò a peso d'oro per affamare i tuoi dubbi.
"E le forze che cominciano a mancarti?" aggiungi compiaciuto. Non vuoi proprio mollare la presa!
Che ci provi il sole a darmi la luce con il contagocce! Metterò le tendine alle finestre, quando ci sarà la canicola. Ma spalancherò tutti i miei battenti nei giorni tiepidi d'aprile e li terrò spalancati fino al primo gelo di novembre. Che ci provi la nebbia a togliermi l'aria che respiro!
"Verrà anche per te la sera…" soggiungi come sbadatamente. Hai lo sguardo torvo. A me non la fai: tieni in bocca una lingua davvero biforcuta! Vendila ai serpenti, concluderesti senz'altro un buon affare!
La mia sera la metterò sotto a un lampione, credi che non abbia abbastanza luce anche per me? Oppure la poserò intorno al collo dei girasoli, credi che perderà la giusta direzione? Non ci contare! 
E, se mai anche così fosse, quando verrà la mia sera, alzerò le spalle e farò finta di nulla. L'indifferenza qualche volta dà i suoi buoni frutti. 
Prenderò tempo. La sera, invece, di tempo ne ha solo da perdere. Come vedi la bilancia pende ancora a mio favore, stai sicuro che non mi lascerò sfuggire l'occasione! Poi metterò il ricavato nel salvadanaio. Spiccioli compresi. 
Baratterò la mia sera per una manciata di pinoli. Il tempo ne è ghiotto come i pettirossi. 
L'eternità, lo vedi, è un affare eccellente. Però bisogna fare bene il conto del dare e dell'avere. Si paga in contanti, tutti sull'unghia. Ed io mi venderò anche le unghie per essere più leggera. 
"Non potrai prendere con te tutto ciò che ti appartiene…" insinui con sottile perfidia. Sei viscido come una serpe e te ne compiaci pure.
Non hai ancora capito come stanno le cose: io non voglio prendere, voglio lasciare. 
L'eternità è già cominciata ed io sono stata previdente. Ho sottoscritto un patto esclusivo con le cicale: tutto ciò che mi appartiene in cambio del loro ultimo canto. 
Si arrabbieranno le formiche, ma l'accordo è vantaggioso. Appartengo all'estate come i temporali o i calabroni, non posso farci nulla.
Assumi un'aria minacciosa, sento che stai per sputare fuori ancora il tuo veleno: "E l'amore?" azzardi. Sei seccante come una mosca, ma ti rispondo ugualmente: al petto degli usignoli.
"E la bellezza?" alle rose
"E la fortuna" ai quadrifogli
"E la poesia?" a Dio.
"E il corpo e l'anima dove li metti?" incalzi cocciuto. Allora non vuoi proprio darti per vinto! Stai mettendo a dura prova la mia pazienza.
Il corpo è un bucaneve. In estate è del tutto inservibile. L'anima, invece, è rossa come le ciliegie. Matura solo di giugno. Non saprei cosa farmene a dicembre. 
La valigia della partenza non può contenere né l'uno né l'altra: per il corpo è troppo piccola, per l'anima troppo grande. La misura giusta, come vedi, non c'è.
Intendo devolvere tutto in eredità e te ne faccio testimone: lascerò la mia felicità ai grilli, ai coccodrilli il mio dolore, la mia leggerezza alle cavolaie, la mia spina dorsale ai lombrichi, alle talpe i miei occhi, le mie gambe ai millepiedi, il mio naso ai cani da tartufo, alle coniglie il mio utero. E che la filiazione sia abbondante! 
La mia anima rossa, infine, la lascerò alle ciliegie. Per una questione di colori: anche l'occhio vuole la sua parte.
Voglio moltiplicarmi come le olive sui rami, ne ho contate dodici, l'ultima volta. E Dio è il massimo comune denominatore. E' un abile pescatore d'addendi. E la sua pesca, si sa, è sempre miracolosa. Questa è la sola operazione che mi si addice.
Non ribatti? Ora ti sei improvvisamente zittito. Crolli giù da ogni articolazione come un petalo dalla corolla. 
Non hai corpo, non hai voce, non hai profilo. 
E' semplice: tu non esisti. Buon per te, non avrai impicci né con la morte né con l'immortalità. Forse hai ricevuto un prezzo di favore e non te ne rendi neppure conto.
Ho chiamato "tu" il mio pensiero come fosse una foglia. Con le foglie il linguaggio deve essere confidenziale, sommesso, quasi intimo. Non come segno di condivisione di un medesimo destino caduco, ma come solidale consolazione della loro differente transitorietà. 
A ognuno il suo, come si dice. Loro moriranno. Io no. Sono felice per me!
Lo so che, se tu avessi ancora la parola, mi accuseresti volentieri di egoismo. Per una volta, però, sii benevolo! La benevolenza è un pregio apprezzabilissimo perfino in chi non esiste. 
Anche Dio, che è l'essere più generoso che io conosca, è un'eternità che si gode l'eternità in solitudine e non gli è ancora venuta a noia. Vorresti rimproverarla proprio a me? 
Sarò eterna, non puoi farci nulla. Anzi, sono già eterna. Mia madre ha piantato per me un albero d'ulivo dove la terra promette meglio. Conto le mie olive come fossero rondini di frontiera: dodici in tutto e siamo solo all'inizio. 
Sono viola come le viole, salata come l'alga bruna o il biancospino. Sono viva come la luna.
Non prendertela a male. 
Io rimarrò.
Tiziana Soressi

 

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