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Fra poco sarebbero arrivati ad Heidelberg. Riconosceva dalle anse del fiume il consueto percorso. L'aveva fatto diverse volte negli ultimi anni.
Hanna gli portò il solito thè. Lo sorseggiò a lungo mentre metteva in ordine le carte. Quel giorno si concludeva un lavoro che aveva occupato tanta parte della sua esistenza. Si sentiva
malinconico. Come se il domani non potesse avere più lo stesso sapore. Si accomiatava da quell'opera che per tanto tempo aveva
monopolizzato i suoi pensieri fino all'esasperazione. Gli aveva
succhiato l'anima.
Fece il punto della situazione. Avrebbe lasciato la chiatta per un po' di revisione al solito attracco e lui sarebbe rimasto per un mese o due ad Heidelberg. Hans gli aveva promesso di fargli incontrare un editore.
Era una sera bellissima. Il paesaggio del fiume era sereno e rassicurante. Gli uccelli volavano placidi a mezz'aria seguendo il loro percorso.
In quella pace gli veniva sempre in mente l'inferno di dieci anni prima: una famiglia, tre figli, la professione di insegnante di matematica, Roma.
Aveva sognato per tutta la vita la libertà, come tanti d'altronde, così, in teoria, senza muovere un dito per conquistarla. In fondo non aveva scelto quando si erano trovati, giovani e
coraggiosi, a dover vivere con pochi soldi e il primo bambino. Finita l'università non aveva scelto neppure. Per puro caso la
prima occasione era stata una supplenza e così, di precarietà in precarietà, era andato avanti per un po', pensando che poi
avrebbe scelto qualche cosa di più soddisfacente.
Ma quando era arrivato l'incarico sarebbe stato assurdo gettar via quell'occasione con moglie e figli e s'era trovato insegnante a vita.
Insegnava in una scuoletta media piena di buona volontà e di pseudoimpegno sociale che si concretava per lo più in riunioni lunghissime e inconcludenti . A poco a poco aveva incominciato ad odiare quel meccanismo perverso che gli succhiava tempo e
energie.
E pensare che a vent'anni si era sentito capace di qualsiasi cosa. Ora era solamente un mediocre impiegato di una società
mediocre e fallimentare.
Aveva sempre coltivato la segreta passione di scrivere ma le poche ore che poteva dedicarle gli venivano sempre di più sottratte dalla famiglia. Carla aveva avuto un altro bambino, un lavoro che le piaceva e rivendicava i suoi spazi imponendogli doveri
casalinghi. Tornato a casa non aveva quasi mai modo di rinchiudersi nel suo studio perché c'era sempre qualcosa di più urgente che incalzava.
Si sentiva logorato, distrutto. Ed il tempo passava. L'idea che nella sua vita non avrebbe fatto che quello, l'idea che non ci fosse soluzione lo faceva impazzire.
Il solito trafficare per l'ormeggio interruppe i suoi pensieri. Hanna e Peter erano bravissimi.
Ritornare ad Heidelberg lo affascinava sempre: poter incontrare alla sera gli amici in una grande birreria, una deliziosa stanza accogliente che ogni volta lo aspettava, tutta in legno con fiori secchi sul tavolo e centrini ricamati. Era una casa ed era
provvisoria. Come piaceva a lui.
Nella casa di Roma s'era sentito sempre prigioniero. Prigioniero degli orari, prigioniero di impegni improrogabili, prigioniero dei suoi ruoli, prigioniero degli affetti e dei suoi sentimenti. Non era stato facile liberarsene. Era stata una casuale
circostanza che gli aveva fatto piovere inaspettatamente sul capo i mezzi per realizzare i suoi progetti. Per andarsene
definitivamente.
E d'improvviso il tempo si era dilatato, i ritmi convulsi a cui la vita quotidiana lo aveva abituato e che lo avevano a poco a poco snaturato erano stati abbandonati. Sulla chiatta il tempo non aveva dimensione, i pensieri potevano svilupparsi
liberamente. Scoprì all'improvviso che il giorno è uno spazio immenso di tempo e che si possono fare e pensare tante cose.
Tutti i rapporti ridiventavano umani. Non più le categorie dell'utile e del necessario imperanti. Il tempo si sprecava e non era sprecato.
In pochi anni si era creato molte amicizie in diversi paesi d'Europa e a ritmi abbastanza regolari ritornava nelle diverse città. Ma ciò che aveva dato senso alla sua vita di quegli anni era stata la sua opera.
L'idea gli era venuta molto tempo prima ed era cresciuta lentamente dentro di lui negli anni romani. In mezzo alla confusione ed alla banalità cercava faticosamente di emergere.
Aveva bisogno di tempo, aveva bisogno di un ritmo molto più naturale di quello che la vita gli imponeva. In quegli anni
uscivano dalla sua penna solo scritti stentati, asciutti ed infelici come infelice era anche la sua anima.
Hanna gli consegnò la posta che era arrivata ad Heidelberg. Come sempre al suo arrivo lo aspettava un pacco di lettere che in quei mesi si erano accumulate.
Hanna e Peter: senza di loro non avrebbe potuto fare quella vita. Erano loro che sbrigavano buona parte degli impegni legati alla quotidianità.
Li aveva conosciuti casualmente e anche l'idea della chiatta era nata chiacchierando una sera con quegli amici improvvisati che non avevano esitato a staccarsi da un'esistenza mediocre per far dell'andar viaggiando la loro dimensione di vita.
Hanna e Peter lavoravano in una birreria di Praga. Anna alta e robusta. Peter agile ed asciutto.
A Praga c'è sempre stato il gusto di trascorrere le sere bevendo fiumi di birra e chiacchierando fino a notte inoltrata.
Ipotizzare altre realtà da sovrapporre a quella evidente e meschina di tutti i giorni é sempre stata una consolazione al
banale quotidiano. Sognavano di viaggiare. Ma non avevano i quattrini. Sognavano di lasciare le loro famiglie ma non c'era mai
l'occasione. Ne avevano parlato all'infinito. Ora che le frontiere si erano aperte incredibilmente, ora che in teoria si poteva andare dappertutto restava sempre il problema di come reperire il denaro sufficiente.
Quando Stefano aveva fatto la sua strana proposta, la chiatta, e andare in giro, quasi tutta l'Europa si può attraversare
passando fiumi e canali, sostando qualche mese qua e là... Ai loro occhi Stefano era apparso come un dio benefico . L'avrebbero
seguito in capo al mondo.
Quel pomeriggio Stefano decise di visitare il castello. Chissà perché. L'aveva guardato tante volte dal fiume ma non
aveva mai pensato di visitarlo. Aveva voglia di passeggiare un po' e di immergersi in un'atmosfera diversa.
Davanti alla porta del castello si riunivano le comitive che sarebbero state poi accompagnate nella visita. Non si poteva
accedere da soli. Mal volentieri Stefano decise di aspettare e, per ingannare l'attesa, si mise a camminare nel parco. I turisti
erano numerosi nonostante non fosse più piena stagione.
D'improvviso vide, seduta su una panchina, tra la confusione di figli, pullover e tascapane, Anna, sua moglie. Seduta accanto a lei c'era Edy uno dei suoi migliori amici.
Guido, Fulvia e Cosimo, li passò in rassegna . Guido era il primogenito. S'era fatto un ragazzo robusto di diciassette anni, Fulvia era una ragazzina di quattordici con capelli lunghi biondi e una figurina sottile. Cosimo il più piccolo ,dolcissimo con la sua zazzeretta di capelli castani, undici anni, anzi dodici fece il conto tra sé. Una bella famiglia. E Anna chiacchierava felice con Edy. Sembrava che tra di loro ci fosse qualcosa di più che solo amicizia.
Stefano li contemplò a lungo. Era spinto dal desiderio di avvicinarsi ma aveva paura. Paura di affrontare rimproveri o forse di sentire rimpianti.
Era meglio così. Guardarli da lontano. Vederli felici. Esserne rassicurato.
Reinserirsi sarebbe stato impossibile. Anche se lo avesse desiderato. Avrebbe chiesto agli altri davvero troppo. Non solo di perdonare ma anche di cancellare il ricordo di quella sua colpa. E questo, lo sapeva bene, non è possibile. Le decisioni prese ci inchiodano per sempre e per sempre ne paghiamo le conseguenze. Lui aveva scelto.
Non gli rimaneva ora che quella vita da randagio, da visionatore della vita, da viaggiatore.
Ma pure amava quella vita. Amava la libertà sconfinata. Amava il non sapere deve sarebbe vissuto l'anno seguente. Amava
rivedere gli amici dopo mesi. Amava impostare rapporti che non fossero vincolanti per sempre. Amava non avere nessuno che imponesse dei limiti ai suoi pensieri. Amava la pace del fiume. Amava rimanere a lungo da solo. Amava essere fuori dalla vita quel tanto che
bastava per non soffrire troppo.
E inevitabilmente pagava questi suoi privilegi. Non se ne pentiva. In fondo così era giusto.
Nella solitudine, lui che se l'era fatta amica, l'aveva domata, ne aveva fatto la sua condizione di vita, scopriva una qual
forma di pienezza vitale. Tutte le strade erano percorribili. C'era sempre la possibilità di rimettersi in viaggio per un'altra meta.
Era felice? Abbastanza saggio per non pretendere di esserlo.
Non visto contemplò ancora a lungo le persone che ancora amava . Poi ridiscese correndo la collina.
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