di Marina Torossi Tevini

   Spense il sigaro e si mise a pensare: «Che fosse davvero finita l’inchiesta che l’aveva per anni tormentato? Che fosse davvero quello il colpevole?»
  L’ispettore Park con gli occhi chiusi rivide per un attimo l’immagine dell’uomo che aveva quel giorno catturato. Occhi azzurri, aria mite, l’aveva salutato gentilmente e quando lui gli aveva offerto un sigaro l’aveva afferrato e guardato a lungo con piacere come fosse chissà che regalo. Era lui l’uomo che mandava bombe a scienziati e esponenti della finanza? Era lui che aveva tre assassinii sulla coscienza? 
Tutto sembrava congiurare ad accusarlo. Avevano trovato nel suo eremitaggio una gran quantità di esplosivo… E poi c’era quella testimonianza della sua famiglia che non lasciava dubbi. Un caso dunque chiuso, tutti si aspettavano questo. L’opinione pubblica voleva la foto dell’assassino in prima pagina e un po’ più di sicurezza. 
Sicurezza! Con l’ottanta per cento dei furti di cui non si sarebbero trovati mai i responsabili e il trenta per cento degli assassini in libertà! Lui però aveva la coscienza tranquilla, nella sua vita aveva sempre cercato di far trionfare la giustizia. Un tempo, da giovane, con il fresco e ingenuo entusiasmo dell’età. Poi con più fiacca, con maggior lentezza, ma pur sempre, per abitudine mentale. 
Stando in mezzo ai delinquenti s’era fatto una triste opinione del genere umano. «Brutta razza, gli uomini» diceva accarezzando la testa del vecchio cocker. Ed era contento quando poteva sedersi nella sua poltrona, accendere la pipa e ascoltare un po’ di musica.
Certo però che l’uomo che avevano catturato quel giorno era diverso, delicato, quasi fatto d’aria. E quegli occhi penetranti e azzurri che lo fissavano… Eppure, c’era poco da fare, era un assassino. 
«Non aspetto niente di meglio che un processo» aveva detto mentre chiacchieravano davanti a un caffè aspettando che venisse riparato il nastro della vecchia macchina da scrivere che resisteva ancora, alla faccia dell’informatica, pestata con due dita dal brigadiere di turno. L’attesa si era fatta lunga, ma non aveva importanza. Tanto lui era di servizio e doveva passare lì la notte e per l’uomo dagli occhi azzurri quello era certamente l’ambiente più confortevole in cui sarebbe vissuto nei prossimi anni. Così s’erano messi a chiacchierare.
Il catturato gli aveva raccontato tutto quello che lui già sapeva. Le prime bombe risalivano a parecchi anni prima. Le faceva arrivare dentro pacchi confezionati sempre allo stesso modo. Non era sua intenzione fare grossi danni, il morto c’era scappato solo una volta e per caso. Di solito però le sue vittime ci rimettevano qualche dito, al massimo un braccio. Quello che gli interessava era far sentire la sua voce. Era una denuncia, la sua, contro la corsa innaturale dell’uomo verso una condizione da cui non si poteva tornare indietro. Ormai i parametri uomo-natura erano stati ampiamente sovvertiti. Un tempo l’equilibrio era diverso: la natura da una parte con la sua potenza, dall’altra l’uomo un po’ timoroso o arrogante dopo qualche scongiuro, ma pur sempre neutralizzato dalla sua naturale pochezza. Poi la scienza aveva rotto l’equilibrio. Aveva concesso che l’uomo spingesse fino agli estremi la sua protervia. Lui voleva soltanto arrestare quel processo che da troppo tempo dava all’uomo un’illusoria sicurezza. Arrestare la cieca corsa verso equilibri sempre più arrischiati che avrebbero portato certamente alla distruzione finale. Che cosa erano i pochi incidenti che aveva causato nella sua azione di guerriglia a paragone di una possibile, anzi probabile, distruzione della vita sul globo? Così parlava l’uomo dagli occhi chiari e diceva e ripeteva le sue parole col sorriso più persuasivo del mondo. Il commissario lo stava ad ascoltare. Anzi, non lo ascoltava affatto, perché i suoi discorsi sulla scienza e i suoi pericoli li trovava decisamente deliranti. Ma voleva sapere degli omicidi. 
«Azioni dimostrative- ripeteva l’accusato- pure e semplici azioni dimostrative, miranti sempre a non nuocere troppo. Ma, si sa, in una guerra si deve anche colpire. Come si può sperare di vincere senza lasciare sul campo qualche nemico?» Lui comunque non voleva uccidere. 
«Una sola volta – ripeteva – una sola era successo». Ora però gli interessava soprattutto quello che il commissario gli poteva offrire: un processo, una platea enorme a cui far sentire la sua voce. 
«Sarà accusato di tre omicidi» esclamava l’ispettore.
«Non sono responsabile che di uno solo» ripeteva l’accusato e lo accarezzava con il suo sguardo dolce. Tra le dita continuava a rigirare il sigaro.
«Abbiamo raccolto molti elementi su di lei, sulla sua famiglia» riprese l’ispettore, dopo averlo osservato per un po’.
L’uomo si incupì. La sua famiglia… Se n’era andato a trentadue anni e da allora non aveva avuto più a che fare con loro.
«I suoi familiari dicono che nei suoi scritti giovanili ha indicato una strategia di lotta che prevede anche l’omicidio».
«Sarebbero queste le prove?» sorrise l’uomo con gli occhi azzurri. Poi tacque a lungo. Il pensiero del fratello lo teneva impegnato. Rivedeva rapidamente dietro le ciglia qualche scena della sua vita familiare. Due nemici, lui e suo fratello, da sempre, non per scelta ma così, per carattere, per mentalità, quasi per natura. Finché si erano sopportati erano stati a convivere gomito a gomito, spintonandosi senza ritegno, poi lui se n’era andato.
Era stato un momento difficile. Non aveva lasciato solo la sua famiglia ma anche un lavoro di assistente all’Università, una certa fama, la sicurezza economica, e si era buttato all’avventura, vivendo come un barbone, girando qua e là. Si era tolto la voglia di vagare senza meta, di essere libero e di non dover rendere conto a nessuno di questa sua libertà. 
Poi aveva sentito il desiderio di mettere radici da qualche parte e si era sistemato in un paese del Nevada. Aveva affittato una casetta solitaria. Si era fatto degli amici. Andava fiero lui di quella simpatia che si era conquistata senza che c’entrassero ruolo, posizione sociale e soldi. Tutti, anche se lo conoscevano poco, gli dimostravano una sincera simpatia. Anche con la barba incolta e i pantaloni sfondati lo ritenevano una persona perbene. Non gli chiedevano nulla del suo passato, anche se forse qualcuno avrebbe voluto chiedergli come viveva. 
Si era portato con sé, quando era partito, un libretto che era stato intestato a lui ancora da suo nonno. Da lì, centellinando, attingeva i pochi soldi che gli servivano per vivere da eremita. La spesa maggiore era proprio la polvere e l’imballaggio. Confezionare le bombe era l’unico lusso che si prendeva. Il suo unico scialo.

Il giorno seguente il commissario era particolarmente inquieto. Perchè continuava a tormentarsi? brontolava tra sè. Si sarebbe potuto mettere il cuore in pace, considerare che il problema non era suo: sarebbero stati i giudici a stabilire. A lui era sufficiente aver trovato il colpevole. Ma il sorriso di quegli occhi azzurri non gli dava pace. 
Sarebbe stato forse ancora possibile mettersi a cercare gli altri colpevoli, battere altre piste e tener fermo il caso, anche per la stampa, finché non avesse avuto qualche altro indiziato tra le mani, per non dare in pasto a un’opinione pubblica assetata di giustizialismo quell’uomo che paradossalmente gli ispirava simpatia. No, no, che idea folle! Non poteva bloccare tutto e poi uno o tre faceva poca differenza; era pur sempre un assassino.
La coscienza sarebbe stata un po’ più pesante, eppure…non c’era tempo per lavorare di fino. Dopo anni avevano finalmente trovato quell’uomo. L’attesa era enorme. Ma lo disturbavano le cose fatte in fretta. Il delegare agli altri giudizi: si arrangino i giudici... Sapeva bene che ognuno si porta dentro le sue piccole grandi colpe, le omissioni, i distratti lasciar correre che rigano la pelle dell’animo. La sua coscienza era vecchia e incrostata di manchevolezze, ma ancora sapeva stridere la notte. 
Qualche volta gli sarebbe piaciuto vivere anche lui come un eremita in qualche capanna o in qualche monastero. Chiacchierare come l’uomo dagli occhi azzurri aveva chiacchierato nel Nevada con i suoi amici, così, senza alcuno scopo, senza studiare le mosse degli altri, senza dover trarre nessuna conclusione. E invece…
«Allora?- chiese il suo vice aprendo la porta e protendendosi nella stanza - possiamo dare la notizia ai giornalisti? Ce ne sono cinque nella mia stanza». Il commissario gli fece cenno di tacere. Voleva prima allontanare l’uomo che però faceva resistenza e ripeteva di essere felicissimo di aver finalmente il suo processo. 
«Io voglio parlare - insisteva, cercando di farsi sentire anche dai giornalisti- parlare a tutti». Il commissario lo allontanò brusco dalla porta.
«Allora?» incalzò di nuovo il vice quando ci fu silenzio.
«Allora non so - disse il commissario con un’aria svagata che non gli era solita - credo che dovremmo continuare a indagare. E’ meglio dire che non ci sono grosse novità». Tra sé pensò che c’era da augurarsi di trovare davvero e in breve tempo i colpevoli degli altri assassinii, il pubblico non dava requie, voleva il seguito della puntata, e loro avevano impiegato degli anni a catturare quell’uomo.
«Commissario, commissario – riprese sorridendo sardonico il vice. – mi sa che lei ha bisogno di qualche giorno di ferie, una vacanza, non crede?»
Il commissario lo guardò. Quell’uomo gli era sempre stato antipatico. Lui, gli altri, tutti non stavano nella pelle dalla voglia di parlare. E allora tant’è. Si decise brusco. Entrò nella stanza. Affrontò i giornalisti , il loro corale «Sappiamo già tutto. Ci serve soltanto la sua conferma».
«Certo - disse con voce dura - scrivete pure che abbiamo catturato il colpevole. Da oggi tutti possiamo stare un po’ più tranquilli»