Sono  scuri gli occhi di Lisa.

Piccoli, se non li sottolinea con un po’ di trucco, nascosti a volte da una frangia diritta e impertinente, ma rischiarati da una luce di scanzonata incoscienza.

 

Non ci pensava, Lisa, quel giorno.

Non pensava alle lacrime, alle bugie, ai sotterfugi. Non pensava a niente.

Soltanto c’era il sole, era una giornata di fine ottobre, luminosa e tiepida. Il blu brillante del cielo e il giallo delle foglie che iniziavano a cadere invitavano a star fuori.

Facevano un fruscio allegro, le foglie, sotto le scarpe di Lisa e della sua amica; il ritmo dei passi era una musica, e le giostre erano lì vicino: bastava allungare un po’ la strada. Ogni mattina c’erano tanti ragazzi che lo facevano, lo zaino in spalla e la paghetta della settimana in tasca.

Era una giornata troppo bella per chiudersi in un’aula grigia dove le luci erano perennemente accese, e i prof erano così noiosi, sempre a brontolare, e quel giorno c’era anche la verifica di francese!

 

Sono scuri, gli occhi di Lisa.

Nei suoi occhi scuri l’ultima luce dell’autunno aveva brillato spavalda, quando i ragazzi si erano avvicinati. Le solite battute, i soliti approcci.

Avevano qualche anno e qualche euro in tasca più di loro. E anche qualcos’altro.

La prima a provare era stata la sua amica. L’aveva capito subito che non era una semplice sigaretta, quella. Le aveva provate, qualche volta, e non facevano quell’effetto.

Lisa si era sentita un po’ stordita, aveva una gran voglia di ridere. No, non era la solita sigaretta.

Lisa non aveva chiuso i suoi occhi scuri, quando il ragazzo più alto l’aveva baciata. La testa le girava un po’ e non era poi così piacevole. Il suo alito aveva un aroma strano  e lei non aveva nessuna voglia di baciarlo.

“E dai, non fare la paolotta!” le aveva gridato la sua amica, abbracciata all’altro.

Era stato allora che la prof di inglese, che entrava alla terza ora, le aveva viste.

 

 

Sono scuri, gli occhi di Lisa.

Sono lucidi, ora, le ciglia sbattono sempre più in fretta. E’ indispettita, perché le viene da piangere e non vorrebbe.

Si è truccata di nascosto, stamattina, nel bagno della scuola, perché la mamma non vuole. Ma ho gli occhi piccoli, mamma lasciameli truccare almeno un po’.

Non sa che cosa dire, stretta tra quelle due. La prof che le fa la predica  sembra recitare a memoria una vecchia parte, forse non pensa nemmeno a quello che dice, saranno vent’anni che ripete sempre le stesse cose a ragazzi sempre diversi. La mamma invece continua a recriminare, e piange naturalmente. Forse per commuovere la prof, forse perché sa che facendo così riesce a far sentire Lisa uno schifo. Piantala di piangere mamma, ti odio quando fai così!

Ma la mamma non la smette: “Ma cos’è che ti manca, che cosa vuoi dimostrarci? Non siamo una bella famiglia? Non andiamo d’accordo? Ma perché, PERCHE’ l’hai fatto?”

“Perché, Lisa, perché?” continua a menarla anche la prof.

Vogliono farla sentire come se avesse commesso chissà quale delitto… In due, che cosa ci vuole a far sentire in colpa una ragazzina di tredici anni confusa come lei? Ma gli adulti vogliono sempre mettere le cose in chiaro, incasellarle nei loro schemi, sapere in quale cassetto trovare le risposte che cercano. Se lei potesse dar loro una spiegazione, una qualsiasi, quelle due si metterebbero tranquille, con la coscienza a posto, sicure di trovare una soluzione.

 

Gli occhi scuri di Lisa, ora, guardano le scarpe.

Ha una stringa slacciata. Le piacerebbe abbassarsi, con la scusa di allacciarla e scivolare via come un gatto, lasciando lì le due donne a guardarsi in faccia, sbigottite con tutti i loro perché…

Non lo so io, che cosa voglio, perché l’ho fatto, e che cosa volevo dimostrare… Non volevo dimostrare niente. C’era il sole, c’erano le giostre, e la scuola è così noiosa…