di Silvia Zanetto

 

  Negli ultimi tempi non l’ ho vista spesso, mia cugina Daniela. Era sempre via. 

Ricordo un’adolescente un po’ mascolina, senza un filo di trucco, schiva, poco comunicativa in apparenza. La domenica la vedevo andar via sola, col suo album di schizzi sotto il braccio, o trascinare il cavalletto e le tele in un angolo del giardino. Allora le sapeva narrare, le storie, con un tratto deciso di carboncino o col tocco pastoso del suo pennello, che a volte si faceva lieve e trasparente.

 Raccontò tutto di sé in un giorno di novembre: dipinse una tela grigia di pioggia e di nebbia, ma pose al centro un albero splendente nello sfolgorare dell’autunno, dove il giallo dorato e l’arancione brillante si mischiavano al castano bruciacchiato delle prime foglie che già si spegnevano.

A vent’anni era già partita con due paia di jeans scoloriti e quattro magliette buttate dentro un borsone: sempre più stretta la camera col letto a castello che divideva faticosamente con la sorella, ogni giorno uguali i rimbrotti di sua madre, troppo chiuso il mondo del lavoro che non le offriva spazio.

Non era stato facile. Ricordo le lacrime che le pungevano gli occhi, ma che non aveva lasciato scorrere, forse fino a quando si era trovata da sola sul treno. Ricordo l’abbraccio soffocante dei suoi genitori, che continuavano a ripeterle – come una promessa o forse una minaccia - che quella sarebbe stata sempre casa sua. Ricordo lo sguardo canzonatorio di amici e conoscenti, quasi certi che dopo una settimana l’avrebbero vista ritornare indietro, delusa e spaventata. E confesso che anch’io, che pure mescolavo nel mio intimo ammirazione e invidia verso di lei, in fondo lo credevo.

 Non era stato facile, ma Daniela c’era riuscita: aveva lasciato la sua famiglia, l’Italia, aveva dimenticato il suo diploma di Liceo artistico in fondo ad un cassetto, ed era partita, per andare a infornare pizze a Lanzarote.

Anno dopo anno, pizza dopo pizza, la lunga estate delle Canarie aveva brunito le sue spalle e le aveva regalato un dolce accento spagnolo, che conservava anche nelle rare occasioni in cui si esprimeva nella sua lingua natale. Era sulla spiaggia, ora, che trascinava il suo cavalletto, nei giorni in cui i turisti se ne tenevano lontani, affascinata dalle nubi gravide di pioggia che si addensavano sopra un mare inquieto, in cui le alte ondate sembravano avanzare sempre e non ripiegare mai.

“E’ la prima della nostra famiglia ad andar via dall’Italia” commentavano costernate le zie e le nonne, quasi fosse stata una vergogna da nascondere, anche se non avrebbero saputo dire perché.

Ma io lo sapevo: Daniela aveva infranto una legge non scritta e fino a quel momento inviolata. Aveva spezzato un equilibrio nutrito di ripetizioni ed abitudini, secondo il quale ciascuno avrebbe fatto esattamente ciò che gli altri si aspettavano, come se soltanto la tradizione fornisse legittimità alle nostre azioni… Ascoltavo in silenzio questi discorsi, consapevole del mio ruolo di nipotina assennata, poco più grande di Daniela ma già acquietata in un’ assuefazione che mi dava tranquillità, ma non gioia. Dentro di me però fremevo, e avrei scambiato volentieri la sicurezza economica e l’approvazione della mia famiglia con un solo briciolo di quel coraggio che lei aveva manifestato partendo e continuava a dimostrare rimanendo là.

Era forse la consuetudine, dunque, la catena che mi legava ad una vita che non sentivo mia? Era la paura di essere giudicata che mi impediva di lasciare tutto e partire, a cercare un’ altra zolla di terra su cui costruire un’ altra casa? E gli altri, gli adulti, scambiavano forse per attaccamento alle radici il loro aggrapparsi a ciò che li rassicurava, per non precipitare nell’ignoto?

 Mi piaceva leggere, scrivere, ma mi ero iscritta a Ragioneria, così “avrei avuto un diploma subito, e non sarei stata costretta a fare l’Università”. Volevo diventare giornalista, ma avevo vinto un concorso in banca, e “un posto così non lo puoi rifiutare, sarai mica matta?” Immaginavo di scrivere, un giorno, un libro di fiabe per bambini che Daniela avrebbe illustrato, ma la sera tornavo a casa con la testa svuotata, o gonfia delle tristi maldicenze dell’ufficio, e le fiabe a quell’ora se n’erano già andate a dormire. E poi, Daniela ormai era lontana. Sognavo allora di raggiungerla, di accovacciarmi su una roccia a scrivere sulla spiaggia, mentre lei dipingeva, e sentire nel vento umido di spruzzi la sua voce che cantilenava in un italiano non più sciolto:

“Visto che non era poi così difficile?” Ma sapevo che non l’avrei fatto, che sarei rimasta aggrappata alla mia zolla, non di terra ma d’asfalto, adducendo scuse grondanti buon senso.

E sono rimasta qui, per tutti questi anni: ancora so che domani saranno la solita strada e i soliti discorsi. So che, ogni volta che partirò, sarà con il biglietto per il ritorno nella borsa. Ogni tanto anche Daniela torna, per qualche giorno. Infilata in un poncho, gli stessi capelli cortissimi e lo sguardo pulito di quand’era partita, come se strappi dolorosi e graffianti bruciature non avessero lasciato traccia sul suo viso.

L’ultima volta s’è portata un “souvenir”: un bel ragazzone, dagli occhi buoni e dal sorriso impacciato, sperduto nella folla di parenti che si è trovato ad incontrare. Manuel fa il contadino, e Daniela ora fa la contadina con lui . Ha buttato di nuovo le sue magliette nel borsone e ha lasciato la pizzeria. Affitteranno una piccola casa in campagna e vivranno, come un tempo, del sudore della loro fronte, assaporando una fatica e una soddisfazione che il mondo di oggi non conosce più. Li immagino, chini sulla nera terra vulcanica, accarezzare le viti basse che cresceranno prima faticosamente, poi rigogliose, protette dal vento dai muretti a secco semicircolari che generazioni di contadini hanno eretto prima di loro… Non sarà facile. Daniela mi ha regalato quel quadro, quello dell’albero.

 “Mi ricordo che ti piaceva tanto” ha detto.

“No, Daniela, davvero… E’ il tuo lavoro più bello… non lo vuoi portare nella tua nuova casa?”

“Ne ho dipinto un altro: guarda ” rispose. E mi mostrò la tela:

due alberi verdi, vigorosi nel pieno dell’estate, sferzati dal vento ma saldi sui loro tronchi forti, dalle radici ben piantate nella terra.

“E tu” concluse con un sorriso breve “quando vieni a trovarmi?”