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di Mirella Floris La distesa del mare sembra
guardarla con cosmica indifferenza. L’onda va, ritorna, sbuffa in un
soffuso sospiro. Nulla conta di fronte alla grandezza che la natura a
volte ci mostra: il nostro microcosmo, così tragicamente coinvolgente
per noi, ne risulta infimo. L’affannoso tormento del nostro inferno
quotidiano si sgretola in briciole insignificanti. E’ giunta fin qui da lontano,
affrontando un viaggio lungo. E ora? Tutto sembra diverso, silenzioso,
inutile. “Inutile!” E’ questa la
parola: il leit motif della sua vita. Alle sue spalle tutti i fallimenti
ingombrano di rovine il passato che la spinge, preme a ché, infine,
compia il passo necessario alla risoluzione d’ogni pena. Si siede sulla sabbia umida,
indifferente al freddo che l’assale, l’avvolge come un sudario. La
condizione tremante che la riveste è, del resto, ben adatta alle
circostanze. Cosa importa il freddo? Viene dal più riposto angolo della
sua tormentata coscienza, dai rifiuti ricevuti nella vita, dalla
sterilità dei sogni infranti come vetri sottili, allo scontro con la
concretezza del mondo. Aveva diciassette anni
quando incontrò quel sindacalista trentenne. Erano su un tram affollato
in una confusa e rumorosa arteria napoletana. Il tram avanzava a stento:
automobilisti scorretti invadevano di continuo le rotaie con
caotica indifferenza. Chissà com’era accaduto che si fossero
messi a parlare! Al disopra della folla che spingeva, dietro il braccio
teso al corrimano, presero a discutere della condizione umana. Allora
lei faceva discorsi continui sui temi dell’uomo: il rapporto tra io e
società, essere atei in un mondo cattolico… Nel tram stracolmo,i
lavoratori delle sette ancora avvolti dalle calde brume del sonno, lui
aveva preso a parlare dei sovkoz e
dei kolchoz, le due realtà
contadine della Russia Sovietica. Lo ascoltava a bocca aperta,
l’entusiasmo negli occhi brillanti: i contadini, come operai di
fabbrica, organizzati in turni di lavoro, salariati, coperti nelle loro
necessità da uno Stato amico, anzi da uno stato proprio, espressione
stessa dei lavoratori! Era
il millenovececinquantadue. Stalin ancora vivo, sarebbe morto di lì a
qualche mese. In Russia niente latifondisti, niente padroni. Il
cristianesimo realizzato in terra. La serietà del compagno la riempiva
di convinta fiducia: egli non tentava di corteggiarla, non guardava la
sua fresca bellezza. Parlava all’intelligenza che era in lei; si
rivolgeva alla vera persona senza scopi sordidi, senza secondi fini. Era
la prima volta che poteva confrontarsi con un maschio senza gli
appiccicosi equivoci del genere, la prima volta che un uomo la trattava
alla pari: cittadina, con la dignità dovuta. Alla fermata la salutò
sorridente, non le chiese l’indirizzo, non disse di volerla rivedere.
Se ne andò al suo lavoro soddisfatto d’aver aperto una mente giovane
alla sua fede comunista. La spiaggia è deserta. La donna si
riscuote dal suo ricordo: rumori di balere lontani, grida di ragazzi. Il
volto segnato dal tormento della decisione, guarda alla distesa
infinita. Quanti
anni luce la separavano da quei tempi gloriosi!
Era prima degli anni sessanta, quando ogni uomo sfruttato e
consapevole sognava la rivoluzione. Dopo non molto tempo tutte le
speranze erano crollate. Sorride sprezzante e dolente all’idea di cosa
s’era poi saputo dello stalinismo, quando ormai nessuno più si
addormentava con un libro di Stalin sotto il cuscino. “Ha da venì Baffo’!(*) avevano sospirato
gli uomini ad ogni atto di sfruttamento, alla crudeltà del padrone. A
volte le donne si facevano la croce: se erano casalinghe non sempre
capivano la politica e la storia. Lei no: era un’intellettuale in erba
a quei tempi. Sembra
ora così lontano, così secolare quel ricordo! La sera scende dai colli
alle spalle del mare; una bonaccia tranquilla trionfa sull’ampia
distesa. Curva, col peso di mille domande
dalle risposte insufficienti, la donna si stringe le braccia al corpo
esile. Eppure quando ai primi
amori si abbandonava senza chiedersi nulla all’abbraccio di un
innamorato, una parte del suo ardore era per la convinzione d’una vita
diversa. Quella fede ammantava di bello anche certe azioni, riprovevoli
a quei tempi per una ragazza perbene. E per di più diplomata e
aspirante maestra … Era il libero amore, la sessualità paritaria. Rabbrividisce. E non solo per il
fresco della sera incipiente. Il deserto della sua vita è
insostenibile. Strisce di sole rossicce all’orizzonte gettano riflessi
sanguigni sulla piana del mare. Il pensiero di certi fervori, astratti e illusori, ai
quali aveva sacrificato la propria intelligenza e un futuro di successo
la fanno sorridere amaramente. Rabbrividisce, ma di vergogna: per la sua
ingenuità, per la mancanza di aderenza alla realtà. Davanti a questo
mare indifferente depone la dabbenaggine, le sue accartocciate speranze,
tutto il vuoto d’una ormai vecchia adolescente comunista. Comunista? Ancora?! Non si può più esserlo
naturalmente. S’è visto da tempo: “il re è nudo”. Non si possono
più coltivare miraggi affascinanti, fiducie alle quali sacrificare la
vita, eroismi difficili ma luminosi e sacri. Tutto è stato svelato:
dolore, miseria, crudeltà… tirannia… Crescevano floridi dietro le
rosse bandiere. Ha scelto, infine, di
raggiungere questa spiaggia isolata, dove nessuno
assisterà all’ultimo spettacolo della sua vita. Si è portata
una giacca, assurdo gesto al pensiero di ciò che l’attende; è meglio
così: non sarà il disagio fisico ad affrettare il suo gesto. Va verso il bagnasciuga; immerge i
piedi: l’acqua è tiepida, gradevole in questa fine di luglio. Tenta
una passeggiata lungo la riva ai bordi della risacca come spesso
d’estate. Sorride: allora, prova ancora attaccamento alla vita?!
“E’ l’istinto” mormora. Lo sfinimento però la travolge. Era stato nel sessantotto e
dopo fino agli anni ottanta che aveva buttato via se stessa: discorsi
ideologici a non finire, manifestazioni chiassose e festaiole …
l’happening, gli indiani metropolitani … la lotta armata o la lotta
politica? la funzione del dirigente … trasformare il capitalismo o
distruggerlo? e la scienza? è oggettiva o al servizio del potere?
Infine, la domanda di sempre: quale rapporto tra io e società? Ore e giorni e mesi e anni.
Ogni lettura: astratta lontana dalla realtà sull’onda delle mode
alternative. Nulla di sistematico, nulla di realmente colto. Gli amori, il matrimonio
spezzato, i figli rimandati a chissà quando… a dopo … dopo cosa? La
rivoluzione? La
luna crescente s’è alzata piano sul mare: è un incanto il paesaggio!
Restare ancora? Lacrime solcano il volto, s’insinuano tra le rughe.
L’abbandono della bellezza è straziante; singhiozza tutta
l’amarezza accumulata; non ha più forza, né è suo stile vivere per
vivere nel vuoto di energie, di appartenenza, ideali … Com’era avvenuto che la
lotta era cessata? Come cala il vento, tutto era scemato: le Brigate
Rosse, l’antagonismo armato. La polizia presidiava ogni corteo non
autorizzato, arrestava chiunque; s’era fatto pericoloso perfino avere
certi libri in casa. L’ingenuo manuale cubano sulla guerriglia (tra le
cose da conoscere: usare un telefono; scrivere a macchina; costruire una
molotov). Alcuni compagni li avevano bruciati. Lei no. Se ci fosse stata
una perquisizione si sarebbe giustificata: ragioni di studio. “Sarebbe ora che ti decidessi”,
si rimprovera. Eppure, le pare di non aver ancora pensato a tutto fino
in fondo, di non poter davvero fare il passo estrtemo. Enorme è
tuttavia la pena da trascinare. Il matrimonio era poi stato
rotto. Da lui? Da lei? le responsabilità in un fallimento sono comuni.
Per anni avevano semplicemente convissuto. Sposarsi? Troppo borghese.
Poi, i tempi cambiati .. altre mode: eccoli marito e moglie. A che pro?
Tutto come prima. Gli anni ottanta:
consumismo trionfante, le vacanze, andare all’estero, i villaggi
turistici... Noia assoluta!. Dov’era andato il pensiero? E la lotta?
Dov’era andato ‘cambiare il mondo’, la ‘giustizia e
l’uguaglianza’, ‘pace-democrazia-socialismo’? Tutti intenti a
costruirsi una posizione; i pochi che s’incontravano ancora in gruppi
alternativi ragionavano su temi superati, dal linguaggio logoro, un
rimastichio senza senso. E lei? Sempre troppo
radicale per non essere allontanata da più d’una iniziativa, si era
sfibrata in piccole battaglie di civiltà. Poi le associazioni di
volontariato… nella salute… nella cultura. Erano presto fallite,
dopo i primi fuochi dagli occhi lucidi. Le rughe, la mollezza dei
fianchi … Più sporadiche, le
avventure. Scrivere, infine,
pubblicare. Ma poi… non essere capace di proporsi. “Eccomi qui: sette libri
editi. A mie spese, s’intende. Un ossessivo armadio pieno di copie da
diffondere. La vergogna di proporsi ... l’incapacità a vendere.“ Deve
risolversi, infine. Non sopporta l’idea di ritornare
a casa, davanti a quell’armadio. Torna all’acqua: s’immege …
avanza per un poco fino alle ginocchia. Si volge alla spiaggia: una
coppia allacciata si ferma a guardarla. Penseranno che sia una
nuotatrice notturna, di quelle che entrano in sintonia con la natura. A
una certa ora, una data luna … armonia con l’universo. “Balle!”
pensa lei. “Cose da uomini primitivi, culti del Sole; Maya, Siriani,
Egiziani… il faraone
Akenaton...“ Non può allontanarsi troppo, né
può tuffarsi e poi scomparire. La coppia s’accorgerebbe della sua
scomparsa, chiamerebbe aiuto … Torna lentamente a riva. Batte i piedi
per scuotere l’acqua. Fuori è freddo, ora. Conviene farla finita,
anche solo per non sentire più il freddo. Scrivere le era sembrata la
soluzione della sua vita, lo sbocco necessario. Ne aveva avuto paura
all’inizio, poi, rapita dalle trances della creazione, s’era
concessa come a un amore. Tutto scompariva, quando scriveva. Tirata dal
filo dell’invenzione, i personaggi lì, reali, con lo spessore
dell’essere. Tutto spariva: suoni del quotidiano, sensazioni fisiche,
dolori… Immersione totale! Ultimamente… da quanto
tempo? due anni? Più niente da dire; tentativi abortiti dopo trenta
pagine; fuori dal presente, gravata da un inutile passato ...cosa
comunicare? Stanca, senza più
nerbo. Questa vita inutile, dietro la facciata sorridente, maschera
ormai abituale per gli altri… presi dalle loro vite, insensibili a
lei. Basta! Adesso è sfinita.
Il mare, la grande madre della vita, da dove tutto origina l’aspetta,
la vuole con sé. Non c’è altro. Perdersi nell’onda tiepida,
abbandonarsi alla corrosione naturale, essere terra acqua aria vento … La spiaggia è tornata solitaria.
La scia della luna sul mare indica una strada argentata, quella del
ritorno al Nulla. Entra nell’acqua, nuota lentamente verso il largo.
Cielo e mare: un unico immenso. Nuota, va: oltre, sempre più oltre,
fino alle sue ultime forze … fino a lasciarsi andare. L’acqua la invade, uno strappo
d’affanno; schiaccia le ultime forze, resiste all’impulso di
risalire. No, nooo…! Un ultimo spasimo straziante, un grido soffocato
dall’acqua … Il corpo pesante affonda. Ora ... finalmente... liquidità.
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