L’amavo! IO L’AMAVO!

L’avevo sposata per amore: un vero profondo amore!

Se ci ripenso: certe sere d'estate ... Solo baci mi concedeva, solo baci e qualche carezza timida. Voleva restare pura fino al matrimonio, affermava.

Ma, quando la luna sorgeva e il pallore del suo viso diventava madreperla, il desiderio mi faceva impazzire.

Allora me ne andavo: stremato.

 

La tradivo? No! Non erano tradimenti.

Dopo quegli abbracci, quelle carezze, dovevo per forza fermarmi da una di quelle donne ...

Non erano tradimenti: era per non impazzire.

Furioso, mi buttavo su una di loro: era bruna? era bionda? Neanche me ne accorgevo. I miei occhi erano pieni della mia amata, del suo incarnato pallido.

La sposai soprattutto per farla finita … portarmela a letto; finalmente saziarmi di lei! la mente ormai quasi malata, presa solo da un pensiero fisso: sfogliarla lentamente, sgusciarla dai lacci che la stringevano … assaporare il suo profumo …

Non facevo caso a certe spuntature del carattere, a certi inspiegabili musi: un mazzo di rose, un profumo, un regalo … e ritornava il sorriso.

No, non ci facevo caso: capricci di ragazza, pensavo, da sposata le passerà.

 

Infine, il giorno venne che la sposai, il sospirato giorno.

Era bella da mozzare il fiato: una fata!.

Non vedevo allora la curva accentuata del naso (quasi una gobba), gli occhi stretti mascherati da un trucco abile, la linea un po’ sottile delle labbra …

Vedevo il suo volto pallido e mi esaltavo al pensiero della sua delicatezza, al desiderio di proteggerla e, insieme, all'ebbrezza di violarla.

 

Arrossì vergognosa davanti al portiere dell’albergo. In camera aprii la finestra sul mare. Tutto m’inebriava: il sospiro lento delle onde a pochi metri, il salmastro mescolato ai profumi dei mandorli, il panorama struggente ….

Aspettavo trepidante che tornasse, ansioso di intravederla tra i pizzi della camicia bianca.

E lei … non tornava mai!

Bussai alla porta del bagno: "Qualcosa non va?"

Nessuna risposta.

Bussai di nuovo più deciso. Ancora silenzio.

Preoccupato, piegai la maniglia: si apriva, per fortuna.

La vidi: un fiore stremato! Ancora vestita, l’aria affranta, guardava lo specchio senza espressione.

Mi piegai su di lei:

"Cosa c’è, ti senti male?"

Il volto chiuso nel muso che conoscevo bene, le labbra serrate … non sembrava più nemmeno bella.

Cercai d’abbracciarla.

"Non ti avvicinare!" minacciò con voce fredda.

Le chiesi con dolcezza: "Hai paura? Non preoccuparti ..."

"Vattene. Mi fai schifo!"

Lo schiaffo di quelle parole mi prese in pieno volto. Impallidii.

"Cosa dici, perché?" balbettai

"Gli uomini mi fanno schifo! E tu più degli altri. Stai lontano da me."

Gli occhi gelidi, ogni pensiero d’amore lontano da lei.

- Ma come?! e i baci che mi davi? -

- Te lo confesso: erano falsi. Io odio gli uomini! -

Me ne andai per non picchiarla.

Sì, certo, mi dissi forse ha paura, devo capire: la stanchezza, l’inesperienza, chissà cosa le avranno raccontato …

Affogai la mia delusione sul lungomare, irritato perfino per gli allegri suoni delle barche in festa.

Ripensai alle sue effusioni.

Rivedevo tutti i suoi gesti, risentivo le sue parole, provavo ancora il brivido degli abbracci. C’era, è vero, qualcosa di rigido; l’avevo sempre attribuito alla timidezza. Ma… se mi respingeva ora con tanto disprezzo…

"No, non può essere!" gridavo in silenzio.

L’aria della sera rinfrescò, infine, la mia ira: sarà stato un momento, ritenterò.

Poi i rumori cessarono, la strada si fece silenziosa, il fresco della notte trionfò su tutto.

 

Nella stanza buia cercai al chiarore della luna il letto occupato dalla sua forma gentile: dormiva profondamente. Nemmeno una ruga occupava la sua fronte. Il viso fresco, bello nel suo pallore, era quasi sorridente: chissà cosa sognava ... Intenerito, deposi la mia amarezza.

"Ecco la mia prima, anelata notte!" sospirai.

Nemmeno il suo profumo mi eccitava ormai.

Svuotato di tutto, fugai lo sconforto: "Domani sarà diverso; le farò dei regali …"

E poi?

I giorni seguenti… Non ci crederete!

Provai di tutto: dalle parole dolci, alle preghiere. Dopo non so più quanti giorni, e quanti regali, la presi con la forza.

L’amaro dei suoi lamenti mi rimane ancora nel cuore. Per tutta la vita, sempre più raramente, la presi con la forza, vergognandomi come un malfattore, sentendomi uno stupratore.

Bambini?

Non ne vennero. Del resto a lei non piacevano.

 

Sì, è vero: mi feci un’amante, calda e appassionata. Era sposata anche lei e aveva tre figli.

No, non me ne andai con lei: non voleva assolutamente lasciare suo marito, i suoi bambini. Così, rubavamo i nostri incontri come potevamo e forse questo rendeva più appassionante la nostra storia.

Mia moglie? Non se ne accorse mai. Di me non le importava niente. Frequentava dei corsi d’arredamento, di cucina … cose femminili.

Va bene, riconosco che era ordinata e pulita, cucinava con decorosa tranquillità cibi un po’ sciapi; non mi faceva mancare niente, la casa era in ordine …

E l’amore? e il sesso?

Ma come, non avete capito? Era frigida! Per farsi sposare aveva finto una passione che non provava. Cercai anche di farla vedere da uno psicologo. Ma, dopo il primo incontro, non volle più saperne.

Ogni occasione era buona per disprezzarmi. Mi accusava di essere un debole e che non sapevo farmi valere. E perché non chiedevo un aumento? perché non cercavo un lavoro da vero uomo?

Era evidente che mi odiava.

Perché? Ma per aver dovuto sposarmi.

Divorziare?

E come abbandonarla? Non aveva voluto né studiare né imparare un mestiere; non sapeva fare altro che la moglie, o meglio, la casalinga.

Insomma, non mi amò mai.

Mi rassegnai; rinunciai a ogni tentativo di conquista. Ormai nemmeno mi piaceva più. Col tempo aveva perso l’incanto della gioventù; sembrava arcigna, non mi attraeva più niente di lei.

Sentivo il peso della sua presenza insignificante, della continua insistente richiesta di denaro, dell’indifferenza verso di me e la mia umanità.

 

Sì, poi si ammalò … Come fu che si ammalò?

All’improvviso il suo pallore crebbe; si fece debole, pigra; spesso aveva la febbre.

Quanti anni aveva?

Era giovane ancora, aveva quarantaquattro anni. La mandai dal dottore. Le analisi non erano corrette: c’era un pericoloso squilibrio tra i globuli rossi e quelli bianchi. La diagnosi? Leucemia acuta. La ricoverarono. Dopo un ciclo di trasfusioni e altre cure sembrava migliorata.

Non mi davano speranza di guarigioinre, però me la portai a casa: non volevo lasciarla lì tra tutti quei malati…

Cercai d’essere affettuoso. Provavo compassione per lei, mi sentivo in colpa per non aver saputo amarla; avevo davvero fatto per lei tutto quello che andava fatto? Se m’interrogavo a fondo, i dubbi mi assalivano.

 

Che successe poi?

Qualche sera dopo… era salita la luna: piena, vicina, strana... La luce giungeva dalla finestra e si posava su di lei; un piede nudo pendeva un poco fuori del letto, dandole un’aria provvisoria, come di chi stia per alzarsi da un momento all’altro. Mi sembrò teneramente ringiovanita. Mi accostai, le feci una carezza leggera sul volto, mi sedetti sul bordo guardandola con affetto.

Come sempre, posò su di me il suo sguardo gelido; ancora una volta il mio approccio veniva scoraggiato.

- Ti prego, le dissi implorante, dammi un bacio! -

- Un bacio? ma come ti viene in mente? -
- Non sei mia moglie? -
- Sì. N E di che ti lamenti? Sono stata una buona moglie. Cosa ti ho fatto mancare? puoi rimproverarmi? -

- Mi hai fatto mancare la cosa più importante - reagii irritato - anche ora me lo fai mancare! -

- Cosa, cosa mai ti faccio mancare?! - rispose alzando la voce come poteva.

- L’amore! - le gridai.

- L’amore!? Ma quale amore? se sei un impotente! - mi rispose beffarda.

A quelle parole tutto si ribellò in me: ah, così mi giudicava ora? Dopo tutti i rifiuti che avevo subito, dovevo sentirmi giudicare così? Non so cosa mi accadde. Una furia incontrollabile mi guidò sopra di lei: scostai il lenzuolo, la immobilizzai con la mole del mio corpo pesante, le strappai la vestaglia … Con voce sconnessa andavo gridandole tutta la mia rabbia, la mia sofferenza di anni. Le vomitai in faccia che l’avevo amata più di me stesso. "Adesso ti faccio vedere se sono impotente. Sei sempre stata stupida e crudele con me!" Mentre la schiacciavo col mio peso, immemore della sua fragilità, tutto, tutto le rivelai: la mia delusione e che l’avevo tradita, tradita con una vera donna, calda e affettuosa. Le urlai che lei, invece, era stata di ghiaccio.

Lei? Non rispondeva nulla; ero solo anche in quella aggressione rabbiosa. Passiva e fredda più del solito, mi lasciava fare.

Sempre più fuori di me, le ributtavo in faccia le parole: "Ah, impotente? impotente? Ora ti faccio vedere …" .

Le divaricai le gambe, mi tirai giù la cerniera, mi spinsi dentro di lei che restava immobile, come senza forza. La penetrai eccitato da una collera furibonda. Spinsi e spinsi, senza alcuna tenerezza, con rabbia e disprezzo e disperazione, con la voglia di farle male. Ridotto a puro animale, non potevo più fermarmi. Ogni colpo una vendetta: questo per i rifiuti subiti, questo per la tua indifferenza; ancora e ancora … per non avermi fatto sentire uomo e per il disprezzo e per la disistima …

Un rantolo soffocato mi raggiunse mentre frenetico la possedevo. Sperai in una inattesa partecipazione. "Forse … alla fine … ci sono riuscito?" mi dissi sconnesso.

Un sospiro di sollievo, infine, sbollì la mia rabbia.

Già pentito, rientrato in me, mi ritrassi.

Ora la luna era alta, mandava una luce bianca, polare. Quella luce, una luna malata, le cadeva sul viso rendendolo spettrale

La guardai: il pallore s’era fatto più intenso. La sentivo rigida sotto di me. Mi alzai, la osservai meglio: il viso esangue, gli occhi freddi, spalancati ….

La scossi disperato chiedendole perdono. Tentai una respirazione bocca a bocca. Ero goffo, impreparato. Nessun risultato: una bambola disarticolata, esile tra le mie braccia ...

"Mio Dio, gridai, l’ho uccisa!"

Il rantolo che avevo sentito non era di piacere.

 

La luna s’era ormai allontanata, alzandosi distante nel cielo; aveva lasciato luogo a una notte profonda e silenziosa. Solo il mare, indifferente, effondeva il suo eterno respiro