Maggio 2008 - 

 

Editoriale di Roberto Bertoldo 

  

 

 I fascicoli di combattimento… …con penna e martello

  

Alla fine, dopo aver tentato per molti anni il dialogo che portasse all’emersione il lavoro serio fatto da coloro che non hanno mai rincorso la fama e il potere, la violenza è rimasta la nostra sola arma. Questo giornale è il giornale degli scrittori seri, che non tradiscono i loro proclami. Consci ormai che anche le cimici parlano da onesti, che la menzogna teatrale è il viatico privilegiato anche dai mascalzoni, ormai convinti che le parole abbiano perso per immoralità la trasparenza, non ci resta che ridare alla parola diafanità, levigandola.

State dunque attenti, voi scrittori di potere che gestite le collane delle grandi case editrici, le redazioni dei giornali, la distribuzione, attenti a voi piccoli pidocchi del potere, noi aguzzeremo le parole e le punteremo alla vostra gola. Sappiamo quanto è importante la letteratura e la filosofia e quanto sarebbe importante avere scrittori e filosofi seri e coraggiosi. Voi invece siete spavaldi per l’accondiscendenza della massa di mezze cartucce intellettuali che si genuflettono a voi nella speranza di avere qualcosa in cambio. Noi in cambio vogliamo che la massa ridiventi popolo, vogliamo che la nostra parola, riscattando la giusta bellezza, sia la voce non più bigotta del vero. Noi parliamo come vittime che non vogliono vincere per sé, noi vogliamo la vittoria della libertà, contro il capitalismo e il nichilismo. 

   Uniamoci, scrittori veri, è ora di fare sentire la nostra voce violenta. Diamo spessore a questi “fascicoli di combattimento”. Non coltiviamo divinità tra gli scrittori, spezziamo la sicumera dei privilegiati, c’è una nuova nobiltà in ascesa, attenti a loro! La borghesia ha fallito, ha coltivato al suo interno Vip oziosi, vogliamo la loro testa, basta! Giornalisti venduti, uomini di spettacolo, scrittori fasulli, politici disonesti, editori impropri, non lesineremo più le nostre parole, la nostra educazione ha fatto il suo tempo, ora vi aspetteremo sotto casa con le mazze verbali e l’olio lirico.

C’è gente bastarda sulla cattedra della cultura, gridiamogli contro una buona volta. Bruciamo i loro libri come loro nascondono i nostri, sfasciamo le loro consorterie, abbiamo armi potenti per ridare dignità alla letteratura. Forza, se c’è ancora qualche scrittore vero, non si nasconda, non continui a cedere spazio ai piccoli scrittori che amano la ribalta, si guardi intorno, pure nella massa ci sono i mediocri che si armano di parole, attenti anche a loro, non è difficile riconoscere il vero scrittore, la profondità è la sua parola d’ordine. Unitevi, assaltiamo insieme i forni del libro e le librerie, facciamo falò delle pagine vendute, il popolo c’è ancora, possiede una testa, salviamo la letteratura per lui.

Venite sulle piazze scrittori, non abbiate paura, scopriamo le tangentopoli letterarie, il clientelismo, facciamo luce sui ciarlatani che infestano il nostro mondo. Togliamo al potere l’arma pseudoletteraria del consumismo mentale, dell’evasione frivola, che le vetrine espongano la denuncia e le lacrime delle vittime.

Il nostro secondo sforzo è questo. Dopo la verità della scrittura ci tocca la verità della comunicazione, visto che gli altri non fanno il loro dovere. Editori, distributori, librai, giornalisti venduti sono un peso per la società. Non crediate che in fondo il nostro è un problema frivolo, l’abbiamo pensato lungamente anche noi, ma senza la nostra voce l’uomo viene seppellito. Gridiamo, prima che chiudano la bara!

 

*

 

   Noi non crediamo nel dopolavoro della vita, sappiamo di avere i giorni contati, per questo non vogliamo sprecarli. Vogliamo lasciare ai posteri un mondo più egualitario, almeno nel campo che ci compete. L’amore che abbiamo per la letteratura ci ha preservati dal bigottismo e dal vassallaggio. Non sopportiamo più la demagogia ruffiana e menzognera che vince i Sanremo della canzone, che soddisfa i cataloghi di Guanda e Rizzoli, di Mondadori e Einaudi, vogliamo la parola profonda che ci salvi da un viaggio frivolo nella vita. Lo scrittore ha il dovere, con la parola, di difendere i deboli, le ‘vittime’, e di offendere i forti, quando spengono sugli altri uomini le cicche della loro avidità. Noi siamo la voce del popolo, un popolo stanco della religione e della politica che ci divide, “l’uno contro l’altro armati”. Il popolo è uno, oltre le frontiere e le razze, ed è povero, per l’assurdo della vita e per lo sfruttamento dei suoi governanti. Non ci sono un popolo di destra e un popolo di sinistra, un popolo islamico e uno cattolico, uno senegalese e uno italiano, il popolo è uno e i suoi soli veri avversari sono i ricchi e i potenti. La divisione non è politica, religiosa, razziale, è classista. Noi dobbiamo controllare chi comanda, buttarlo giù dal trono quando coltiva interessi personali o di casta. Siamo stanchi delle parole che ci incipriano come si fa con i cadaveri, vogliamo gesti che proteggano il popolo. Dobbiamo combattere contro i padroni sfruttatori e i servi conniventi.

   Il popolo intellettuale, stufo delle angherie dell’ignoranza privilegiata, è ora che capisca quanto è utile mettere un po’ di paura addosso a chi gestisce con troppa sicumera e tranquillità la mente altrui a vantaggio delle proprie pulsioni egotistiche e capitalistiche.

   Noi scrittori dobbiamo salvaguardare l’aia letteraria dalle caghette illustri. Ora le sento le ochette perniciose: “Oh, vergogna, chiamate le guardie! C’è chi mette in discussione il nostro potere”. Ridicole e stupide. Che ce ne facciamo di loro?

 

 

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