da "Le donne non dicono Messa" (inedito)

 

Matilde si era sfilata le scomode scarpe col tacco, sdraiandosi sul letto accanto a lui. Primo le tolse la camicetta e la guardò come se fosse la prima volta: le spalle tornite, il petto fiorente, la pelle liscia e bianca. L'accarezzò timidamente. Lei lasciò fare, mentre si guardava intorno: l'unica stanza mostrava le sue povere cose esposte senza segreti; nella poca luce sembravano nuove, pulite come ella le aveva rese il giorno prima, grattandole con pomice e soda. I piatti ed i bicchieri luccicavano sopra l'acquaio, disposti con ordine sull'asse inchiodato al muro; dalla fune pendevano i mestoli e le padelle di rame luccicanti; due presine colorate, che le aveva regalato la nonna di Mariolina, appese alla cappa, rallegravano il caminetto ripulito, dove, insieme al ciocco, ardevano alcuni rami secchi in una lieve fiammella; una stampa alla parete mostrava il paesaggio oleografico di Venezia.
La stanza le sembrò bella. Anche la tovaglia nuova, a quadri bianchi e rossi, rinnovava il tavolo sciupato di tutti i giorni, sul quale il vasetto dei fiori creava un'aria festosa. Alla finestra le tendine stirate ammorbidivano la luce del mattino che traspariva dalle persiane socchiuse; il pulviscolo sospeso nel raggio sembrava anch'esso un ornamento della casa.
Matilde sospirò soddisfatta, volgendosi a Primo che si faceva sempre più ardente. Si dedicò a lui. Il florido seno di lei riempiva le mani dell'uomo. Egli cercò di toglierle la gonna. La donna sussurrò:
- Aspetta, faccio io. -
Si spogliò senza civetterie, per non far ricordare a Primo il mestiere che aveva fatto fino ad allora. Anche lui si tolse gli ultimi ingombri. Si abbracciarono, aderendo ciascuno alla pelle dell'altro, sentendo di appartenersi. Matilde gli sussurrò parole dolci, di quelle che piacciono agli uomini, baciandolo con tenerezza sempre più avvolgente. 
- Sei bello - gli diceva - guarda che muscoli! Nessuna ti conosce; come sei fatto lo so solo io. -
Lui pensò per un attimo che di lei non poteva dire la stessa cosa; si afflosciò un poco. Poi, pensando che ora era sua moglie e che avrebbe cambiato vita, si riprese, riacquistò il suo vigore. Infine, senza più parlare, si lasciarono andare all'amore ed alle carezze che sempre si erano scambiati, conoscendosi ormai nei propri segreti e nelle proprie preferenze. Questa volta Matilde seguì i propri desideri, con spontaneità, senza fingere come le altre volte.
Erano bene assortiti, sembravano un corpo solo. Un brivido percorse la schiena di lei, che era abituata a muoversi nell'amore senza partecipazione, freddamente. Sentiva l'intensità del piacere di lui e lo seguiva con lo stesso fervore. Infine, Primo si lasciò andare con un grido trattenuto, mentre Matilde, la schiena tesa, il ventre contratto, lo attirava a sè, baciandolo perdutamente, mormorando parole d'amore. Da tempo desiderava diventare madre: quello era il momento perfetto. Al culmine dell'emozione si disse: "Adesso resto incinta". Mise nell'amplesso un significato nuovo, dal sapore naturale e semplice, che trovava radici ancestrali nel profondo della sua natura di donna, scaturiva senza sforzo, sgorgava da solo, istintivo ma consapevole. 
Poi, la tensione si placò e giacquero uno accanto all'altra, teneramente, dormendo un poco, baciandosi ogni tanto le mani o la bocca, toccandosi ... 
Nel pomeriggio si sparse la voce che Matilde e Primo si erano sposati: le donne ebbero l'occasione per qualche chiacchiera in più, gli uomini per le solite battute volgari delle quali non si stancano mai. Qualche sfaccendato andò fin sotto le finestre di lei, gridando parole di scherno, ridendo, chiamandola "sposina". Vedendo che nessuno rispondeva, tutti credettero che non fossero in casa; alla fine se ne andarono ridendo: 
- Anche er viaggio de nozze se so permessi! -
Matilde e Primo si guardarono mesti; questi episodi appannavano la loro felicità; ora non potevano più dimenticare il passato di lei ; il loro amore, così fulgido poc'anzi, ne risultava insudiciato.
Decisero di mangiare qualcosa e si fecero coraggio bevendo qualche bicchiere del vino buono che Matilde aveva preso dalla dispensa.
Venne sera: dovettero accendere la luce.
Verso le dieci, senza alcun riguardo per il sonno altrui, un caporione fascista, insieme ad un soldato tedesco e ad un altro camerata, venne a bussare. Matilde si affacciò e gridò risoluta: 
- Andatevene, lasciatemi in pace. - Poi, con orgoglio: 
- Ora sono sposata, non faccio più la vita. -
- Ah, non fai più la vita? E chi te l'ha detto? Chi t'ha dato il permesso? Cosa ti sei messa in testa? Apri su, facci entrare, altrimenti butto giù la porta.-
Allora Primo aprì e, con la forza della disperazione, venne fuori e si parò davanti a Matilde, senza accorgersi della assoluta disparità di forze: lui piccolo e storpio, gli altri robusti e alti, tre giganti. Egli tremava in tutto il corpo sbilenco per la paura e la rabbia. L'uomo lo guardò ridendo dall'alto della sua statura e lo scostò con una mano, mandandolo contro il muro fuori della porta, pericolosamente in bilico sopra le scale. Dietro il caporione gli altri sghignazzavano, evidentemente alticci, salendo ed avvicinandosi sempre più al povero Primo, che, per nulla scoraggiato, si buttò furioso sul gigante, cercando di colpirlo con i pugni dati a casaccio. Il fascista smise di ridere, si fece rosso in faccia, prese Primo per il collo e tentava di strozzarlo, bestemmiando ed imprecando contro di lui:
- Storpio, te sì montato la testa; chi te credi de esse. Guarda che t'ammazzo davero. Ah, te si sposato co' 'sta zoccola? La voi leva' da la vita? E chi t'ha dato er permesso. Tiettela com'è, brutto cornuto, che ce guadambi.- 
Il tedesco raggiunse il ballatoio e, minaccioso, alzò il fucile, brandendolo dalla canna per usare il calcio come un bastone. 
Primo, che poc'anzi si era avventato contro il fascista, forte del suo amore e del suo diritto, ora era come sfiancato; pallidissimo, gli si leggeva la morte negli occhi, pieni del crollo di ogni sua speranza. Non aveva più la forza di reagire. Il tedesco lo raggiunse e girò il fucile, puntandoglielo contro, pronto a sparare ad ogni sua mossa. Primo, vedendo il fucile puntato sul suo petto, ebbe un lampo. Pensò: "E' mejo che me moro, piuttosto che dajela vinta." Prese la canna del fucile con tutte e due le mani, cercando di strapparlo per usarlo a sua volta. Il tedesco bestemmiò nella sua lingua, cercando di tenere il fucile. Primo aveva nelle mani la forza della sua determinazione, forse ci sarebbe riuscito. Ma l'altro fascista lo prese da dietro, lo rigirò verso di sè e gli diede un manrovescio sulla faccia, violento, senza risparmio, con tutta la sua forza. Primo sorpreso lasciò la presa del fucile, barcollò e cadde ginocchioni, sfinito.
Matilde aveva seguito la lotta col fiato sospeso, paurosa per la vita del suo uomo. A quel puntò si fece avanti, si parò tra Primo e gli altri, disse:
- Lasciatelo stare, non vedete che è la metà di voi? Che vi può fare? - Poi, con voce cambiata:
- Venite che ci divertiamo! Avete veramente creduto al matrimonio? V'ho fatto 'no scherzo. Entrate su che ci divertiamo. Stasera c(i)'ho er vino bono! -
Guardò Primo con disperazione, ma continuando a recitare la sua parte, ridendo sguaiata; sperava così che lo lasciassero stare, che lo risparmiassero.
Il tedesco allora abbassò il fucile; il fascista, a calci, spinse Primo giù dalle scale, facendolo rotolare malamente. 
Si dimenticarono di lui; entrarono da Matilde vogliosi di divertirsi. Si sentivano risate, parole ad alta voce, il suono aspro di frasi in tedesco, bestemmie tra le risa. 


Un brusio, poi delle grida, qualcosa di diverso dal sogno che stavo facendo ... Aprii gli occhi: quello non era un sogno. Ebbi paura. Sotto la mia finestra qualcuno gridava parole oscene, in dialetto e in tedesco. Tremavo: "Chissà ora che succederà. Si ammazzeranno veramente." Infine pensai a "I Tre moschettieri", che stavo leggendo. "Che farebbe D'Artagnan?". Mi feci coraggio; uscii dal letto; a luce spenta, mi accostai alla finestra. Il fresco delle piastrelle mi svegliò del tutto. Guardai giù: era vero. Dalle scale della casa di Matilde un uomo, spinto a botte, rotolava malamente. La luna illuminava lo spicchio d'angolo del vicoletto dopo le scale. Era proprio sotto di me: "Gesù. E' Primo! Chi l'ha conciato così? Vuoi vedere che è stato il tedesco? Adesso succederà come a Velino." Sembrava impossibile: Il tedesco era robusto e giovane, Primo non poteva certo ucciderlo. Quando la luna lo illuminò, vidi Primo col volto contuso, insanguinato. "Ora vo' su da Mamma. E si me sgrida? Nun vole che sto sveia de notte."
Sentii uno scalpiccio, poi una voce : 
- Dio mio, chi è questo poveretto? Svegliati, tirati su. Dio, com'è conciato! - 
Mi affacciai alla finestra, per vedere chi fosse sopraggiunto. La luna era scomparsa dietro una nuvola; ora si vedevano solo delle ombre nere. Perché non m'ero messa gli occhiali? Corsi al comodino, me li infilai, ritornai alla finestra: un uomo scuro si allontanava col fardello di Primo sulle spalle. Si sentiva sghignazzare su da Matilde, in italiano ed in tedesco; il chiasso era peggiore di quello delle altre notti. Tornai a letto intirizzita, spaventata. Rimasi sveglia a lungo, ponendomi domande difficili, alle quali trovavo solo risposte confuse.
Infine, da Matilde tutto tacque. I cani lontani, un uccello notturno, il chiarore della luna: rassicurante la notte riprendeva il dominio sul mondo addormentato. Smisi la paura; il freddo si era sciolto al calore del letto; mi addormentai: Sognai di camminare verso la cima di una montagna, dove avrei potuto cogliere dall'albero d'oro una falce di luna.


Primo era arrivato svenuto in fondo alle scale. Il povero garzone, strappato al suo sogno di emancipazione, ricacciato al ruolo consueto di emarginato, "qualcosa di più di un somaro, qualcosa di meno di un cane", rimase per un poco mezzo morto, con un rivolo di sangue che gli scendeva dalla bocca, contuso, svuotato di ogni forza. Rinvenne. Perse d nuovo i sensi. Riuscì a sentire che qualcuno gli si avvicinava, si piegava su di lui, lo soccorreva.

 

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