da PUZZLE 

 

C’era la luna piena. Per fortuna, il cielo nuvoloso oscurava il mare con ombre allungate fino alla riva: lingue di grigi mostri.

I compagni avevano trascinato il morto dal bagagliaio alla spiaggia. Alberto lo teneva per le spalle, gli altri lo reggevano per le gambe. Le braccia pendevano inerti, lasciavano un solco  sulla sabbia.

La voce efficiente di Alberto ci riscosse:

 - Cosa fate lì impalati? Prendete le braccia e tiratele su, non vedete che strisciano sulla sabbia? Ci metteremo tutta la notte. - 

Uscii dal malefico incantesimo nel quale ero caduta. Mi affrettai ad eseguire.

Raggiungemmo la barca. Le onde, indifferenti,  continuavano il loro andirivieni. Rabbrividii: la frescura della notte si faceva sentire. Il corpo abbandonato sul fondo della barca sembrava un dormiente, che dopo una sbornia non avesse potuto raggiungere il letto suo naturale e, barcollante ed incerto, si fosse lì abbandonato   allo spessore del sonno.

 A tratti credevo di sognare. Ma no, tutto era terribilmente vero: quello era il prigioniero, l’uomo che per pochi giorni intensi e folli mi aveva fatto impazzire. L’uomo, che freddamente dirigeva la macabra operazione, era il mio compagno, tanto amato che avevo lasciato    tutto per lui. Ora, per me, un peso insopportabile. “Come mi libererò di lui? Ora ci accomuna un delitto!”

Entrammo tutti nella barca: quattro vivi ed un morto.

Pian piano, remando con forza ma senza troppo rumore, i compagni guadagnavano il largo. Il golfo di Napoli si stendeva sereno. Qualche nuvola si disfece: la luna comparve all’improvviso. Ormai eravamo lontani; l’arco della costa, quasi disegnato ad arte nella sua dolce incurvatura, apparve nella sua inaspettata bellezza. Il contrasto mi sembrò insostenibile. La luna faceva morbidamente apparire i pini di Posillipo. Un raggio più netto bagnò il povero morto: il volto esangue mi apparve improvviso. Nel pallore scomposto della morte mi appariva ancora bello. Il ricordo dell’amore vissuto copriva il gelo che su di lui si era adagiato. Tremavo senza saperlo.

Alberto mi guardò, ebbe compassione:

- Abbiamo quasi finito. Dopo gli scogli lo buttiamo a mare. E’ meglio lì, così non ritorna subito a riva. -  

Con raccapriccio immaginai il cadavere in decomposizione riportato dalle onde. Le parole di Alberto non mi aiutavano, se non per il fatto che mi facevano ricordare che tra poco tutto sarebbe finito.

Il silenzio era totale. La luna fortunatamente rientrò sotto la coltre delle nubi. Il mare ora era di pece, la tomba adatta ad un morto ammazzato.

Un colpo di remi più forte fece alzare uno schizzo d’acqua. Il freddo sul volto mi riscosse. Era inutile ormai rimuginare. Ora dovevamo solo sperare che nessuno ci vedesse. Mi guardai attorno: il mare era calmo, le onde increspavano appena la superficie plumbea; la riva lontana sembrava deserta, tutto stava andando bene.

Alberto disse:

- Va bene qui. Buttiamolo. Facciamo piano, però, altrimenti ci ribaltiamo. -

Mirella ed io ci mettemmo a prua per fare da contrappeso. Dalla poppa i compagni fecero cautamente scivolare in acqua il corpo. Ploff. Mi sorprese il poco rumore che fece. Quasi fosse lui stesso ad accompagnare la spinta che, pur trattenuta, i compagni gli avevano dato.   

 Guardammo i flutti che si erano richiusi obbedienti: lì l’acqua era profonda, non si vedeva niente

Girarono la barca e remarono verso la costa. Erano quasi allegri e sembravano pescatori di ritorno da aver gettato una rete artigianale. Era quello che volevamo sembrare. Infatti, avevamo sulla barca le lenze, il secchio e tutto ciò che sarebbe occorso per pescare.

Approdammo. Legammo la barca. Intorno, il silenzio: non c’era nessuno.

Sollevati, ce n’andammo verso la macchina, tutti presi nello sforzo di seppellire l’orrida vicenda anche dentro di  noi.

 

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