Patrizia
di Laura Belleri
Tra le centinaia di immagini sparse nei cassetti di città lontane e diverse, non una che parli di noi.
Pat, dove sei? chi stringi tra le tue braccia svuotate di noi?
Un amore scomodo, il nostro, intollerabile per il resto della mia famiglia, senza dubbio indecoroso per la società bigotta di quell’anno lontano da tutto quello che sono io, oggi.
Sai, potrei dividere la mia vita di perfetto chirurgo in due parti distinte: prima di noi e dopo di noi.
Potessi quantificare le ore impiegate per decifrare che cosa sei stata per me… arriverei a superare il migliaio. Ma, sono assurda e ora lo so, non ho mai desistito, neanche un giorno, nel silenzio della mia coscienza, in una ricerca estenuante e sofferente, a cercare un senso alla nostra relazione.
Che cosa avevi tu che fosse per me assolutamente irrinunciabile?
Dopo di te e per un lungo arco di mesi, i miei sensi hanno affievolito la loro capacità di percepire alcuni sapori ed odori, dei quali mi sono ritrovata come in una delirante astinenza. Sai come ho reagito? Da folle! Dando inizio a una ricerca logorante e patetica, passando da una relazione all’altra; alcune si sono consumate nell’arco di una sera, altre sembravano meno effimere, ma nessuna di quelle avventure fugaci e instabili è riuscita a oltrepassare l’invisibile scudo che mi ha lasciato come unica eredità il nostro amore senza una fine.
Quante stagioni sopravvissute cercando di rivivere il calore emanato dal tuo corpo che avvolgeva la mia anima inquieta di allora, prima di capire e accettare la realtà.
La mie forze, da sole, mai sarebbero state in grado di dare un nome, una sostanza al disordine che, padrone, dilagava nelle mie scelte. In ospedale trovare un esperto della psiche è stato facile, mi sentivo nella condizione obbligata di chiedere aiuto. Al diavolo l’orgoglio! Non ho avuto alcuna paura, né freno morale, nello sciogliermi tra i tuoi seni; mai vissuto attimi di pentimento quando rinunciavo ad incontri galanti. Di uomini ne ho usati molti, ma l’emozione dei nostri incontri avevano un altro spessore.
Due sedute mi sono bastate per dirmi quanto già sapevo. Difficile è stato accettarlo. Guardare le labbra di una donna e accettare di desiderarle; contemplare un corpo femminile e accettare che il mio si eccitasse. Tu eri così avanti, rispetto a me. Il percorso che ho intrapreso io, tu l’avevi ormai finito in quel lontano inverno di quindici anni fa.
Poi.
Poi ho iniziato a vivere densamente la mia bisessualità.
Di te, Patrizia, non ho immagini concrete, non ho foto, nemmeno una è rimasta delle decine di lettere che ci spedivamo sotto falso nome. Prima di sposarmi le ho eliminate: per fragilità, forse.
Di tuo mi è rimasto soltanto il ricordo legato a un nome, l’unico nome che potessi scegliere per mia figlia.