Pulcini

 

di Giorgio Olivari

 

  Aste rosse e bianche dentro gli occhi, sfuocate, al passaggio a livello. L’ultima volta che il treno mi ha rubato del tempo, ad un altro ha rubato la vita. Lui l'aveva buttata e il treno l'ha solo raccolta. Ero in ritardo ma allora non avevo gran che da fare.

Stasera Andrea fa il suo esordio in campo. Tolgo cravatta e cambio scarpe. Prendo la moto, raggiungo lo stadio.

Categoria pulcini: rende l'idea; parcheggio veloce ed entro. Gli spalti grigi, quasi deserti, hanno un tono di colore solo nel mezzo, sulla linea mediana di campo.

Il verde surreale, sintetico, è ricco di puntini colorati: pulcini! La macchia in tribuna è di adulti.

Occhi grandi da bambino, facce di genitori svogliati all'uscita di scuola, fumatori di strada appesi al manico di un ombrello.

Alcuni sono vivi. Applauso del pubblico al saluto dei giocatori. Andrea mi ha visto e non smette di agitare la mano nella mia direzione. E' ancora lì che saluta, i compagni sono già schierati.

Esordio in panchina: si diverte; scherza col vicino e non guarda in campo. Grande, nella sua salda tranquillità.

Mamme in tiro, un nonno o un papà troppo cresciuto. Lei tiene la testa in modo gentile. Capelli ricci tirati in un crocchio. Il profilo contrasta sul giaccone chiaro del vicino. Una donna con un viso di ragazza che conosco.

Sente addosso lo sguardo, si gira distrattamente verso me. Torna ai suoi pensieri, come ogni bellezza abituata ad archiviare sguardi di invidia desiderio possesso gelosia. Pensieri che pesano, sassi nelle tasche; impediscono di sorridere come accadeva anni fa.

Carla non mi notava nemmeno allora. Troppo presa dal suo mondo. Sempre al centro dell'attenzione…

Il primo tempo chiude in parità, Andrea toglie la tuta: nella ripresa giocherà.

L’intervallo è sempre la parte peggiore.

Lapidare uno dei genitori assenti è la regola.

Oggi l’eccezione: Carla si allontana rispondendo al cellulare. Gli altri non perdono tempo: raccolgono le pietre.

"Visto che tipo? Non ha salutato nessuno…" - dice una, rivolta alla tribuna, mentre fa un cenno con la testa nella sua direzione.

"Adesso, che per vivere fa le pulizie, ha smesso di tirarsela eh?"- le risponde il papà del portiere con sarcasmo.

"Ha smesso anche di sorridere, da quando hanno messo dentro il marito! Strane queste attività commerciali: una catena di negozi in poco tempo. Poi arriva la finanza e la bolla di sapone scoppia!" – replica un altro genitore smettendo momentaneamente i panni di allenatore in tribuna. Lei rimette in borsetta il telefono e torna nel gruppo.

I sassi vengono nascosti dietro la schiena, si sfoderano sorrisi di circostanza.

Il mio campione inizia il secondo tempo sulla fascia. L’orgoglio mi fa respirare a fatica, unito al ricordo di lei, ogni volta che entra nell’inquadratura, mentre seguo l’azione.

Ci siamo conosciuti ad un campo estivo. Bambini fra i tanti che si incrociano, nei giochi, a dieci anni. Arrossivo quando era vicina, il suo buon odore cambiava le giornate. Odiavo la colonia estiva, ma con lei riuscivo a sopportare il fastidio degli altri. Il suo sorriso non innescava la gelosia delle amiche: non ancora donne.

Ma i maschi più grandi, quelli si, sapevano essere crudeli per avere la sua attenzione.

Non avevo trovato il coraggio di espormi. Mai.

Anni dopo ci eravamo ritrovati nella stessa compagnia: lei era la regina del muretto. Il mio sfigatissimo "Garelli" non poteva competere con le "Vespa" che la assediavano. Quando la incontravo, da sola, riuscivo a parlarle: era mia.

Ogni volta che il rumore delle marmitte soffocava le parole, sparivo.

Mi sono perso un gol in contropiede: niente replay a bordo campo. Andrea suda e ad ogni azione cerca approvazione con lo sguardo. Sorrido, alzo i pollici a pugno chiuso.

Si era sposata con uno più grande. Senza farmi capire se contavo qualcosa. Senza spiegarmi come. Senza nulla di definito. Era sparita.

Ho fatto a meno di incontrarla per anni. Senza volerlo.

Triplice fischio, l’incontro è finito. Nonostante la mia assenza abbiamo vinto.

Il rito della doccia: genitori che sciamano verso lo spogliatoio. Mentre asciugo i capelli di mio figlio lei mi guarda.

"Ciao, ora capisco – mi dice calma - perché mi incuriosivano quei riccioli che danzavano in campo. Come stai? Non ti ho visto in tribuna… sei arrivato ora?"

"Da poco" – mento – "sto bene, abbastanza. Ti ho visto prima… ma… non ero sicuro fossi tu."

Lei continua a vestire il centrocampista.

"E’ la prima volta che ti vedo alla partita" – dico - " E’ tuo figlio?".

"Mio nipote Diego, figlio di mia sorella." – risponde – "Ti ricordi… Paola?"

Forse mi ricordo ma non riesco a comunicare facilmente. Chiasso, vapore, caldo umido.

"Così sei il papà di Andrea. Sai che Diego parla spesso di lui?" – continua -.

"Papà – mi chiamano – mi aiuti a chiudere la borsa?".

Le volto le spalle finto indaffarato.

Il presente mi chiama e ha i miei capelli di allora. Fatto.

Mi rigiro; lei è ancora lì, senza il mio evidente imbarazzo. Ci avviamo verso l‘uscita. I ragazzi scherzano fra loro mentre il parcheggio si avvicina.

"Ci rivediamo alla prossima?" – dice Carla – mentre metto il casco ad Andrea.

"Penso di si, se non lavoro…" – rispondo da dentro il mio elmetto.

"Bella la moto. Non pensavo ti piacessero, non avevi il motorino allora…" – dice – "a presto… Marco".

Si allontana.

Accendo il motore, Andrea mi urla sopra il rombo:

"La conosci papi?", mentre monta in sella.

"Si – rispondo – ci conoscevamo da ragazzi".

Mi fissa dal blu e da un sorriso mi dice:

"perché ti ha chiamato Marco?".

 

 

 

 

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