TOPAC(*)
di Rossella
Zanini
Frammenti di tempo
impaurita
rincorro,
abbagliata
da eccesso
di fu-ga-ci-tà.
Eva tentava di non perdere i compagni di viaggio, ma lo faceva di continuo. L’attrazione istintiva per il caleidoscopio di quella folla brulicante le risultava incontrollabile.
Frotte di turisti sciamavano dall’Hammam (1) alla Moschea Blu, ronzando dietro a guide frettolose. Samovar dorati su spalle in costume riflettevano i raggi d’un caldo agosto turco. Le cupole di Santa Sofia (2) sfocavano tra minareti e mercanti di pannocchie odorose.
Ad ogni passo Eva si arrestava per fissare nella digitale immagini di umana diversità.
Era quasi un’irritante mania, fobia da abbandono o ansia seriale. O forse, semplicemente, fragilità, coscienza della implacabile forza del tempo. Così, nel paradosso del suo accanimento, perdeva gli occhiali, perdeva l’istante, perdeva il marito… SI perdeva…
“Topàc, topàc!” udì d’un tratto, mentre rincorreva il gruppo e i suoi pensieri.
Nel fiume di folla la voce si distingueva appena, incerta, giusto di un tono al di sopra del caos.
“Topàc, topàc!” ripeteva, senza che Eva riuscisse a capire.
Insinuando lo sguardo fra profumi di spezie e via vai multicolore, Eva puntò la voce d’istinto, decisa a raggiungerla ad ogni costo. Urtò passanti contromano, si girò e si rigirò, finché, finalmente, eccola!
Sullo sfondo di cupole e lustrascarpe, un uomo allampanato camminava piano al margine del viale, affidando al vento il suo vacuo richiamo. Lo sguardo inespressivo, i passi senza meta, dalla cinta stretta ai fianchi egli lasciava penzolare dieci, venti topàc colorate, minuscole trottole schiave d’un cordoncino.
Improvvisamente l’uomo scartò di lato, prese possesso d’uno spazio d’ombra e, come animato di vita nuova, si mise a girare su se stesso, offrendo all’indifferenza dei più la danza dei dervisci rotanti.
I fili delle trottole si tesero a raggiera ed Eva rivide in un solo istante l’infanzia delle fiere in paese e i giochi che giravano, giravano, giravano, ma su cui lei non era mai salita: ci voleva coraggio per rompere il ritmo rotatorio, farsi spingere il sedile da un compagno, prendere la coda sporgendo il busto ben avanti e alterare le forze della fisica. Bisognava saper osare, ma Eva bambina non osò mai!
Ora invece si lanciò:
“How much is it, please? How much one topàc, please?”(3), gridò all’uomo rotante.
Formula magica, incanto rotto!
“Two euros”, rispose il “derviscio” arrestandosi di colpo.
I topazi e i turchesi del Topkapi appena visitato, gli smeraldi del tesoro imperiale, grandi come pietre di lago, colmavano ancora gli occhi di Eva, ma questi piccoli gioielli in legno la rallegravano molto di più.
“OK, two euros”, rispose lei senza contrattare, malgrado il prezzo “esagerato”.
Sorrise, scelse in fretta la sua topàc arancio, screziata d’indaco e oro, e la strinse dentro la mano.
Ne sfiorò la forma levigata, indugiando con sensualità.
Sin dall’infanzia amava sentire, soffermarsi ad ascoltare, con tutti e cinque i sensi. Accarezzare le foglie delle violette africane, la cloche dell’auto, le pieghe del mouse; respirare il profumo diverso di ogni mese; cogliere i gialli d’autunno; gustare la polpa della banana …
“Il gruppo! Il gruppo! “ si ripeté a un tratto, persa nuovamente tra la folla.
Allungò il passo, ma, poco dopo, ancora, rallentò: sussurro nella confusione, le apparve una bimba malconcia, dieci, dodici anni forse. Il passo leggero di una fata, due grandi occhi di giada, la pelle d’ambra dorata …
I loro sguardi chissà come s’incrociarono ed Eva si fermò di nuovo. La bimba aprì un sacchetto sgualcito, offrendone il contenuto.
“Topàc, altre allegre piccole mongolfiere!”, pensò la turista scalpitante.
“I’m sorry, my darling, I’m late”, “Sono in ritardo, cara, mi spiace”, le rispose con garbo.
“Devo ritrovare i miei compagni di viaggio. E poi, ho già questa” continuò, mostrandole la sua trottola appena acquistata.
La bambina capì al volo, abbassò gli occhi e, delusa, si dileguò.
Poveri
i bimbi del mondo
se non sono
ricchi
di gioco.
Ma, fulmine a ciel sereno, Eva ci ripensò.
“Idiota, sciocca che sono!” si disse.
D’un lampo rivide ricordi: bimbi tessere al Cairo; bimbi contendersi una baguette a Tana (4); bimbi vendere modellini in latta all’Avana; bimbi piangere col muco sotto il naso a Rio…
Di scatto Eva si voltò:
“Topàc, topàc! Gridò a squarciagola.
Gliene avrebbe acquistate dieci, gliele avrebbe comprate tutte, pur di offrirle almeno una parentesi di gioco, forse la fine di un giorno di lavoro…
Ma…cercò tutt’attorno nel via vai di Santa Sofia, aguzzando gli occhi, urtata dai passanti. Vide solo ambulanti, turisti, estranei.
Cercò allora i compagni di viaggio : non li ritrovò.
Sperò in un’altra occasione : questa ormai era persa.
Cercò ancora la bimba dagli occhi di giada: si era dissolta anche lei, lontano, fra i profumi di spezie e la brulicante folla di Istambul.
Note
(*)Topàc: la pronuncia in lingua turca richiede l’accento tonico sulla A e la C finale dolce.
(1) Hammam (o hamam): bagno turco.
Nel testo: Hammam di Roxelana, posto tra Santa Sofia e La Moschea Blu a Istambul, commissionato da Solimano il Magnifico per sua moglie, oggi centro di vendita di tappeti e kilim. Edificio cupolato di grande bellezza.
(2) Santa Sofia: grande basilica con la cupola più grande del mondo, di origine greca, trasformata in seguito in moschea, oggi sconsacrata e divenuta museo.
(3)”How much…”:”Quanto, per favore? Quanto costa una trottola , per favore?”
(4) Tana: abbreviazione di Antananarivo, capitale del Madagascar.